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La destra che non c’è nel Pdl (e nel M5S) e quella che potrebbe nascere da nuove elaborazioni

Pubblicato il 27 febbraio 2013 da Angelo Mellone
Categorie : Politica

a destraSiamo stati facili profeti. In effetti, ci voleva poco. Ci voleva davvero poco a immaginare, grazie a una facile aritmetica, che la destra – o, come piace dire agli “inclusivi” – le destre, sarebbero uscite polverizzate da questa tornata elettorale. I risultati risibili di Fli e della Destra, poi, se vogliamo hanno peggiorato le cose. Per cui i parlamentari che possono vantare un’esperienza passata in Alleanza Nazionale o nel Movimento sociale, ormai, si possono contare sulle dita di un paio di mani, o poco più. Nel tripolarismo-e-mezzo che adesso lascerà l’Italia a galleggiare in una isterica ingovernabilità, per i nipotini della Fiamma non c’è spazio. Non ci sono. I pochi, sono ininfluenti, giusto la consolazione, per quei pochi, di darsi una pacca sulla spalla in Transatlantico con la mesta soddisfazione degli scampati a un eccidio. Non c’è destra nel grillismo, che è altro. Non c’è destra nel montismo. Ma non c’è destra – e tocca spiegarlo bene a chi qualche giorno fa invitava qui a votare PdL “turandosi il naso” – neppure nel PdL, che in questa fase, e pure legittimamente, si è totalmente berlusconizzato, finendo per assomigliare al suo presidente più di quanto non fosse omogenea al berlusconismo la Forza Italia del 1994.

A destra nessuno ha avuto la voglia o il coraggio di intestarsi un nome altrove utilizzato malissimo, Rivoluzione civile, e alla fine il dazio, il dazio pesante, come ho già scritto, corre il rischio di pagarlo la “generazione maledetta” che all’epoca di tangentopoli aveva tra i 15 e i 25 anni, che è entrata nella seconda Repubblica come sorridente massa d’urto e che oggi, nella fase in cui dovrebbe naturalmente diventare la nuova classe dirigente, si trova di fronte qualcosa di peggio di un deserto. Perché il deserto, perlomeno, è pulito e asettico. No: si trova di fronte a macerie, per giunta maleodoranti. Ai cadaveri appesi di un’eterna promessa mai sbocciata. Ai brandelli di bandiere sventolate male, e spezzate dal vento della corruzione morale. All’unica eredità che gli attuali 50-60enni hanno lasciato ai più giovani: il nulla. Ma non un nulla vuoto: un nulla pieno di sdegno. Un nulla pieno di imprese fallite. Un nulla culturale. Un nulla politica. Un nulla, dunque, colloso, appiccicoso, denso di incognite, prima delle quali da dove ripartire, e come, di fronte alla Bestia che i teorici delle élites e i diffidenti verso la politica delle masse conoscevano bene: il rifiuto della politica organizzata tramutato nella convinzione che, in questo mondo di ladri, una casalinga pescata a sorteggio può diventare ministro dell’Interno. La riedizione, un secolo dopo, dell’idea leninista della cuoca al governo. L’andata in malore dell’idea nobile della democrazia diretta. Machiavelli aveva già identificato gli elementi della democrazia tumultuaria. Ugo Foscolo, in una citazione che un poco scopiazza letterariamente proprio Machiavelli, scrisse: «Per avere i plausi della moltitudine conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre». Ecco. Il punto da cui partire è proprio questo.

