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Il caso. Céline conservatore sociale? Un azzardo. Lo scrittore francese è incatalogabile

Pubblicato il 2 marzo 2013 da Andrea Lombardi
Categorie : Cultura

celineCéline sostenitore delle idee di Disraeli, conservatore inglese attento al sociale? E’ forse un po’ azzardato difendere questa tesi con una sola citazione del 1928 (visto anche che da quel momento in poi, di cose nella vita del Dottor Destouches ne sono successe tante).

Nonostante alcuni studi recenti abbiano cercato di dipingere Céline come in realtà lontano dagli ambienti collaborazionisti, oppure addirittura come “un comunista”, la lettura delle lettere qui integralmente pubblicate, e le recenti, ulteriori inedite testimonianze relative all’attrazione di Céline verso i partiti nazionalisti europei e d’oltremare illustrano chiaramente la visione politica dello scrittore francese. Che poi questa visione non fosse quella dell’ortodossia nazionalsocialista, e attraversata invece com’era da un fiero patriottismo “retrò” e da un socialismo ingenuo , e che il comportamento di Céline all’interno del pur variegato mondo della Collaborazione francese fosse più orientato all’anarchia polemica che all’Ordine e Disciplina, non è un fatto che possa stupire chi conosca seppur in maniera cursoria la vita del Nostro. È interessante a tal riguardo notare come Céline fu nella quotidianità ben lontano dai tetri propositi dei pamphlet, punto efficacemente sollevato da Karl Epting in un suo ricordo di Céline:

 Già durante la mia prima visita a rue Lepic, poco dopo la pubblicazione di Bagatelles, mi avevano sorpreso il potere soprasensibile e quasi medianico del suo sguardo sugli uomini e sulle cose, e contemporaneamente il contrasto profondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esempio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo comportamento verso l’individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore. La vita e l’opera di Céline non acquistano significato che attraverso la sua professione di medico, ed è solo partendo da là che esse possono essere comprese nel loro doppio significato. Nel suo essere tra queste due condizioni, nel doppio sguardo che ha gettato verso un lontano dai contorni indecisi e in un cerchio ristretto su di un essere corporeo vicino, hanno messo radice i numerosi malintesi che hanno reso così dura la vita a Céline e alla sua compagna.
 

Tornando alla “visione politica” di Céline, e rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”, nel senso ben delineato da Giancarlo Pontiggia, traduttore tra l’altro del Bagatelles, nel suo scritto Cinecéline:

 Quello che oggi chiamiamo mondo contemporaneo può essere compendiato nelle parole “democrazia”, “sinistra”, “America”, tre parole così diverse tra loro, e che pure, proprio nel loro intricarsi, definiscono il carattere del Novecento. E qui Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea.
 

E ora, due lettere decisamente “eretiche” del nostro, tratte da Céline ci scrive  – Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944, edizioni Settimo Sigillo.

 

Lettera a Claude Jamet , “Una lettera di Céline”, in “Germi-nal”, n. 1, 28 aprile 1944, p. 1.
Traduzione di Valeria Ferretti.

Caro amico,
trovo il vostro articolo assai bello, e niente da ridire.
Forse una parola in più sull’attuale gigantesca tartuferia della Resi-stenza! Quando mai la Francia è stata così ricca, così avida, rimpin-zata di profitti di guerra, per essere precisi commercio con il nemico! Si fucilava per molto meno dal 1914 al 1918.
Il menefreghismo francese raggiunge, credo, in questo momento il suo apice storico. La gente di Londra e di Algeri parla di una Fran-cia teorica “ultime cartucce”, alla “Buzenval!” mentre i tre quarti di questa nazione nuotano, per il fatto della guerra, in una baldoria insperata, crepano di profitti! Aspirano alla liberazione solo per convertire i loro profitti bellici in dollari. Dolore pelliccia di coni-glio, abominevole geremiade. Evidenza della putredine dell’anima di questa nazione diventata talmente sorniona e talmente vile, che può essere ripulita solamente dal grande mezzo chirurgico: l’ablazione del capitale individuale.
La saluto molto cordialmente.
L.-F. CÉLINE

 

Articolo-intervista di Claude Jamet, “Louis-Ferdinand Céline, L’Egualitarismo o la morte!”, in “Germinal”, 28 aprile 1944, n. 1, p. 4.
Traduzione di Valeria Ferretti.

