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Anniversari. L’irriducibile Barzani, dalla guerra di liberazione alle canzoni di Battiato

Pubblicato il 1 marzo 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Personaggi Ritratti non conformi

barz_horse_border_cropNel 1979 venne pubblicato L’era del cinghiale bianco, l’album con il quale Franco Battiato uscì dai circuiti sperimentali e underground e cominciò la sua strada di successo come autore pop di alto livello. Un disco breve, di appena sette brani per un totale di 30 minuti di musica, impreziosito da testi per l’epoca assolutamente originali, in cui spiccavano riferimenti alla tradizione spirituale celtica e indiana e citazioni dello scrittore esoterico Renè Guénon. Nella canzone Strade dell’Est, però, compariva il nome di uno strano personaggio, che ai più risultava sconosciuto: «Spinto dai Turchi e dagli Iracheni/qui fece campo Mustafà Mullah Barzani».

Era un omaggio del cantautore siciliano al leggendario capo politico e militare del Pdk (partito democratico del Kurdistan), che si era spento il 1° marzo di quell’ormai lontano 1979 negli Stati Uniti, dove da alcuni anni si era ritirato in esilio al termine di un’intera esistenza spesa a lottare per la sua patria, il Kurdistan, la nazione che non c’era. E che ancora non c’è. Il nome di Mustafà Mullah Barzani strettamente, indissolubilmente intrecciato con la storia del Novecento di un popolo senza patria, circa 30 milioni di persone che vivono su una superficie più grande dell’Italia divisa fra cinque Stati: Turchia, Iran, Iraq, Siria e Azerbaigian (ex-Urss).

Nato cent’anni fa, nel 1903, in un villaggio del Kurdistan iracheno (che all’epoca faceva parte dell’impero ottomano), Barzani ha combattuto per quasi mezzo secolo nel tentativo di unire i curdi separati dalle frontiere e di dar loro una nazione comune, opponendosi, alleandosi e venendo tradito di volta in volta dalle grandi potenze regionali del Medio Oriente. Una storia paradigmatica, la sua. Che riassume il calvario dei curdi e che non si è conclusa neppure con la sua morte: il figlio Massud ha raccolto il testimone e ora, dopo la caduta di Saddam Hussein, è presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Il percorso di Mustafà Mullah Barzani è disseminato di sconfitte, tradimenti, sangue, amici e fratelli persi in battaglia o nelle pieghe delle congiure di potere. Di molte luci ma anche di ombre, come la sua presunta appartenenza al Kgb negli anni Cinquanta, quando trovò ospitalità in Urss. Quel che certo è che l’uomo non si è mai piegato alla sorte avversa, se non forse negli ultimi anni di vita, quando ormai vecchio e malato fu costretto a ritirarsi negli Usa, rimanendo però il simbolo dell’anelito di libertà dei curdi.

La sua biografia narra di un primo arresto a tre anni di vita, incarcerato insieme alla madre in quanto discendente di un importante clan della regione di Mossul, nel nord dell’Iraq. All’inizio degli anni Trenta, insieme al fratello maggiore Shayk Ahmad, lo troviamo alla guida della rivolta dei curdi contro la monarchia irachena appoggiata dagli inglesi. Sconfitti militarmente, i fratelli Barzani vengono esiliati a Suleymanyya, nel Kurdistan iraniano: di qui nel 1942 Mustafà Mullah guida una nuova campagna militare curda contro Baghdad, repressa ancora una volta dalla monarchia filo-britannica.

Barzani con mille fedelissimi guerrieri (i peshmerga, «coloro che fronteggiano la morte») ripara di nuovo in Iran e qui, nel 1945, contribuisce a dar vita al primo modello di repubblica curda indipendente, nel territorio orientale della Persia militarmente controllato dai sovietici: la repubblica di Mahabad. Sotto la guida di Qazi Muhammad, proveniente da una ricca e influente famiglia di giuristi, Mahabad diventa centro e simbolo della cultura e del nazionalismo curdo: viene fondato il primo teatro curdo, le donne iniziano a svolgere un ruolo attivo nella vita politica e sociale, viene dato slancio al programma scolastico ed educativo. Nelle aree tribali l’autorità è lasciata nelle mani dei capi feudali, mentre in città si insedia un piccolo parlamento. Qazi Muhammad affida a Mustafà Barzani il ministero della Difesa e la guida delle forze armate repubblicane.

Dopo appena un anno di vita, la piccola repubblica viene però tradita da Mosca: in base agli accordi di Yalta le truppe sovietiche abbandonano l’Iran nord-orientale e l’esercito persiano riconquista Mahabad, impiccando Qazi Muhammad sulla piazza della città. Barzani non si arrende e con i suoi peshmerga torna in Iraq, dove persi trova ad affrontare la repressione congiunta di Baghdad, Ankara e Teheran, decise a farla finita una volta per tutte con la «questione curda». Per Barzani e i suoi uomini è di nuovo tempo di esilio: l’armata di irriducibili affronta una specie di «anabasi» e dall’Iraq, attraversando la Turchia orientale e l’Iran nord-occidentale si spinge fino in Azerbaigian, all’epoca una delle repubbliche caucasiche dell’Urss.

A Baku i curdi vengono prima disarmati e imprigionati, ma poi ottengono il diritto di asilo. Barzani si ferma in Urss per 12 anni, si laurea in scienze politiche a Mosca e mantiene i contatti con la diaspora curda in giro per il mondo. Nel 1958 un golpe militare abbatte la monarchia irachena e il nuovo presidente, il generale Kassem, invita Barzani a ritornare a casa, promettendo ai curdi larghe autonomie. Sembra il coronamento del sogno di Barzani e dei peshmerga, ma anche stavolta le cose non vanno come sperato. Forse i curdi esagerano con le richieste, di sicuro Kassem non concede loro quanto promesso, anche perché il Kurdistan è ricco di petrolio e miniere di cromo: fatto sta che nel ’61 riprendono gli scontri militari e la guerriglia va avanti per quasi dieci anni.

Nel 1970 Baghdad e i leader curdi giungono al cessate-il-fuoco e un accordo di pace: l’allora vicepresidente Saddam Hussein, come segno di buona volontà, riconosce il popolo curdo come etnia e cultura e affianca il curdo all’arabo come lingua ufficiale della repubblica. La fragile intesa va avanti per quattro anni, ma nel ’74 Mustafà Mullah Barzani per l’ennesima volta guida i suoi peshmerga contro le truppe irachene, sostenuto in questo caso dalla Scià di Persia Reza Pahlavi e con il tacito appoggio degli Stati Uniti. Ma ancora una volta il tradimento in agguato: nel ’75 Hussein e lo Scià raggiungono un accordo su beghe di confine e in cambio Teheran abbandona i curdi al proprio destino.

La controffensiva irachena è particolarmente violenta e per Barzani si apre di nuovo la strada dell’esilio, questa volta definitivo. Il leader del Pdk ripara negli Stati Uniti dove muore alcuni anni dopo, il 1° marzo del 1979. Viene sepolto a Mahabad, in Iran, dove molti anni prima aveva partecipato all’effimera repubblica curda; ma nel 1993 le sue spoglie ritornano definitivamente a casa, nel Kurdistan iracheno. Qui pochi anni prima, nel 1988, si era consumato uno dei capitoli più brutali nella secolare storia di repressione del popolo curdo: l’aeronautica militare di Baghdad aveva attaccato il villaggio di Halabja sganciando bombe chimiche e provocando 5 mila morti fra la popolazione civile.

Di Giorgio Ballario

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