Negli anni Novanta sono stato tra quelli che, prima di farlo diventare un termine di moda, ha sempre cercato di rintracciare la “fonte amorevole” del populismo, la traccia buona della lotta anti-establishment, e i caratteri positivi delle leadership mediatiche contemporanee. Ciò che Berlusconi ha rappresentato nel mondo mediatico 1.0, adesso Grillo lo rappresenta nella piattaforma sconfinata del 2.0. Di fronte a ciò che accade, il pensiero deve rimettersi pancia a terra e analizzare, studiare, capire. Non è più il tempo degli esercizietti letterari o delle analisi di facile politologia sul governo dei banchieri o i post-comunisti. Adesso la campagna elettorale è finita e le retoriche, alcune delle quali patetiche, utilizzate in questi mesi, possono tranquillamente essere buttate nello scantinato. Abbiamo scritto già tempo fa che forse è arrivato il momento di “rifondare” culturalmente una destra in Italia. A maggior ragione, di fronte a questo sfacelo, un minimo di senso di responsabilità spinge ancora più forte in questa direzione. Ma il punto da cui partire è il rifiuto alla base proprio dello spirito di chi ha invitato a votare PdL “turandosi il naso”, nella malsana idea che il meno peggio di un anticomunismo retorico fosse meglio, per dire, di un governo Bersani. Scelta individualmente legittima, ma che con l’idea di rifare la destra non c’entra niente.

Secondo punto: siccome qui la base di discussione è la presa d’atto di un fallimento storico e, di conseguenza, l’indisponibilità di una generazione a farsi condannare per concorso esterno in questo fallimento politico, culturale, antropologico, non è il tempo delle mezze misure o dei pasticci tipo “i rassemblement delle destre”. Ovvero mettere assieme i cocci, i rimasugli del fallimento (sia politici sia culturali: c’è qualche “intellettuale” che sulla coscienza porta il peso di grandi corresponsabilità), nella sciocca speranza che l’adunata dei reduci sia un’altra forma di male minore. Se qui qualcuno ancora non l’ha capito, la seconda Repubblica è finita. Tramontata. Volatizzata. A prescindere da quanti voti ha preso la coalizione berlusconiana o il centrosinistra. Nel nuovo scenario, il primo problema è capire se c’è ancora spazio per una destra: ma se c’è, dev’essere una destra che questa nazione nella seconda repubblica ancora non ha conosciuto. Che si riprenda i temi della sovranità, del nuovo patriottismo, della cittadinanza attiva, della legalità. Che ricominci di corsa a ragionare di modelli di welfare e politiche del lavoro. Che stabilisca un fossato invalicabile tra il suo esperimento e lo sfascio etico e morale che già troppi danni ha fatto nel vecchio centrodestra. E che, per fare tutto questo, ricominci a praticare con umiltà la strada dell’elaborazione culturale, intendendo con questo non le pur lodevoli interviste a questo o quel giornalista o scrittore, o la pratica ormai stantia del non-conformismo. No, una destra che faccia tutto ciò che dal 1994 non è mai stato fatto, se non a slogan: immaginare una società nuova, studiare il linguaggio della contemporaneità, smetterla con le inutili retoriche tradizionaliste che partoriscono comportamenti opposti, chiamare a raccolta tutti coloro che hanno buone idee da fornire, in chiave di analisi e di soluzioni, sulla politica internazionale, l’economia industriale, la società delle reti, i nuovi modelli di famiglia. E così via. Una mole gigantesca di cose da fare. Una missione, magari, destinata a naufragare. Ma meglio naufragare che morire di fame in un porto dove tutte le navi sono bruciate e, fuori dalle mura, i barbari chiedono sangue.

Di Angelo Mellone

20 risposte a La destra che non c’è nel Pdl (e nel M5S) e quella che potrebbe nascere da nuove elaborazioni

  1. Quindi? Va bene lo sfogo, vanno bene la bacchettate, ma di concreto cosa facciamo? Abbiamo un nucleo attorno al quale costruire, uno straccio d’idea, un appiglio? Facciamo una costituente in qualche luogo ameno di montagna? Ci stringiamo a coorte intorno ad Alemanno per le comunali? Santifichiamo qualcuno degli scampati all’eccidio? Riprendiamo il manganello? L’analisi è lucida e largamente condivisibile. Ma l’azione deve seguire immediatamente.