 

A me, sapete, è il teatro, di solito, è la letteratura che m’interessa, soprattutto. Le questioni di arte, di poesia, di retorica: è il mio me-stiere, e da lì non esco affatto. I problemi di stile! Così parlava Céli-ne: in un recente articolo, avevo colto in lui, prima di tutto, lo scrit-tore, lo scompigliatore-salvatore della lingua francese, il geniale neo-oratore, il musicista delle parole. Una specie di messia del Ver-bo. E quindi stavo per vederlo, incarnato! Lui, poco fa, lì, come ve-do voi! Da Denoël, il quale mi aveva perfino invitato apposta per questo! Smarrito come la piccola Esther prima di incontrare Assue-ro ! Mi ripromettevo di guardarlo in faccia, almeno, di ascoltarlo bene, di nascosto, senza scordare niente; forse, se l’occasione si pre-senta, rivolgergli due o tre domande su argomenti un po’ delicati ri-guardanti Guignol’s band che non ho colto, di cui non sono sicuro, che mi piacerebbe approfondire… quanto all’interviù politica (è proprio così che si pronuncia?) Dio sa quanto ero lontano dal pen-sarci…
Ma è stato lui a iniziare! Glie lo giuro. A chiedermi a che punto era-vamo dei nostri progetti. È stato Denoël probabilmente a fargliene cenno prima di farmi strada. Il socialismo? E “Germinal”, come sta? E non per pura educazione, prima di occuparsi di altre cose. Ma co-me se questo lo interessasse per davvero. Davvero gentile, davvero il Céline dei giorni migliori. Ebbene! Ecco! Gli racconto che stiamo preparando attualmente un nuovo settimanale, che sarà il migliore del mondo; un “Germinal” – è la stagione – con ogni sorta di spe-ranza, ognuna florida! Per adesso dunque prepariamo il primo nu-mero, ci sbrighiamo, non abbiamo tempo; non avremo ancora la me-tà delle rubriche, ma non importa! Dobbiamo innanzitutto uscire, e che questo avvenga ancora in bellezza (per quanto possibile!), nell’ardore, col botto, con tutti gli strumenti di bordo! Vorremmo battere un gran colpo. Gli dico tutto, come vede. Seriamente, vo-gliamo spiegarci una volta per tutte, ma chiaro e tondo: in lungo, in largo e molto a fondo.
Vogliamo rilanciare il Socialismo. Pasqua del popolo! In verità, è davvero resuscitato! È il nostro motto: “Tutto ciò che è socialista è nostro.” E al diavolo Maurras! “Il Socialismo! Solo e soltanto il So-cialismo!”…
Non dice di no, Céline. Mi accorgo subito che non è contro. Piutto-sto sembra aver l’aria di approvare. Solo che è la parola che non gli torna. “Socialismo, che vuol dire?” prevede dei problemi. “La S.F.I.O. ? Le tre frecce? Il cappello di Blum? La testa di Au-riol ?” C’è un equivoco nell’aria. Ci sono ipoteche da cancellare. E poi non è finita qui. “Tutti sono socialisti oggigiorno. Avanti il prossimo! Tutti lo vogliono! Il Sig. Wendel è socialista, e il Signor conte di Parigi idem! I chierichetti sono socialisti! Le dame della Croce Rossa! Il papa! La banca Morgan! Il sig. Weygand ! Tutto ciò finisce col fare torto.
Mi dice che lei, è uno nel giusto? Ma l’etichetta resta la stessa. Che cosa vuole che ammettiamo? Fra tante falsificazioni, droghe, tisane, acqua di rosa, acqua benedetta? Che la sua denominazione sia dav-vero controllata? Non solo non vi ascolteremo. Il signor Credito è morto! Che vuole? Il popolo ha un pregiudizio adesso, in blocco contro tutto questo. Non crede più a granché, in questo genere di co-se. Si è scottato! Diffida terribilmente, non ha tutti i torti…”
