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L’intervista. Filippo Ceccarelli: “I destini di questo paese sono in mano a Grillo, un comico”

Pubblicato il 25 febbraio 2013 da Francesco Onorato
Categorie : Le interviste

filippo-ceccarelliFilippo Ceccarelli, editorialista de  La Repubblica, nel suo quinto libro, Come un gufo tra le rovine (pp. 288, euro 15, Feltrinelli), riassume lo spaccato della Seconda repubblica, attraversandone i momenti, dal triste al tragicomico, dal serio al faceto, senza risparmiare nessuno. «E alla fine non so più nemmeno io che cosa è questo libro» dice Ceccarelli del suo libro. «Se un diario, un lunario, uno zibaldone, uno spezzatino, un fritto misto, una macedonia, oppure un’altra possibilità, magari, per prendersi tutti, per prenderci tutti, un po’ meno sul serio. Che in fondo siamo tutti qui, in questa valle di risate e di lacrime, e la pazienza non è mai troppa». Noi di Barbadillo, che il suo libro lo abbiamo letto, lo abbiamo raggiunto per farci dire qualcosa di più.

 

Leggendo si nota subito una struttura “atipica”, se non altro originale. Com’è nata l’idea di questo libro?

Ha molto a che fare col mio lavoro. Io sono un giornalista “di seconda fila”, lontano dai fatti ma molto attento a studiarli. Il mio è un lavoro di partecipazione sulla parola scritta: leggo molti giornali, passo ore e ore a fare ricerche, ritaglio e metto insieme il materiale.

Ecco, i ritagli. Che importanza hanno nella sua professione?

L’importanza del ritaglio è decisiva. È come se si trattasse di una scannerizzazione di secondo livello: nel momento in cui prendo il ritaglio e lo conservo c’è già un principio di classificazione.

Insomma, le notizie che archivia fanno un po’ parte di lei.

Questo lavoro prosegue a livello quasi interiore. È un’attività che faccio da trent’anni e che ha preso ormai un aspetto vivibile, anche a livello di spazio, che si quantifica in 15-16 armadi.

Tornando al libro: chi è il gufo?

Non è il gufo la questione, ma come un gufo.

Cioè?

Cioè che sarei io come un gufo, nel senso che mi sento come un gufo. E mi dispiace. Vorrei tanto essere un airone, un’aquila o un passerotto o un merlo. E invece sono un gufo. E gufo.

E perché gufa?

Perché quello che ritaglio mi fa pensare che si sta andando verso una situazione tutt’altro che spensierata.

E quindi le rovine.

Diciamo che io le vedo già le rovine. Non c’è un solo indicatore economico, politico, sociale che mi faccia pensare che un processo di rovina sia evitabile.

Dunque il gufo come presagio di sventura…

Il gufo gufa ma è anche saggio. Nel libro c’è una parte tutta dedicata ai presagi, che non indicano certo serenità o pace. Il titolo, peraltro, non è mio ma è tratto dal Salmo 101, uno dei più terribili.

Un’ombra silenziosa sulle rovine, appunto.

L’impressione che ho è che il mondo del potere, a cui questi frammenti – che sono 777, il numero ha una risonanza curiosa – fanno riferimento, è un mondo affogato nella vanità.

A proposito di vanità, riprendendo i capitoli del libro, al nostro Paese hanno fatto più male “Visioni, allucinazioni” o “Vanità, capricci”?

Non c’è una classifica. Le vanità appartengono alla natura umana. Per quanto riguarda visioni e allucinazioni, quello è un altro punto di vista, ossia quello degli effetti.

Quali sono questi effetti?

Nel mondo in cui viviamo alcune cose sembrano irreali. Nel libro indico sempre la fonte da cui traggo ciò che scrivo, perché alcuni fatti sono talmente pazzeschi da sembrare inventati. Ma una cosa è certa: a forza di fare i buffoni sta per arrivare il buffone vero.

Che non è Berlusconi.

No, è Grillo. Un buffone vero, un professionista. Gli altri sono buffoni della domenica, che devono farsi notare altrimenti non se li filerebbe nessuno. Qui Berlusconi è riuscito meglio di tutti. Sono poche ormai le persone serie.

E chi sono?

Uno di questi era Monti, ma la sua permanenza in politica lo ha costretto ad omologarsi. L’uomo della sobrietà si fa vedere con un cagnolino in grembo e Geppi Cucciari che gli chiede se sua moglie ha letto Cinquanta sfumature di grigio.

Nemmeno Monti è più serio.

Ma come tanti altri: penso a quelli di Fratelli d’Italia che fanno la parodia di Sanremo col video omofobo e a Meloni e Crosetto che per riparare fanno la parodia della parodia. Nulla contro di loro, ne ho decine di questi esempi: penso a Di Pietro che parla dei peperoni.

La nostra è quindi diventata una “buffonecrazia”?

Se non altro il risultato è che, a poche ore dal voto, i destini di questo Paese sono in mano a un comico, che è diventato l’ago della bilancia attorno a cui si formeranno le maggioranze.

E quindi qual è, davanti a queste rovine, lo sguardo del gufo?

Atterrito. Non vedo come si possa essere ottimisti.

Di Francesco Onorato

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