  2. http://spazioariete.blogspot.it/2013/02/arrendersi-niemals.html

  3. Alcuni “intellettuali” pasciuti da Gianfranco Fini solo un paio di anni fa invitavano a rifiutare lo sterile accorpamento dei cocci della Destra (rappresentati oggi da una componente purtroppo marginale del PDL, da Fratelli d’Italia e La Destra), perché la II Repubblica era conclusa. Invitavano a superare l’idea stessa di Destra, ritenuta una degradante categoria ottocentesca. Le linee guida proposte le seguenti: patriottismo repubblicano (non repubblichino…) e legalitario (nella direzione del giustizialismo), cittadinanza attiva (inclusiva, ma solo riguardo gli immigrati) e nuovi diritti (senza nuovi doveri, ovviamente sul fronte delle coppie omosessuali). Respingendo infine ogni contatto cellulare con Silvio Berlusconi, probabilmente indegno persino di rappresentare un mezzo (la proposta era il lìderismo finiano). Bene, così nacque Futuro e Libertà per l’Italia.
    Umilmente sostengo dal 2005 un ritorno ad Itaca, quando rifiutai, dimettendomi da ogni incarico, la deriva oligarchica di Alleanza Nazionale. Avevo 21 anni. Adesso mi attenderei più autocritica, meno demolizione e qualche iniziativa concreta da un mondo intellettuale a Destra nel quale ho riposto per anni fiducia incondizionata.

  4. una analisi cinica e dettagliata di una realtà catastrofica che pesa soprattutto sulle spalle di chi vive (ha vissuto) la politica in maniera pura, scevra da interessi personali, con la passione di un innamoramento ormai tradito…
    …ma l’amore non muore mai e queste parole taglienti e infuocate possono attraversare la crosta della delusione e riaccendere gli animi…
    …ma non più in ordine sparso…non più alla rinfusa…un atteggiamento tipico a destra e un po in contrasto con lo stereotipo destrorso dell’organizzazione cameratesca…idee in movimento che riaccendano il motore di una struttura efficiente e regolata che riesca a convogliare la voglia di tornare a fare politica da destra per la Patria…
    …le parole di Mellone e di De Feudis più che buoni propositi dovrebbero rappresentare il primo capitolo di un nuovo manifesto di destra…per ridare fiducia ad una generazione che non vuole ne naufragare ne dissetare i barbari…

  5. Condivido il commento di Pietro Forestiere ed aggiungo che proprio l’aberrante pensiero dell’avvenuta archiviazione delle ideologie (nel senso letterale di studio, approfondimento delle idee intese nome naturale ed indispensabile punto di partenza) ha costituito e costituisce l’essenza stessa della crisi; quella crisi in cui tutto è relativo, tutto è fungibile fino ad annichilirsi in una sorta brodaglia melmosa nella quale ogni cosa si mimetizza e diventa inutilmente uguale. Dunque la riscoperta delle idee e dei valori caratterizzanti e, per ciò stesso, non contrattabili; poi l’approfondimento, lo studio, la “logia” affinchè idee e valori non rimangano cristallizzati in un empireo nel quale, privi di concretezza, diverrebbero inevitabilmente obsoleti e, dunque, superati e perdenti.

  6. Condivido a pieno l’analisi fatta da Pietro Forestiere il quale ha lucidamente individuato il punto focale; non è possibile che coloro i quali fino a pochi giorni fa gridavano ai quattro venti la fine della destra e della sinistra in nome di una squallida posizione centrista, oggi si rifacciano portatori delle istanze di tutti coloro i quali nella destra ci hanno sempre creduto. Non so se siamo di fronte alla fine della seconda repubblica, francamente è un problema che non mi pongo, ma di certo siamo alla svolta per la destra nazionale; è davvero necessario ripensare e rifondare una nuova destra, abbandonando definitivamente le divisioni e le inimicizie personali che sono state le cause del tracollo a cui abbiamo tutti quanti assistito, e che a noi giovani è costato molto pur non avendo giocato un ruolo attivo nelle fratture precedenti. La destra italiana ha bisogno di una nuova casa, un soggetto politico che racchiuda le molteplici anime del pensiero di destra, nel quale tutte insieme possano esprimere le proprie posizioni. Serve una grande svolta a destra, una svolta che chiuda finalmente la bocca a coloro i quali fino ad ieri affermavano la morte della destra ed ora cercano una nuova casa dove trovare riparo dopo la trombata post elezioni.