Sicuro! Moneta falsa scaccia quella vera, come si dice. Ma sarebbe comunque troppo comodo. Se bastasse a una banda di burattini e di pagliacci prendere un nome, così, a caso, affinché coloro che hanno il diritto di portarlo vi rinuncino. Con il pretesto che lo sporchino, glielo lasciamo, glielo abbandoniamo, andiamo a cercare altrove un piccolo pseudonimo. Dispiacerebbe moltissimo! Ma non si eviterà il destino. Anzi! Vedrà che saremo noi a confonderli, i nostri falsari. Sepolcri imbiancati! Martedì grassi! Strapperemo la loro faccia fal-sa! Pazienza! È un problema di uomini in fondo, e di programmi. Li forzeremo ben bene a mostrare i loro documenti, i loro falsi bigliet-toni pesantemente truccati. Li smaschereremo pubblicamente. Per-fettamente fiduciosi, per il resto, che il popolo – che non è così stu-pido – finirà per riconoscere i suoi. Ma questo, forse, è un nostro problema. Abbiamo tempo. È la “nostra lotta” come diciamo, ap-punto. Nell’attesa, non si tratta di discutere né di cavillare; ascolto Céline – in tutta umiltà, apprendo! Che importano le parole?
“Tutto il problema (ci spiega) è di dare loro positività, ai proletari di oggi. Sono diventati peggio di San Tommaso, tutti, sotto il rapporto della diffidenza. Vogliono toccare con mano. Niente storie. Fatti. Niente chiacchiere o vane frottole. Sostanza, concretezza. Non li convinciamo più con le bolle di sapone! Un tempo, sì, era facile. Il popolo francese, naturalmente, era contro; e basta. Il sostrato celtico. La vecchia bisbiglia. Votava contro, qualsiasi cosa. I gesuiti, i mas-soni! Il cittadino, quando poteva vedere sulla piazza del suo villag-gio, sotto i platani, il maestro e il prete intenti a insultarsi ben bene, c’era la sensazione di vivere un grande momento di politica: di esse-re nel cuore, nell’intimo della questione! Al suo deputato non gli chiedeva mai di mantenere le promesse che aveva fatto: un piscia-toio pubblico, un asilo modello, un nuovo manicomio. Per quanto avesse ben scocciato gli altri, quelli dell’altra riva, gli bastava; lo rieleggeva, e con entusiasmo; lo riportava alla Camera in trionfo!”
Bei tempi! E in effetti, rivedo – mentre Céline parla – non so quante generazioni di lotta ardente sotto il campanile. Di opposizioni, di placidi bisticci. Di futili liti, insomma. Secoli di municipalità. Beghe di condominio piuttosto sordide, accanite. Destra, sinistra. Tutti i partiti, bellimbusti che sfoggiano il loro sapere. Gli azzurri, i bian-chi. I radicali contro gli opportunisti. L’Unione delle Sinistre, il Blocco Nazionale. La lega dei Patrioti e quella dei Diritti umani. Era un bel momento. Gambetta, Poincaré, il piccolo padre Combes, De-roulède! Tutta una Repubblica! Avvocati, professori. Cinquant’anni, mio Dio, di perfetta saliva, bla-bla parlamentare burocratese. Do-saggi ministeriali, mozioni capra e cavoli! Tutte le barbe al vento, tutti i baffi all’insù. I moderati, intransigenti! Il Centro Sinistra che siede a destra! Ah! capisco che ci sia tanta brava gente, in questo dolce paese, che versa lacrime nostalgiche a simili ricordi, e che spe-ra di rivedere tutto questo. Proprio “come prima”. Ma è finito. Come dice Céline, Adele è morta, assolutamente. Sono altre le domande che si fanno, e con un altro tono. Su un altro ritmo.
“Il jazz ha ucciso il valzer lento. Ci possiamo dispiacere. Natural-mente! Insomma, era bello il valzer. E così francese! dolcemente i-nebriante! così pieno di sfumature tutte accattivanti! Lo stesso per i nostri partiti, le nostre vecchie parti politiche, le nostre buone vec-chie “posizioni” antiquesto, antiquello… C’è il Comunismo adesso in linea. Non so se ce ne rendiamo ben conto. Ecco il fatto nuovo, che cambia tutto. La rivoluzione del linguaggio, della tecnica, degli slogan. Il capolavoro ebreo – come il jazz. Il jazz è negro ma è u-guale, come tutti sappiamo. C’è il Comunismo che parla da solo, per così dire, e come occorre: chiaro, semplice, diretto – alle orecchie dello stomaco – fa parte del gioco! Che cosa gli opporrà? Due or-chestrine l’una di fronte all’altra, se ce n’è una che suona swing e l’altra che suona valzer lento, potrà dire quello che vorrà, che è un peccato, il gusto che si perde, eccetera eccetera; non è mai su Les Roses di Métra che la gioventù scenderà in pista”
