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Cinema. Perché il terzo film de “Lo Hobbit” coglie in pieno la Weltanschauung di Tolkien

Pubblicato il 25 dicembre 2014 da Riccardo Rosati
Categorie : Cinema Corsivi Cultura

the-hobbit 9Cinema e letteratura sono due forme d’arte da sempre legate, ma il più delle volte non riescono a “dialogare” nel migliore dei modi. Una collaborazione non scontata dunque e che ha generato spesso un dibattito tra i creativi e gli intellettuali. Purtroppo, quello che era un argomento che per lunghi anni ha suscitato interesse sia in ambito accademico, che sulla stampa generalista, è oggi completamente dimenticato: in poche parole, quando esce una pellicola tratta da un libro, persino nel caso di un mostro sacro della letteratura del ‘900 come Tolkien, il discorso sulla “fedeltà” dell’opera filmica col testo interessa ormai davvero a ben pochi. Segno dei tempi verrebbe da dire.

Nella trilogia de Il signore degli anelli (LOR) di Peter Jackson, troviamo una discreta fedeltà con l’opera letteraria e un rispetto quasi perfetto delle sue atmosfere. Nella sua trilogia dedicata a Lo Hobbit, malgrado la pur sempre eccellente qualità formale, il regista neozelandese è stato costretto a inserire troppi elementi alieni al romanzo, tra tutti pensiamo all’elfa Tauriel, inventata di sana pianta per i film, e a Legolas, il quale non compare ne Lo Hobbit, ma nel LOR! Il fatto è che la Trilogia dell’Anello, per lunghezza e complessità, si è prestata bene a un fluviale adattamento per il cinema. Per converso, il romanzo che narra le avventure di Bilbo Baggins difficilmente può fornire materiale sufficiente per una trilogia, con film che per giunta superano ampiamente le due ore ciascuno. È vero che gli autori hanno attinto al cospicuo apparato di note che lo stesso Tolkien ha redatto sulla stesura de Lo Hobbit. Ciononostante, queste non sono sufficienti, poiché per quanto dettagliate, delle note non possono rimpiazzare un romanzo vero e proprio. Inoltre, Lo Hobbit è sì una storia ricca di spunti, ma resta pur sempre una fiaba per adolescenti, benché in essa siano già presenti molte delle tematiche che saranno poi alla base della successiva trilogia, dal taglio decisamente più adulto e con una mitopoiesi meravigliosamente articolata.

gandalfCiò detto, questo ultimo episodio de Lo Hobbit si attesta come decisamente più riuscito dei primi due, salvando almeno in parte l’operazione cinematografica di Jackson. Infatti, La battaglia delle cinque armate ha un buon tono fiabesco, aspetto che finalmente allontana questa versione filmica dalle atmosfere talvolta cupe del LOR. Questa pellicola ha anche numerosi momenti ironici, che sono poi una delle caratteristiche del romanzo di Tolkien. Stupende sono altresì le battaglie campali, come del resto i vari inusuali “destrieri” cavalcati da elfi e nani. Il tutto all’insegna di una spettacolarità mai strabocchevole: un difetto atavico del cinema USA; difatti, il regista in questione americano non è! Ragion per cui, dal punto di vista prettamente formale, il risultato raggiunto da questo terzo e ultimo episodio è più che buono; non al livello della precedente trilogia, ma si tratta lo stesso di due e passa ore che volano via piacevolmente.

I contenuti narrativi della pellicola sono molto suggestivi, ovvio che il merito in questo caso è esclusivamente del romanzo e non degli sceneggiatori o del regista. Tuttavia, gli autori del film (tra i quali figura anche Guillermo del Toro) sono stati capaci di rendere benissimo la cosiddetta “Malattia del Drago”, ovvero quella brama per il possesso di un oggetto di potere – nella fattispecie l’oro di Smaug – che anticipa perfettamente l’ossessione dell’Anello nel LOR.

Invece, riteniamo meno azzeccato un utilizzo forse eccessivo delle lingue delle varie razze, specialmente tra gli elfi. I conoscitori dell’opera tolkieniana sanno bene come il linguaggio “comune” che tutti capiscono nella Terra di Mezzo sia il Westron. Jackson ama molto far comunicare i  personaggi, alternando la propria lingua al linguaggio comunque. Però, in questo caso ha esagerato: è abbastanza assurdo il fatto che spesso nel film si vedono degli elfi che cominciano un dialogo tra di loro in elfico, ma che poi lo finiscono in Westron. Il tutto risulta alla fine assai forzato. Migliore fu perciò la scelta al tempo della saga cinematografica del LOR, nella quale solo ogni tanto venivano scambiate un paio di battute nella lingua degli Eldar tra Aragorn e Legolas.

Tirando le somme, riteniamo che La battaglia delle cinque armate debba essere giudicata come una conclusione più che degna per questa trilogia dedicata a Lo Hobbit. Jackson ha fortunatamente compreso quanto il dialogo in questo romanzo sia decisamente più importante dell’azione e che i suoi protagonisti – a partire da Bilbo – non sono Re o eroi, bensì dei piccoli individui coraggiosi. Così facendo, il regista è riuscito a sviluppare dell’ironia in un genere abbastanza serioso come il fantasy, salvaguardando uno degli aspetti peculiari del testo di Tolkien. Finalmente possiamo dire che questo film ha una sua identità e non scimmiotta più la Trilogia dell’Anello. Del resto, Lo Hobbit e il LOR sono sì opere scritte dallo stesso autore, nonché facenti parti del medesimo mondo immaginario, ma non sono affatto la stessa cosa!

@barbadilloit

Di Riccardo Rosati

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