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Anniversari. Il genio di Hergé e le avventure di Tintin, eroe del fumetto ispirato a Degrelle

Pubblicato il 3 marzo 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Ritratti non conformi

tintinTrent’anni fa, il 3 marzo del 1983, se ne andava un personaggio della cultura popolare del Novecento (può sembrare una definizione esagerata, ma non è così), che ancor oggi, in Belgio, è considerato una specie di padre della patria. E questo malgrado negli ultimi anni si siano moltiplicati gli anatemi contro Hergé, il disegnatore  che nel 1929 creò la figura di Tintin, uno degli eroi a fumetti più famosi di tutti i tempi. Accusato in vita di esser stato fascista, reazionario, antisemita e collaborazionista (e finito anche in carcere, sia pure per poco, alla fine della II guerra mondiale);  a molti anni dalla sua morte ha dovuto incassare pure l’accusa postuma di razzismo, con tanto di richiesta di sequestro di uno dei suoi albi, “Tintin in Congo”.

Una denuncia presentata al Tribunale penale di Bruxelles tre anni fa da un cittadino congolese che vive da anni in Belgio, secondo il quale l’episodio della serie a fumetti, uscito in bianco e nero a puntate tra il giugno 1930 e il giugno 1931, sarebbe razzista e offenderebbe apertamente i cittadini dell’ex colonia belga. «L’aiutante di colore di Tintin è presentato come una persona stupida e senza alcuna qualità – ha scritto nell’esposto – E ciò induce i lettori a pensare che i neri siano persone poco evolute». Un altro passo incriminato è quello in cui si vede una donna di colore genuflettersi davanti al giovane reporter belga, protagonista del fumetto, e poi esclamare: «L’uomo bianco è davvero grande. Il padrone bianco è una persona con poteri superiori».

Uno dei tanti frutti avvelenati della “correttezza politica”, si dirà. Della follia di chi pretende di intervenire in modo censorio persino sulla cultura del passato, così come chi vuole riscrivere le fiabe dei fratelli Grimm o l’opera di Dante, che nella Divina Commedia colloca Maometto all’inferno. Anche se, conoscendo l’efferatezza di un regime coloniale fra i più crudeli, spietati e predoni d’ogni epoca (altro che “Faccetta nera”…), c’è da pensare che il Congo belga narrato da Hergé non fosse proprio un esempio di fratellanza fra i popoli. Ma non è questo il punto.

Il creatore di quello che avrebbe dovuto essere soltanto uno strumento di divertimento per i ragazzini belgi, sia pure influenzato dallo “spirito dei tempi”, ha sempre avuto una vita difficile. E non solo per i suoi problemi personali, ad esempio la depressione che l’ha accompagnato per tutta l’esistenza, costringendolo spesso a lunghi periodi di inattività.

Nato nel 1907, Georges Prosper Remi (lo pseudonimo Hergé deriva dalle sue iniziali rovesciate: R. G.) entra giovanissimo nel giornalismo e collabora con il quotidiano Le Vingtième Siècle, un foglio cattolico, nazionalista e anticomunista. Il direttore lo incarica di ideare un inserto per fanciulli, Le Petit Vingtième. Ed è sulle pagine di questo supplemento che, il 10 gennaio del 1929, compare per la prima volta la figura di Tintin, giovanissimo reporter che viaggia per il mondo in compagnia del suo cagnolino Milou.

L’avventura di debutto è, non casualmente, ambientata in Unione Sovietica, il “regno di Satana” per la vulgata dell’epoca: una parodia non troppo innocua, ma al tempo stesso piuttosto realistica, del comunismo, con beceri funzionari-poliziotti, masse asservite, scene di soprusi e miseria. Tintin è quindi di destra, anzi, visto il periodo, fascista e nazista? Non proprio, anche se in un altro episodio – L’Etoile mystérieuse – gli amici di Tintin provengono tutti dai paesi dell’Asse e i nemici sono smaccatamente americani. In realtà la maggior parte delle sceneggiature di Hergé non sono dissimili da molte altre dell’epoca, in cui c’è un eroe positivo che affronta una movimentata avventura contro i cattivi.

Di certo è che la biografia di Hergé parla chiaro. E il disegnatore belga non solo era un cattolico, nazionalista e anticomunista, ma aveva una spiccata simpatia per le varie forme di fascismo che negli anni Venti e Trenta si andavano affermando un po’ in tutta Europa. C’è poi un particolare ormai accertato: al quotidiano Le Vingtième Siècle collaborava anche Léon Degrelle, ex scout, che sarà poi fondatore del partito fascista belga, amico personale di Hitler e combattente sul fronte orientale a capo delle SS Wallonie, una divisione formata da volontari belgi. Secondo alcune testimonianze, fra cui un libro scritto all’inizio degli Anni Novanta dallo stesso Degrelle, per creare la figura di Tintin Georges Remi si sarebbe ispirato proprio al suo amico e coetaneo Léon, all’epoca reporter d’assalto.

Hergé, a dire il vero, non ha mai ammesso l’identificazione tra Tintin e Degrelle: anzi, sosteneva di aver ideato il suo personaggio semplicemente perché lavorava in un giornale e nel disegnarlo aveva seguito le indicazioni del suo capo, l’abate Norbert Wallez, che gli aveva chiesto un giovane eroe «dans l’esprit catholique», con un piccolo cane come compagno di avventure. Ma nel volume autobiografico “Tintin, mon copain!”, uscito nel 1992 in Spagna (dove era riparato alla fine della guerra), Degrelle non solo conferma di aver ispirato il personaggio di Hergé, ma per provarlo pubblica lettere private, foto e persino bozzetti di disegni – mai usciti -in cui Tintin indossa l’uniforme delle SS Wallonie. Il suo vecchio amico Georges, però, è già morto da nove anni e non può smentire né confermare.

La nomea di fumettista fascista, tuttavia, l’ha sempre accompagnato; anche perché nel periodo dell’invasione tedesca Hergé lavora attivamente per Le Soir, quotidiano collaborazionista schierato con gli occupanti. Pur essendosi limitato a disegnare fumetti, dopo la guerra viene arrestato per alcuni giorni, incluso nelle liste dei collaborazionisti, quasi mandato a processo ed epurato per lungo tempo. Fino alla riabilitazione completa da parte di Raymond Leblanc, eroe della resistenza belga, che diventa suo editore, affidandogli la direzione del settimanale intitolato appunto “Tintin”.

Superata la fase oscura del secondo Dopoguerra, per il “papà” di Tintin gli anni Cinquanta e Sessanta sono quelli del successo internazionale. Il piccolo reporter con i pantaloni alla zuava conquista innanzi tutto il pubblico francese e poi deborda in tutt’Europa, tanto da indurre il presidente De Gaulle ad affermare scherzosamente: «Tintin è il mio unico rivale internazionale». Le accuse di fascismo e collaborazionismo sono ormai lontane, Hergé mette in piedi una vera squadra di disegnatori (gli Studios Hergé) per realizzare la rivista e in breve il suo personaggio diventa pure un eroe dei cartoni animati.

Quando Georges Remi si spegne nel 1983, la sua ormai cinquantaquattrenne creatura non gli sopravvive, a conferma di ciò che il disegnatore belga andava sostenendo da tempo: «Tintin sono io». Infine è recente la versione per il grande schermo: Steven Spielberg e Peter Jackson, regista de “Il Signore degli anelli”, hanno realizzato un film d’animazione sul piccolo reporter belga e il suo cagnolino Milou, “Le avventure di Tintin e il segreto dell’Unicorno” (2011).

Di Giorgio Ballario

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