Ma allora, che cosa? La promessa esagerata? Urlare più forte? Se ce n’è uno che promette la luna, prometterne due per farsi sentire? Ne conosco, e non voglio fare i nomi, che si cimentano a questo gio-chetto – senza grande successo, bisogna riconoscerlo. Sono ben do-tati dalla natura tuttavia, questione di corde vocali. Non hanno da lamentarsi sotto questo aspetto. Risuonano! Vibrano! tutta la squa-dra! Risuonano come tamburi! Ma per l’appunto, suona a vuoto. È robaccia da due soldi. Miserabile surrogato propagandistico. Finisce tutto in strida, in grida femminili; in voce di castrati. Suppongo che è nelle palle, che qualcosa manca loro. O del coraggio, forse. La sincerità? Non si inventa, questo minimo dettaglio. O si ha così, o non si ha. E quando manca, si vede che manca, o si sente. Siamo seri. Al Comunismo, non sono sondaggi che dobbiamo opporre, o palloni, anche ben gonfiati, sputacchi perfino iridati. È del massiccio, dell’autentico. Del tosto più tosto. Capisco molto bene.
“Contro il jazz, c’è solo il jazz hot. Non vinceremo il Comunismo solamente con la repressione. Bisogna ben difendere l’ordine. Ma quale? Dovremmo innanzitutto farne uno che valga la pena di mori-re per lui. E di uccidere. Mangiare ebrei, o massoni, non è tutto; è negativo. Derisorio se ci si limitasse a questo. Non solleva alcun en-tusiasmo. Questo è solo dell’“anti”, dell’astratto, bagatelle! Non regge nel corpo della massa. Avrà un bel girare e rigirare il suo di-sco, rallentarlo o accelerarlo, oppure andare al contrario. Bisogna cambiare disco. Senza sentimentalismi! Razza? Famiglia? Patria? Sacriculi? È utopistico tutto ciò, in un secondo momento. Domina, aleggia, incombe – troppo. Bisogna prendere questo popolo dov’è, rasente alle proprie necessità assai superflue. Ribalteremo il comuni-smo solo superandolo, facendone di più. Ponendosi al di là, non al di qua. Forse è spiacevole, ma è così. Contro il Comunismo, non vedo altro che la Rivoluzione, ma allora, mi scusi! Quella vera! Sovra-comunista!”
Ecco come parla, Ferdinand! E io, che l’ascolto, sono al settimo cie-lo. Non mi sento quasi più. Bevo latte. Ne abbonda talmente tanto verso di noi! Questione di punti di vista; questione di rapporti; quasi tutti, contro il comunismo si mettono a destra (e i loro soldi a sini-stra). Sono reazionari. Si sente che in fondo quello che provano di più forte, è la grande paura per i loro soldoni, per i loro bigliettoni, le loro Royal Dutch ; che gli si prenda i loro titoli, il loro tenore di vita. A noi, non ci disturba affatto. Al contrario, se si tratta della grande spartizione. La nostra parola d’ordine, per noi, sarebbe piut-tosto: Contro la reazione bolscevica! Il termidorismo staliniano! Contro la Rivoluzione tradita! E non da ieri: dalla NEP (almeno). Il ristabilimento dell’eredità! I privilegi! Lo sfruttamento stacanovista! Gli ingegneri americani attirati a prezzo d’oro nelle fabbriche del Caucaso o dell’ultra-Urali! L’intesa con Canterbury! I generali qui davanti rossi, trentasei stelle, con due auto personali, quindici dome-stici, e un palazzo che conservano anche dopo la pensione! Dicia-mocelo! Non siamo qui, noi, per consolidare il Capitale…
