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Calcio. Felpe verdi a White Hart Lane: il tributo dei tifosi del Forest al mito di Brian Clough

Pubblicato il 25 settembre 2014 da Giovanni Vasso
Categorie : Pallone mon amour Sport/identità/passioni

Sport, Football, pic: 1st May 1993, Nottingham Forest Manager Brian CloughLa leggenda dice che a Nottingham, quando si trattava di trovare il colore della maglia del Forest, si scelse il rosso, quello indossato dall’Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, come sentito omaggio al condottiero italiano. Oggi, per rendere omaggio al condottiero che più di ogni altro che segnato la storia dei Seagulls, mille tifosi – e non potevano essere né di più né di meno… –  in trasferta di Coppa al White Hart Lane di Londra, per lo scontro con il Tottenham hanno indossato non una camicia rossa ma la “green round neck jumper”, la felpa verde con lo scollo rotondo, la “divisa” dell’uomo che più di ogni altro ha cambiato il calcio nelle Midlands e in Inghilterra, l’Eroe della Seconda Possibilità, il mitico Brian Clough.

La rivincita e la rivalsa contro chi lo credeva un bluff spaccone, la seconda chance che diventa l’anticamera del Valhalla del Calcio. La sua carriera da allenatore ad alti livelli sembrava finita nel 1974, allo spirare dei quarantaquattro giorni trascorsi a Leeds nel tentativo di sostituire Don Revie, il padre-padrone dei Whites, passato a guidare la nazionale dell’Inghilterra. Quarantaquattro giorni che sono diventati un monumento della letteratura sportiva, raccontati e romanzati da David Pearce nel celeberrimo “Il maledetto United”, che ha finito per esportarne il mito in tutti e cinque i continenti.

Dopo quel clamoroso fallimento, dopo aver fallito l’occasione della vita,  l’uomo che aveva riportato in alto il “suo” Derby County, si accasò in seconda divisione, al Nottingham Forrest, il 6 gennaio del 1975 ereditando una squadra eternamente in bilico, in continua lotta con lo spettro della retrocessione in terza serie.

Ancora non lo sapeva nessuno, ma il giorno dell’Epifania di quasi quarant’anni fa rappresentò l’inizio della leggenda calcistica di una Cenerentola che diventa inaspettata Regina dell’Impero pallonaro del Vecchio Continente. Anzi, della doppia leggenda, snodatasi in giro per l’Europa, a battere le più blasonate e le più innovative formazioni europee, a cavallo tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Nemmeno la temibile Stasi potè qualcosa contro Cloughie: la terrificante Dinamo Berlino, la squadra dei servizi segreti della Ddr, fu schiantata. Grazie a gente come Peter Shilton, che contende a Gordon Banks il titolo di miglior portiere della storia dei Tre Leoni, il bomber Trevor Francis, che qualche anno dopo indosserà la maglia della Sampdoria. E poi l’inesauribile Viv Anderson, la pattuglia scozzese composta da John Robertson, Archie Gemmil e Kenny Burns. Una squadra costruita scoprendo talenti e convincendo la proprietà a spendere fiume di sterline pur di accaparrarsi i migliori campioni in circolazione.

Due Coppe dei Campioni vinte, grazie a un solo titolo conquistato, da neopromossa; stagione di grazia 1977-78. Con sette punti di distacco rifilati alla seconda, il Liverpool di Dalglish. Il 30 maggio del 1979, a Monaco contro il rivoluzionario Malmoe, i Garibaldi Reds colpiscono nel secondo tempo con Francis e si affidano alla straordinaria prestazione di Shilton che chiude la porta. Nottingham è sul tetto d’Europa. E dato che a differenza di Paganini, Cloughie amava ripetersi, il 28 maggio del 1980, a Madrid, un altro 1-0 consegna – ancora – la Coppa torna a casa di Robin Hood, strappandola all’Amburgo di Kevin Keegan che aveva negato proprio al Real la possibilità di giocarsi la finale in casa.

A distanza di dieci anni dalla scomparsa, e di venti dall’addio al calcio, il mito dello spaccone, irriverente e odioso Cloughie resta intatto e rappresenta, per le Midlands, molto di più di una semplice statua con le braccia levate al cielo del City Ground di Nottingham.

@barbadilloit

@giovannivasso

Di Giovanni Vasso

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