  7. <>.

    Caro Angelo, questo passaggio va considerato come una venatura di autocritica?

  8. Ovvero mettere assieme i cocci, i rimasugli del fallimento (sia politici sia culturali: c’è qualche “intellettuale” che sulla coscienza porta il peso di grandi corresponsabilità)

    Caro Angelo, questo passaggio va considerato come una venatura di autocritica?

  9. Il buon Mellone si dimentica di citare Fratelli d’Italia, forse perché dopo aver pompato assieme a gente come Filippo Rossi quel fallito di Fini, non accetta che qualcun altro sia finito in parlamento come partito di destra.
    Non citare Fratelli d’Italia è ovviamente voluto.

  10. Redazione

    una precisazione necessaria della redazione. barbadillo e’ uno spazio libero di dibattito politico culturale. ritenerlo il luogo per rivangare divisioni o dissapori degli ultimi anni, che riguardano altre iniziative editoriali o politiche, e’ un errore fuorviante. stiamo tracciando a fatica un nuovo indirizzo, una nuova strada. e in questo senso vanno intesi tutti i contenuti che pubblichiamo sulla nostra piattaforma. cerchiamo costruttori di navi per un lungo viaggio non rottamatori di un passato gia’ rottamato dallo spirito del tempo.

  11. Il contributo di Mellone è sofismo allo stato puro che a tratti sfiora il qualunquismo..Quindi? Dunque?…
    Assistiamo senza reagire allo smembramento della coalizione di Destra e alla diaspora del suo elettorato che vaga alla ricerca di “quel” qualcuno a cui dare il proprio voto.
    Essere coesi e marciare verso lo stesso obiettivo non sempre significa “incollare i cocci” ( che tradotto vuol dire “Uniamoci e prendiamo più voti!” ) e Fratelli d’ Italia ne è chiaro manifesto.
    Come giovane italiana mi sento profondamente tradita e calpestata dalla classe politica di Destra che avrebbe dovuto rappresentare la sua comunità di elettori e lavorare ed operare per il bene di quel Paese chiamato Italia, mossa da quei tanti principi utili, oramai, solo per filosofeggiare. Ora si può solo edificare, ripartire.. muoversi! Urge un rappresentante di quel partito che sia REALMENTE a Destra, senza alleanze tattiche e strategiche. Scegliamocelo e facciamo qualcosa noi elettori di quella destra vagabondante!

    La storia e la scalata mediatica (ed elettorale) di Grillo ci insegnano… e abbiamo l’ obbligo morale di non arrenderci e consegnare il Paese ad un demagogo qualsiasi!

  12. Sono perfettamente d’accordo. La destra è stata assente in queste elezioni e i risultati si vedono. Eppure la situazione economica, il fallimento del modello capitalistico dopo quello del modello comunista, avrebbero potuto aprire enormi spazi a un pensiero non allineato. L’errore è stato anteriore e le giovani italiane (nonché giovani italiani) non ne hanno colpa. Quando Alleanza Nazionale ha rinnegato il corporativismo appiattendosi sul modello neoliberista che ha rivelato i suoi limiti almeno dal 2000. Non abbiamo più un duce, ma nemmeno un Beneduce…

  13. Analisi chiara e condivisibile da prendere per andare oltre.Dobbiamo coniugare culturalmente le innovazioni tecnologiche (internet,energia alternative,risparmio del territorio ecc.) con le nostre idee Tradizionali e Spirituali ( un primordiale tentativo fu fatto da C.Z.Codreanu ) per rifondare la società come Comunità sia sociale che politica.