“L’egualitarismo o la morte! I proletari da un lato, i borghesi dall’altro, hanno in fondo una sola idea: diventare ricchi, o restarlo; il rovescio vale il diritto, è uguale. Gli uni invidiosi, gli altri avari; ma tutti ugualmente avidi, biliosi, odiosi, la faccia storta, nella mer-da, malati tanto gli uni che gli altri della stessa vergognosa malattia: il denaro, che hanno o che non hanno. Ne moriranno se li lasciamo così come sono. Due francesi milionari su tre, attualmente! È come un cancro schifoso, infetto, che divora le loro vite. Già non possono più sopportarsi. Non possono nemmeno più guardarsi, gli uni con gli altri. Talmente si disgustano! Conosco un solo rimedio: niente sto-rie, bisogna operare in un colpo solo, incidere l’ascesso a fondo in modo che si spurghi! E non ne parliamo più. Condividere tutto! I soldi, i quattrini! Fuori le palanche! Vuotare il gruzzolo! La cassa forte, le sue trippe dorate al sole! La grande pulizia tramite lo svuo-tamento! La grande giustizia davanti alla grana! Stabilisco stipendio nazionale massimo 100 franchi al giorno, 150 franchi per le fami-glie, 25 supplementari, a partire dal terzo moccioso. Come vede, ho previsto tutto!”
Conosco il sistema, in effetti – si chiama il comunismo Labiche – se ne parla lungo tutto Les Beaux Draps. Con la chiusura della Borsa, definitiva! Nazionalizzazione delle banche, delle miniere, delle assi-curazioni, dell’industria, dell’agricoltura francese a partire da centi-naia di ettari. E funzionerà! Ma sì, dobbiamo ritornare a Gracco Ba-beuf, Buonarroti. I grandi antenati! La Congiura degli Eguali! Il Francese, in fondo, ha questo nelle vene! Attualmente è avvelenato dai suoi soldi. Ma una volta guarito, ben lavato, disintossicato, ah! vedrà il cittadino! Come il ciabattino della fiaba, si rimetterà a can-tare. La Carmagnole e altre arie. E a ballare! Canzoni, schiette risa-te, brani, gorgheggi! Si ritroverà l’allegria francese! La musica della razza! La nostra! Pifferi, clarinetti! Rullo di tamburi! Sarà la grande Liberazione, quella vera; le idee libere, e quel poco di coraggio per altre cose… Tutte le speranze ritorneranno possibili!…”
Detto questo, buonasera! Céline si alza. Si rimette il suo giaccone di montone. Se ne va. Così? Di già? Io, improvvisamente, raccolgo il mio coraggio; gli chiedo l’elemosina per il nostro celebre settimana-le! Una parola, una lettera, qualcosa di lui, che riprenda un po’ quel-lo che ha appena detto. Farebbe così bene alle nostre colonne! Il no-stro numero! Il Socialismo! Ma scuote la testa, scherza: “Non sono un conduttore di popoli!” Ne ha abbastanza da parte sua, parlare sul-la pubblica piazza: “Spetta a voi giovani, provate!” Comunque – in-sisto – una mano? L’incoraggiamento al disormeggio? Il soffio del Profeta nelle nostre vele? No, non vuole sapere più niente. Ha il suo romanzo che l’aspetta. “Quando sarete partiti, si vedrà.” Gli strappo comunque, in extremis, una promessa un po’ più sicura per “Germi-nal”, per il secondo numero. Grazie Céline! Mi sarei fermato lì… Ma è stato Denoël ad avermi suggerito la buona idea: “Ha dunque un poco di memoria? Provi quindi a ricostituire, come può, il suo colloquio con Céline. Quando questo sarà fatto, glielo porterà a casa sua. Correggerà forse una parola qua e là. Ma la lascerà pubblica-re…”
Ah! tocchiamo ferro: ci andrò domani…
Se mai leggerete questo foglio, è perché Céline avrà detto “Sì!”.

Di Andrea Lombardi

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