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Céline e la fascinazione per le idee di Disraeli, conservatore inglese attento al sociale

Pubblicato il 28 febbraio 2013 da Edoardo Fiore
Categorie : Cultura

Celine MeudonLouis Ferdinand Destouches, detto Céline, uno dei grandi del 900 per le sue poderose  opere che hanno rivoluzionato la lingua francese, condizionando ancor oggi il modo di scrivere, Céline, lo scrittore maledetto, che tutto dissacrò e che con i suoi pamphlets, urlati contro gli spettri di una  guerra che ritornava (volle  lordarsi  di un antisemitismo tanto iperbolico da divenire grottesco), è comunemente ritenuto un personaggio che sfugge ad ogni qualificazione politica od ideologica, una specie  anarchico individualista che sbraita contro tutto e tutti, denunciando le storture della moderna civiltà delle masse e delle macchine.

Urlo per principio, dice Céline. Eppure, abbassando il volume, anche dalle sue opere è  identificabile un quadro di riferimento ideologico abbastanza preciso. La natura ideologica di Céline, al contrario di quella di altri autori a lui contemporanei, quali ad esempio Drieu La Rochelle e Bracillach che interpretavano una nuova destra radicale e rivoluzionaria, è  ricollegabile ai temi, agli umori, alle prospettive della vecchia destra francese della fine ‘800.

In questa prospettiva va innanzi tutto sfatata la leggenda del Céline anarchico. A parte il suo pessimismo, che lo allontana dall’anarchismo, egli è abbastanza chiaramente un tradizionalista. Proprio il contrario dell’anarchico che agogna la società di liberi individui, senza stato e senza autorità alcuna.  Egli, invece, ritenendo  l’uomo  incapace, per propria natura,  di poter convivere pacificamente senza un ordine sociale,  è consapevole della necessità di un principio di gerarchia e di una autorità che garantisca l’ordinato svolgimento della vita sociale. Non anarchico, quindi, ma anarca: uomo, padrone di sé, che sa vivere solo, che  non accetta e contesta la società ma che ritiene necessarie per il vivere civile le sue strutture sociali. In definitiva un conservatore.

Cosa poco nota è che lo stesso Céline ci ricorda il suo fondo politico-ideologico. In uno dei suoi scritti sociali (raccolti ed editi in Italia nel 1993 a cura di Giuseppe Leuzzi dalla Shakespeare and Company sotto il titolo I sotto Uomini), e precisamente ne Le assicurazioni sociali  e una politica economica della sanità pubblica, pubblicato nel 1928,  denuncia come  la vera insidia per la società francese individualista fosse rappresentata non tanto dal socialismo velletariamente rivoluzionario, ma da quello minimalista, che con le nazionalizzazioni  e le riforme avrebbe potuto subdolamente trasformare la democrazia francese in un collettivismo di fatto (non dimentichiamo cosa in quegli anni sta avvenendo in URSS). Afferma, quindi,  che solo un nuovo conservatorismo  avrebbe potuto contrastare  questo pericolo: “A questo fine, ci è sembrato che è al metodo disraeliano di neoconservatorismo che bisognerebbe ricorrere, quello che consiste nel non opporsi ai programmi audaci della sinistra socializzante, ma che, al contrario, si adopera a sopravanzarli, a portarsi con decisione molto al di là delle rivendicazioni collettiviste, per ricavare da queste stesse riforme tutto quello che è necessario per consolidare l’ordine stabilito”. 

Ritenendo quindi il vecchio conservatorismo votato “a un immobilismo brontolone” perché incapace di opporsi efficacemente al socialismo, validamente sostenuto da una politica di riforme, auspica la nascita di un nuovo conservatorismo, dinamico, attivo, propositivo. Ed indica  a modello quello di Benjamin Disraeli, ebreo inglese di origine italiana, che si ispirò per la sua politica ( fu leader dei conservatori britannici dal 1852 al 1880 e più volte primo ministro) ad un conservatorismo rinnovato, sociale, attento alle esigenze popolari ed in contrasto con le tendenze meramente utilitaristiche dei liberali e dei liberisti.

Di Edoardo Fiore

2 risposte a Céline e la fascinazione per le idee di Disraeli, conservatore inglese attento al sociale

  1. Salve,

    non saprei. Posso solo dire che inquadrare Céline per mezzo di una singola citazione, per quanto interessante, è forse un po’ azzardato (visto anche che dal 1928 in poi, di cose nella vita di LFC ne sono successe tante). Butto lì qualche altro elemento per rifletterci su.

    Nonostante alcuni studi recenti abbiano cercato di dipingere Céline come in realtà lontano dagli ambienti collaborazionisti , oppure addirittura come “un comunista” , la lettura delle lettere qui integralmente pubblicate, e le recenti, ulteriori inedite testimonianze relative all’attrazione di Céline verso i partiti nazionalisti europei e d’oltremare illustrano chiaramente la visione politica di Céline. Che poi questa visione non fosse quella dell’ortodossia nazionalsocialista, e attraversata invece com’era da un fiero patriottismo “retrò” e da un socialismo ingenuo , e che il comportamento di Céline all’interno del pur variegato mondo della Collaborazione francese fosse più orientato all’anarchia polemica che all’Ordine e Disciplina, non è un fatto che possa stupire chi conosca seppur in maniera cursoria la vita del Nostro. È interessante a tal riguardo notare come Céline fu nella quotidianità ben lontano dai tetri propositi dei pamphlet, punto efficacemente sollevato da Karl Epting in un suo ricordo di Céline:

    Già durante la mia prima visita a rue Lepic, poco dopo la pubblicazione di Ba-gatelles, mi avevano sorpreso il potere soprasensibile e quasi medianico del suo sguardo sugli uomini e sulle cose, e contemporaneamente il contrasto pro-fondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esem-pio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo com-portamento verso l’individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore. La vita e l’opera di Céli-ne non acquistano significato che attraverso la sua professione di medico, ed è solo partendo da là che esse possono essere comprese nel loro doppio significa-to. Nel suo essere tra queste due condizioni, nel doppio sguardo che ha gettato verso un lontano dai contorni indecisi e in un cerchio ristretto su di un essere corporeo vicino, hanno messo radice i numerosi malintesi che hanno reso così dura la vita a Céline e alla sua compagna.

    Tornando alla “visione politica” di Céline, e rendendoci pur conto che pen-sare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sen-sibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”, nel senso ben delinea-to da Giancarlo Pontiggia, traduttore tra l’altro del Bagatelles, nel suo scrit-to Cinécéline:

    Quello che oggi chiamiamo mondo contemporaneo può essere compendiato nelle parole “democrazia”, “sinistra”, “America”, tre parole così diverse tra lo-ro, e che pure, proprio nel loro intricarsi, definiscono il carattere del Novecen-to. E qui Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomuni-sti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tem-pesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pu-gile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denuncia-to. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazio-ne: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrit-tori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea .

  2. Lettera a Claude Jamet , “Una lettera di Céline”, in “Germi-nal”, n. 1, 28 aprile 1944, p. 1.
    Traduzione di Valeria Ferretti.

    Caro amico,
    trovo il vostro articolo assai bello, e niente da ridire.
    Forse una parola in più sull’attuale gigantesca tartuferia della Resi-stenza! Quando mai la Francia è stata così ricca, così avida, rimpin-zata di profitti di guerra, per essere precisi commercio con il nemico! Si fucilava per molto meno dal 1914 al 1918.
    Il menefreghismo francese raggiunge, credo, in questo momento il suo apice storico. La gente di Londra e di Algeri parla di una Fran-cia teorica “ultime cartucce”, alla “Buzenval!” mentre i tre quarti di questa nazione nuotano, per il fatto della guerra, in una baldoria insperata, crepano di profitti! Aspirano alla liberazione solo per convertire i loro profitti bellici in dollari. Dolore pelliccia di coni-glio, abominevole geremiade. Evidenza della putredine dell’anima di questa nazione diventata talmente sorniona e talmente vile, che può essere ripulita solamente dal grande mezzo chirurgico: l’ablazione del capitale individuale.
    La saluto molto cordialmente.
    L.-F. CÉLINE

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