  14. Qui come al solito c’è qualcuno che si è bevuto il cervello. E certi commenti sono allucinanti. Se qualcuno trova un solo mio contributo in cui sostengo che bisogna superare la categoria di destra. Dunque vorrei capire quale autocritica io debba fare. Faccio presente che, con Alessandro Campi, abbiamo curato un libro dal titolo “La destra nuova”, l’ultimo libro direttamente “politico” che ho scritto. Poi, se qualcuno mi chiede “tu come intendi la destra” allora il discorso cambia. Ma per cortesia, se qualcuno deve criticare, lo faccia con senno e senza spandere parole al vento, inutili. Quanto alla “dimenticanza” di Fratelli d’Italia, francamente è una dimenticanza. Sono nemico delle dietrologie, il veleno che infetta la lingua dei mediocri.

  15. Che assist meraviglioso. Presumo che sui commenti, ritenuti “allucinanti” perché evidentemente sgraditi, aleggiassero proprio le lettere stampate ne “La destra nuova”. Vado a memoria, avendo letto quel lavoro tre o quattro anni fa. La destra nuova, il rovesciamento delle parole e l’accantonamento dei contenuti delle opere sul comunitarismo e sulla metapolitica di De Benoist. La denigrazione massiccia del credo della Destra sociale, liquidata come ideologia. Da qui la mia semplificazione sulla richiesta proveniente da quelle pagine del superamento della categoria di destra, quella sociale, che rappresenta tuttora almeno in astratto l’unica ancora non fagocitata dal berlusconismo. Oltre al tentativo di demolizione del tradizionalismo evoliano di cui un’intera generazione si è nutrita. Oltre alla rinuncia al revisionismo storico, per non incorrere in apologia di fascismo. La proposta de “La destra nuova”, volo pindarico culturale adattato a una sorta di paneuropeismo, era il modello Sarkozy perché vincente, si scriveva. Ovviamente l’alter Nicolas italiano a cui ci si riferiva era, casualmente, Gianfranco Fini, proprio nei giorni del quotidiano “controcanto” al governo di Centrodestra, dal comodo scranno della Presidenza della Camera. In sintesi, “destra nuova”, finismo, neocentrismo con apertura a sinistra, 0,46%, fuori dal Parlamento e dalla storia. Pare che lo stimato professore Alessandro Campi sui social network si sia di recente assunto la responsabilità per quell’abbaglio su Fini, assunzione condita da autocritica. Per gli altri invece impenitenti, ci cospargeremo il capo di cenere noi “allucinati” che a quella via non abbiamo creduto. E che oggi tentiamo dai “mediocri” circoli territoriali di ricostruire una Destra credibile.

  16. Mi sa che hai letto un altro libro.

  17. Caro Angelo, preciso, per quanto mi riguarda. Poiché nel tuo intervento hai espressamente parlato di “…qualche “intellettuale” che sulla coscienza porta il peso di grandi corresponsabilità”, mi son chiesto – bonariamente, lo sottolineo – se la cosa poteva riguardare anche te che, con Campi, avete avuto un ruolo “intellettuale” nell’avventura finiana che tanta parte ha avuto nel fallimento storico della destra o delle destre in Italia. Stop. Avendo stima di te ho immaginato che nel tuo caso si potesse ipotizzare un po’ di autocritica anche ricordando quel vecchio detto che dice “Tutti gli uomini sbagliano. Solo i grandi uomini ammettono di aver sbagliato”. Stop.
    Il disastro delle destre è tale da lasciare annichiliti e basiti: e io, con tranquillità (forse anche per la delusione provata) e senza bava alla bocca, mi son trovato un po’ sorpreso nel vedere due politologi così schierati sul fronte di una destra tanto impossibile (stupisce che diverse persone intelligenti abbiano faticato così tanto a capirlo…) da essere subito risultata inesistente, eppure pronti – addirittura tra i primi… – a discutere su questo sito di come ridar vita alla destra dopo le ultime elezioni. Niente di grave, come vedi. Anche perché cambiare idea è legittimo e in casi come questo salutare. Era, insomma, solo una “curiosità intellettuale” da parte di uno che intellettuale non è e che leggerà con curiosità le proposte che verranno – certo anche da te e da Campi – per reimpostare il discorso. Magari dopo aver precisato chi, a tuo giudizio, sono gli intellettuali che “che sulla coscienza portano il peso di grandi corresponsabilità”. Questo mi incuriosisce davvero…

    Cordialmente

    Fabio Andriola

  18. Prendo atto della risposta dell’autore. E dell’argomentazione. Ringrazio Fabio Andriola e la quasi totalità dei commenti qui pubblicati per aver reso meno “allucinante” la mia visione. Un abbraccio

  19. Caro Fabio,
    ti rispondo subito (precisando che ovviamente nella replica non ce l’avevo con te). E mi spiego subito: come ha già detto, proprio qui su Barbadillo, Campi, né io né lui abbiamo avuto difficoltà a riconoscere i limiti della leadership finiana. Per quanto mi riguarda, sono stato tra i fondatori di Farefuturo, avventura culturale che dal 2007 al 2009 ha prodotto cose importanti. Per intenderci: quello che pensavo nel 2007 lo pensavo, in buona parte, anche nel 1998 e, in buona parte, continuo a pensarlo adesso. Chiedere e immaginare, da tempo, una destra non-caricaturale e davvero moderna è ciò che auspico da quando facevo politica (il che non significa destra smemorata o esterofila, per intenderci). L’autocritica c’è, ed è stata fatta, sul sostanziale fallimento – politico, non culturale – di Farefuturo. Quando però parlo di autocritica, Fabio, non intendo però riferirmi al lavoro – in questo caso – di due personaggi che non hanno mai rivestito incarichi di grande responsabilità nelle istituzioni o nel mondo della produzione giornalistica e culturale. Esiste una generazione, invece, di “intellettuali” (le virgolette non sono ironiche) che ha seguito passo passo l’evoluzione e l’involuzione del c.d. centro-destra dalle origini fino al disastro. E sono stati direttori, inviati di punta, intellettuali à la page, consiglieri d’amministrazione di grandi Enti (Rai e non solo) etc. Corresponsabili, culturalmente parlando, del deserto in cui oggi cammininiamo. Chiedere a me e a Campi, e non a loro, di fare autocritica, mi sembra, come dire?, ingeneroso. Prima che qualcuno – non tu certamente – alzi il ditino e mi dica “eh, ma tu sei in Rai!” rispondo subito: sì, a fare il dirigente della struttura periferica di un mondo non certo decisivo come quello della radio. Mentre la c.d. destra in Rai, negli anni, ha avuto ben altri punti di riferimento con ben altre responsabilità. Vorrei che qualcuno chiedesse conto di responsabilità e autocritiche ai “primi livelli”, non a chi per anni ha campato con collaborazioni, ha scritto libri e magari ha vinto anche qualche concorso universitario per i fatti suoi, ma non è mai entrato in consigli di amministrazione di Enti importanti o avuto accesso a case editrici prestigiose. Con stima.
    Angelo

  20. Caro Angelo,

    grazie della precisazione anche se hai lasciato tra le righe i nomi che certo hai in testa. Che poi non son molti. Di alcuni forse ho capito: in qualche caso probabilmente condivido, in altri forse no. Comunque forse la lista potrebbe essere un po’ più lunga… Ma resta il problema: politica e cultura “di destra” (comprese le tante fondazioni…) non hanno prodotto nessun circolo virtuoso per cui ora bisogna ripartire da zero, ancora una volta. Dimenticandosi la politica (intesa come dinamica elettorale) per il momento e creando – Finalmente – una base culturale condivisa. Si potrebbe iniziare con una serie di punti (uno dovrà essere, per forza di cosa, l’approccio con la Storia e il “revisionismo storico” perché oggi più che mai l’antifascismo è un’arma politica che si fonda su pregiudizi storici tanto diffusi quanto fragili) su cui i più non potrebbero non riconoscersi e vedere che succede. Fretta non bisogna averne anche perché non si può. E gli amici di “Barbadillo” offrono già un’ottima piattaforma su cui, pian piano, ci stiamo ritrovando in molti. Grazie e Ad maiora!

    Fabio Andriola

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