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L’intervista. De Benoist: “Eutanasia? E’ meglio abbandonare il linguaggio dei diritti”

Pubblicato il 13 novembre 2014 da Nicolas Gauthier
Categorie : Le interviste

Relatori-Alain-de-Benoist-e-CevolinIl dibattito sull’eutanasia infuria. Ma ci sono diversi modi di metter fine alla propria vita. Chiedere ai medici di abbreviare le sofferenze di una lunga malattia, suicidarsi per disperazione (depressione profonda), o sacrificarsi (kamikaze giapponese) o l’aspirazione eroica (Dominique Venner)… Come charire questa situazione?

A volte il confine tra la morte voluta (suicidio) e la morte accettata (il martirio) è sottile … Ma, per  chiarire, innanzitutto non dobbiamo confondere il suicidio con l’eutanasia, anche se quest’ultima può talvolta assumere la forma di suicidio assistito. Secondo l’usanza degli antichi romani, io rispetto e accetto perfettamente il suicidio, compreso il suicidio assistito, ma la questione dell’eutanasia va molto al di là rispetto alla misura in cui ci si può dare la morte quando si è in buona salute, mentre l’eutanasia (etimologicamente la “buona morte”) è necessariamente legata a una fine di vita già programmata.

Dominique Venner e Mishima

Dominique Venner e Mishima

In tutti i casi questo è un problema di cui non si può sottovalutare l’importanza, tenuto conto della finitezza umana. L’unica cosa di cui ognuno di noi può essere certo è che morirà: l’uomo è quell’essere che sa che è “essere-verso-la-morte” (Sein zum Tode), come disse in Essere e tempo  Martin Heidegger, perché sapersi votato alla morte è la maniera specificamente umana di assumere autenticamente ciò che si possiede. La coscienza della morte non risalta tanto come anticipazione predittiva (poiché da quando un essere umano nasce è abbastanza vecchio per morire), ma come una riflessione sul senso stesso dell’esistenza stimolata dalla possibilità sempre presente di una morte insuperabile. Ciò detto, non c’è bisogno di essere un filosofo per rendersene conto! Secondo l’Ined (Istituto nazionale studi demografici, ndr), ci sarebbero già in Francia circa tremila eutanasie l’anno. Aumentando la durata media della vita, possiamo anche aspettarci una domanda di eutanasia sempre più forte.

Che cosa pensate di questa famosa questione del “fine vita”?

Tutti i sondaggi mostrano che una immensa maggioranza di francesi (92 per cento) sono a favore dell’eutanasia attiva per le persone che ne fanno richiesta e che soffrono di “malattie insopportabili e incurabili”, a partire da se stessi, e ciò è stato possibile constatarlo nei dibattiti avviati da notizie di cronaca e da processi sensazionali. Faccio parte di quella maggioranza. Io penso che mettere fine in condizioni pacifiche a una vita che finisce in una forma vegetativa o fra indescrivibili sofferenze rileva della semplice umanità. E penso anche che non ci sia più grande prova d’amore (o di amicizia) che aiutare a morire un parente che lo ha richiesto. Personalmente non mi piacerebbe essere tenuto in vita artificialmente se la fine della mia vita dovesse accompagnarsi a uno stato vegetativo o di sofferenze insopportabili. In termini di accanimento terapeutico, bisogna porre dei limiti. Limiti che vogliono abolire gli avversari dell’eutanasia (per loro non dovrebbero esserci  limiti all’accanimento terapeutico), mentre invocano la necessità di rispettarli quando si tratta della Pma (Procreazione medicalmente assistita, ndr) o della Gpa (Maternità eterologa, ndr).

L’ideale, naturalmente è che vi sia accordo tra l’interessato, la sua famiglia e i medici. Quando ciò non è possibile, può almeno esserci, in genere, concertazione fra medici e parenti. Ma ovviamente è necessario essere attenti ai rischi di sbandamento, che sono reali. Al contrario,  bisogna anche farla finita con i fantasmi (del tipo “vogliono uccidere tutti i vecchi” o si istituisce uno “sterminio programmato”, ecc) che si agitano tanto più volentieri quando non ci si è mai confrontati personalmente con situazioni dolorose di questo genere. E’ il motivo per cui dobbiamo legiferare, anche se in passato queste cose spesso passavano nel segreto delle famiglie e l’opacità delle società tradizionali. Solo una legislazione appropriata può impedire al massimo le derive o gli abusi. La legge Leonetti (2005) non è una cattiva legge. Tuttavia, potrebbe essere ulteriormente migliorata.

Tra i medici, ci sono coloro che intendono “preservare la vita” a tutti i costi. E gli altri che credono di avere quasi il diritto di vita o di morte sui loro pazienti. Non ci sarà una via di mezzo?

La maniera più ragionevole è quella di non ragionare in termini assoluti. Non si può eludere un tale problema nascondendosi dietro grandi principi che non tengono conto delle situazioni concrete che sono sempre particolari, difficili, tragiche oppure abominevoli. Io stesso ho il più grande rispetto per la vita, ma non la confondo con le sue forme più degradate. Per un essere umano, “vivere” non è solo respirare o avere il battito cardiaco, è aver coscienza della propria esistenza. Quando non c’è più consapevolezza (o la possibilità di coscienza), non si “vive” già più. Ciò che è notevole è che il dibattito sull’eutanasia mostra chiaramente i limiti del discorso sui diritti, poiché quelli che proclamano il “diritto alla vita” si oppongono a coloro che sostengono il “diritto di morire secondo dignità”. In questo settore, come in molti altri, è sicuramente meglio abbandonare il linguaggio dei diritti.

Intervista di Nicolas Gauthier ad Alain de Benoist (www.bvoltaire.fr) [traduzione di Manlio Triggiani]

@barbadilloit

Di Nicolas Gauthier

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