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Libri. “I fumetti che hanno fatto l’Italia” di Alfatti Appetiti: l’almanacco delle nuvolette

Pubblicato il 15 novembre 2014 da Moreno Burattini***
Categorie : Libri

alfatti fumettiHo letto “I fumetti che hanno fatto l’Italia”, di Roberto Alfatti Appetiti (Giubilei Regnani Editore, 2014, brossurato, 170 pagine, 14 euro). “Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser”. Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell’intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal “Corriere dei Piccoli”), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.

Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani.

Una signorina di Boccasile

Una signorina di Boccasile

Fra gli italici autori fascistissimi di cui la damnatio memoriae imposta dal dopoguerra ha impedito si celebrasse l’opera, viene ricordato Gino Boccasile le cui Signorine, secondo Antonio Faeti, “rappresentano una pietra filosofale dell’erotismo”. Da esse nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale. Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti. Anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri.

Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, che (ognuno gettando il proprio seme) alle saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra, forse, l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti cacciato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessanti anche i capitoli su Reiser, sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella preconfezionata che si usa di solito. Ma perfino i Puffi e Tintin fanno discutere, in questo caso grazie ai paladini del politicamente corretto (giustamente derisi da Alfatti Appetiti) che ce l’hanno con la presunta apologia dell'”utopia totalitaria” rappresentata dalla comunità di Peyo, agli ordini del dittatore Grande Puffo e propugnatrice degli ideali della purezza di sangue (la razza ariana incarnata dalla Puffetta bionda), ma anche con il presunto “fascismo” di Hergé.

Insomma: la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Sentiti e commoventi i ricordi dell’autore riguardo le due figure a cui è dedicato il saggio: Luigi Bernardi e Sergio Bonelli.

Moreno_Burattini,_2013***Moreno Burattini. Sceneggiatore di fumetti ma anche scrittore, saggista, critico specializzato, curatore di mostre e autore teatrale, Moreno Burattini si è laureato in Lettere all’Università di Firenze con una tesi sulla sceneggiatura dei fumetti. Dopo aver scritto numerose storie di Cattivik e Lupo Alberto, si è affermato come uno dei principali sceneggiatori e soggettisti delle storie di Zagor (Sergio Bonelli Editore), serie di cui è curatore ed editor dal gennaio 2007, oltre che l’autore più prolifico. La sua prima storia pubblicata dello Spirito con la scure risale al 1991 e nel giro di qualche anno ha superato per numero di storie scritte il suo stesso creatore, Sergio Bonelli (alias Guido Nolitta). Per la sua attività al servizio dei fumetti, Burattini è stato insignito di importanti premi, tra cui due riconoscimenti particolarmente prestigiosi: quello che l’ANAFI assegna al miglior soggettista e quello che “il Fumo di China” riconosce al miglior autore umoristico. Autorevolezza, simpatia e disponibilità a confrontarsi con i lettori, fanno di Burattini un “personaggio” molto popolare anche sul web. Non è certo un caso se la sua pagina facebook, da cui è tratta la recensione al libro di Alfatti Appetiti, è tra le più seguite dei social network con migliaia e migliaia di contatti. Chi volesse approfondire l’attività professionale di fumettista, può farlo visitando il suo blog: Freddo cane in questa palude (morenoburattini.blogspot.it)

*”I fumetti che hanno fatto l’Italia”, di Roberto Alfatti Appetiti (Giubilei Regnani Editore, 2014, brossurato, 170 pagine, 14 euro)

@barbadilloit

Di Moreno Burattini***

Una risposta a Libri. “I fumetti che hanno fatto l’Italia” di Alfatti Appetiti: l’almanacco delle nuvolette

  1. Chissaà se in una nota c’è stato spazio anche per un quindicinale – mi sembra – che negli anni Settanta si chiamava “Hurrà”. Erano fumetti di guerra, gli unici dove i soldati italiani c’erano e non erano comparse più o meno ridicole come accadeva nel gettonato “Supereroica” che, nella migliore tradizione nostrana, non era altro che la traduzione di fumetti inglesi o americani dove gli eroi erano sempre, appunto, inglesi o americani. I tedeschi – come i giapponesi – erano cattivi e stupidi e capaci di morire a centinaia ogni numero. In pratica a quei ritmi la Seconda guerra mondiale sarebbe durata poche settimane…
    “Hurrà” durò pochi numeri mi sembra e lasciò la testimonianza di quello che anche poi, in non molti, abbiamo cercato di fare: dare voce e spazio ad una visione dell’Italia, del suo popolo e della sua Storia meno disfattista, cialtrone, autodenigrante, autolesionista. Aborti di quella “fabbrica della cultura” che si sarebbe dovuta creare e che ancora aspetta di essere impostata per contrastare uno spirito dei tempi che ha iniziato a soffiare molti anni fa senza che nessuno o quasi, a destra in primis, se ne desse gran pensiero…

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