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Anniversari. Pier Paolo Pasolini spirito libero che amava Pound e contestava il consumismo

Pubblicato il 5 marzo 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Ritratti non conformi

pound pasoliniSe non fosse stato ammazzato più di trentasette anni fa, vicino alla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, oggi avrebbe compiuto 91 anni. Tanti, forse troppi per uno che mordeva la vita come un frutto maturo. Ma se per uno strano scherzo del destino fosse ancora vivo, Pier Paolo Pasolini cosa direbbe dell’Italia di oggi? Come commenterebbe gli ultimi accadimenti, fra il surreale e il grottesco, di un Paese e di un popolo che lui aveva compreso, con quarant’anni di anticipo, meglio di molti altri? Interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Sappiamo solo che all’Italia del XXI secolo un personaggio come Pasolini, fra tanti intellettuali coperti e allineati, manca moltissimo.

A distanza di tanti anni, la sua morte resta un mistero. Un delitto maturato nel sottobosco dei “ragazzi di vita”, come stabilisce la sentenza della giustizia italiana, che ha condannato in via definitiva Pino Pelosi, auto accusatosi dell’omicidio? Oppure una vendetta politica, come hanno adombrato inchieste giornalistiche? O ancora, l’esecuzione da parte di servizi segreti deviati a causa dell’interessamento del poeta e regista agli strani legami fra stragismo, trame internazionali e compagnie petrolifere?

Neppure un libro uscito un paio d’anni fa – “Pasolini in salsa piccante” di Marco Belpoliti, edito da Guanda – ha fatto chiarezza, anche di fatto ha riportanto tutti alla versione iniziale:  niente complotti, nessuna trama nera, nessun mistero: l’assassinio del poeta e scrittore friulano sarebbe maturato unicamente nell’ambiente omosessuale, che Pasolini frequentava pericolosamente da anni, come hanno testimoniato persone molto vicine a lui. È il caso dell’amico e scopritore Giancarlo Vigorelli: «L’ho sempre considerato un uomo ricco di contraddizioni. Non per la sua sessualità, ma per il modo bestiale in cui si consumava durante nottate di violenza che non comprendevo. Fino alle sette di sera era una persona, dopo era tutt’altra. (…) Non cercava il sesso occasionale ma la violenza. Era come se volesse essere volutamente picchiato».

Secondo Belpoliti, quindi, la morte di Pasolini non sarebbe uno dei tanti misteri italiani  e la dietrologia fiorita intorno alla sua traumatica scomparsa è solo «il sintomo, in senso psicoanalitico, della propensione della paranoia che attanaglia la sinistra italiana, o almeno alcuni intellettuali, scrittori, o persino giudici». Un’analisi non finalizzata a sminuire l’uomo e il poeta, anzi: i poliziotti indaghino pure, se c’è ancora da indagare, sostiene l’autore. «A noi il compito di seppellire Pasolini, dare onore e definitiva pace al suo corpo martoriato che aspetta da oltre trent’anni, non la giustizia dei tribunali, ma il nostro amore incondizionato accompagnato da un altro assoluto dissenso».

Se esiste un mistero di Pier Paolo Pasolini, non è tanto sulla sua morte, quanto sulla sua vita, sulla sua personalità. Chi era davvero Pasolini? Che cosa pensava, in che cosa credeva? Su questo versante, anche a tanti anni dalla scomparsa, non è ancora stata fatta piena luce. Ed è un bene, forse. Perché l’autore nato a Bologna nel 1922 ma indissolubilmente legato al Friuli materno, è stato un uomo e un intellettuale dalle mille sfaccettature, un coacervo di contraddizioni in cui albergavano l’animo sensibile del poeta, la capacità d’analisi del sociologo, la passione del pensatore politico e il lucido pessimismo del filosofo.

Figura poliedrica e multiforme, Pasolini ha sperimentato molti dei linguaggi della cultura italiana del secondo dopoguerra: poeta (in italiano e friulano), romanziere, saggista e giornalista di razza, come testimoniano gli articoli per il Corriere della Sera raccolti negli “Scritti corsari”. Ma anche autore teatrale, sceneggiatore e regista cinematografico, paroliere di canzoni per Gabriella Ferri e Domenico Modugno. E in parallelo militante politico nel Pci (lui, che aveva avuto il fratello Guido ucciso a Porzus dai partigiani comunisti) e, negli ultimi mesi di vita, del Partito radicale.

Ma è proprio in questa frenetica, infaticabile e variegata attività culturale che esplodono le contraddizioni dell’uomo e dell’intellettuale, lasciando da parte la vita privata. Perché a fianco del Pasolini comunista, anticlericale, antifascista e impegnato sul versante dei diritti civili e sociali; ecco stagliarsi la figura del Pasolini  reazionario, pauperista, contrario al progresso materiale e amante della vita semplice e “morale” del passato, antiabortista e schierato con i poliziotti negli scontri del ’68 all’università. Il Pasolini che difende Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco nel ’69 per protestare contro l’invasione sovietica di Praga. E il Pasolini che in epoca di egemonia culturale del Pci ha il coraggio di dire: «L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra», e che nel ’74 scrive un famosissimo articolo per il Corriere dal titolo: “Il fascismo degli antifascisti”.

Pasolini era così. Capace nel ’71 di prestare il suo nome come direttore responsabile del giornale Lotta Continua, ferocemente antifascista e teorico della violenza contro gli avversari politici; e poi al tempo stesso in grado di amare Ezra Pound e realizzare per la televisione una delle più belle interviste al poeta americano, incarcerato per collaborazionismo con il fascismo. Oppure di firmare un film a quattro mani con Giovannino Guareschi (“La rabbia”), nel quale emergevano singolari vicinanze tra il suo pensiero e quello del creatore di Don Camillo. E che dire della sua ultima poesia, “Saluto e augurio”, scritta in friulano: è rivolta a un giovane fascista: «Voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani». Rimprovera al ragazzo di non avere un cuore libero, ma poi lo invita a difendere le vigne, i fichi negli orti, i casali, le campagne, la confidenza col sole e con la pioggia. E conclude con la frase: «Difendi, conserva, prega».

Reazionario, pauperista e contro il progresso. «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. (…) Oggi l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana». Reazionario, pauperista, contro il progresso e pure profetico. All’inizio degli Anni 70, quando Berlusconi era solo un piccolo e misconosciuto imprenditore edile, così scriveva Pier Paolo Pasolini: «La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo».

Pasolini era di sinistra ma anche un po’ di destra? Di sicuro era uno spirito libero. Nella sua ultima intervista, rilasciata il giorno prima di essere ucciso, célinianamente sosteneva che ormai gli sfruttati «vogliono stare al posto dei padroni, tutti sono vittime e carnefici a causa dello stesso sistema di educazione al possedere e al distruggere».

Di Giorgio Ballario

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