0

Lettere. La coerenza di Ezio Daquanno fascista di sinistra nell’Italia del dopoguerra

Pubblicato il 19 settembre 2014 da Ezio Daquanno
Categorie : Cultura
ernesto daquanno

Ernesto Daquanno con altri fascisti catturati davanti alla Prefettura di Como

(Pubblichiamo la lettera di Ezio Daquanno, figlio di Ernesto, già direttore dell’Agenzia Stefani, fucilato in nome di una ignobile giustizia partigiana a Dongo, accanto a Benito Mussolini.

Ezio Daquanno precisa di non esser mai passato a sinistra, ma di esser rimasto coerente con gli ideali di fascista di sinistra, sensibile ai temi del lavoro e del sindacalismo rivoluzionario, nonché intransigente verso le posizioni reazionarie assunte, con il passare degli anni in maniera sempre più evidente, dal Msi. L’epistola nasce come risposta alla rubrica Effemeride di Amerino Griffini, di cui riportiamo un messaggio in calce alla nostra pubblicazione.

La testimonianza di Ezio Daquanno evidenzia non solo l’impegno nel mantenere la schiena dritta nell’Italia partitocratica, ma anche e soprattutto l’itinerario complesso dei fascisti di sinistra nella Repubblica, tra i quali Ezio si è distinto per un percorso di dignità e linearità. mdf)

——————————————————————————————————————-

Alcuni giorni or sono, vagando sul Web, mi sono accorto con stupore e disappunto dell’esistenza di due siti in cui si afferma che io, figlio di Ernesto Daquanno, fucilato a Dongo, avrei tradito mio padre, iscrivendomi dopo il 25 aprile al partito comunista. L’affermazione è falsa e priva di ogni fondamento. Mai iscritto al PCI, con il quale non ho avuto, anche per interposte persone, alcun contatto.

Nel vostro sito, dedicato ad Aniceto Del Massa e di cui è autore Amerino Griffini, si legge genericamente che sarei “passato a ben altri lidi” (senza specificare quali e con quale risultato), come tanti “uomini della sinistra fascista che avevano visto le loro famiglie vittime di delitti partigiani, come Ezio Daquanno, figlio di Ernesto Daquanno, il giornalista direttore dell’Agenzia Stefani fucilato a Dongo il 28 aprile 1945″.

Questa accusa è falsa e priva di ogni fondamento. Non sono mai stato iscritto al PCI, con il quale non ho avuto alcun contatto diretto o indiretto. Sono stato sempre contro il comunismo e non soltanto a motivo dell’assassinio di mio padre, ma perché consideravo il PCI asservito a Stalin e reazionario; dopo la fine della guerra aveva sotterrato la legge per la “Socializzazione” delle imprese e dell’economia, sulla quale nel 1944 mio padre aveva scritto 35 articoli per il quotidiano genovese “Il Lavoro”.

Lo scritto del primo sito è di Alessio Borraccino, che non si curò di appurarne la veridicità e di citarne la fonte; forse maldicenze circolate dopo la mia uscita dal MSI alla vigilia delle elezioni del 1948 per disaccordo sul programma. E’ possibile che Amerino Griffini abbia copiato la falsa informazione, senza preoccuparsi di verificarla.

Nessuna indicazione è fornita da entrambi sui vantaggi che avrei ottenuto da questo tradimento e sulla mia successiva condotta di vita “comunista”. Debbo quindi fornire informazioni su me stesso.

In un primo momento, io e gli amici che avevamo abbandonato il MSI, tentammo di creare un punto di incontro, di discussione e di unione per i fascisti cosiddetti di “sinistra” – considerando che il MSI aveva iniziato a virare a “destra”, fino al punto di fondersi più tardi con il movimento monarchico e diventare il MSI-Destra Nazionale – attorno alla rivista “Il Pensiero Nazionale” di Stanis Ruinas, per la quale scrissi un solo articolo dal titolo esplicito: “A sinistra contro le sinistre”, accusando il PCI e il PSI di essere partiti parlamentari e reazionari. L’articolo non piacque, ovviamente, a Stanis Ruinas, che lo fece seguire da un commento critico. Replicai con una lettera privata e confermai il mio giudizio. A mano a mano apparve sempre più chiaro che il vero scopo di Ruinas era di traghettare verso il PCI il maggior numero possibile di fascisti.

Abbandonato per sempre Ruinas, io e gli amici usciti dal MSI aderimmo al MO.SI (Movimento Sindacalista) con sede in Roma, via Cavour. