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Serie A. C’era una volta la Scala del Calcio: Milan-Inter il derby della decadenza

Pubblicato il 25 novembre 2014 da Giovanni Vasso
Categorie : Sport/identità/passioni

berti rijkaardNon azzardatevi a chiamarla nostalgia. Non c’entra nulla la letargica liturgia pastosa e smielata del tempo (glorioso) che fu quando, a San Siro, tra Milan e Inter suonava la grande musica della Scala del Calcio. L’ultimo derby per la supremazia calcistica della capitale d’Italia s’è concluso con un pareggino che non fa male a nessuno. E questo sarebbe il meno. Lo spettacolo – a volerlo chiamar così – è stato assicurato solo da clamorosi errori sottoporta, svarioni e delusioni. Tra cantori bolliti e personaggi in cerca d’autore, la disfida meneghina ha deciso di passare dalla Filarmonica ad X Factor.

SINFONIE DAL PASSATO. C’è stato un tempo in cui Beethoven tifava Inter e Tchaikosvskij teneva al Milan. Una volta, sul campo del Meazza,  Matthaus, Klinsmann e Brehme suonavano l’Eroica mentre, dall’altra parte della trincea, Arrigo Sacchi impartiva i tempi all’ipnotico balletto del Lago del Cigno Van Basten e dei Tulipani neri Gullit e Rijkaard. Pare trascorsa una vita quando, al San Siro, l’interista samba poderosa e fragile di Luiz Nazario da Lima si trasformò nel tristissimo fado milanista di Ronaldo. Sembrano essere passate ere geologiche da quando l’Ivan Drago del calcio, Andriy Shevchenko, riempiva di palloni (14) la porta dell’Inter che, poi, veniva vendicata, qualche anno dopo, dai ganci possenti di Diego Milito, il sosia di Rocky Balboa prestato alla pedata. E poi le esplosioni violente e più o meno effimere di Bobo Vieri e Adriano, l’impenetrabile filastrocca Tassotti-Maldini-Costacurta-Baresi, l’arroganza bifronte di Ibrahimovic e l’eleganza evangelica di Kakà, la classe generosa di Javier Zanetti e l’estro struggente del Chino Recoba. Djorkaeff e Ince, Albertini e Savicevic. Persino Gianni Comandini seppe diventar poesia, in quel sei a zero che i milanisti ancora rinfacciano ai Bauscia. Sinfonie calcistiche a ventidue voci e quarantaquattro gambe. Certo, alla Scala del Calcio di stecche – e clamorose – ce ne sono state. Ma rappresentavano l’eccezione che confermava una delle grandi regole del calcio italiano: Milan l’é on gran Milan. Favole di un tempo che fu.

CASTING FELLINIANI. L’ultimo derby ha avuto un sapore amaro. Musica funebre a corredo di scenari felliniani. Come stare sotto assedio, con l’incubo della disfatta definitiva e il fetore di paura e di morte che sale su per le narici, paralizzando il cervello e stroncando il cuore. A Milano hanno cercato di rompere l’assedio della decadenza ingaggiando vecchi arnesi, spacciandoli per usato garantito. L’Inter s’è goduta Vidic (sbattuto d’imperio in panchina dal revenant Mancini) e il Milan s’è depresso appresso alla decontestualizzazione di Fernando Torres. Qualche vecchietto raccattato qua e là che tenta di flautare calcio mentre i ragazzini in campo sembrano non avere ancora intenzione di salire in cattedra. L’interista Ranocchia deve ancora studiare, e tanto, per diventare un leader difensivo. Il milanista El Shaarawy non ha ancora deciso che vuol fare da grande. Stesso discorso sembra poter valere per De Sciglio. Keisuke Honda, forse, qualche anno fa, in Italia sarebbe venuto solo a chiedere l’autografo a Hidetoshi Nakata firmando un precontratto con il Perugia o l’Udinese in attesa di essere girato a destinazione da definirsi. Mauro Icardi, che pure segna, chissà se avrebbe trovato il tempo di guadagnarsi le paginate sportive di cui gode oggi. Oggetti misteriosi, qualche luce e troppe ombre.

Non azzardatevi, perciò, a chiamarla nostalgia. Questo è un fatto, incontrovertibile: prima, alla Scala del Calcio, c’erano i concerti suonati dai professori di pallone. Adesso siamo al casting di X Factor.

@barbadilloit

@giovannivasso

Di Giovanni Vasso

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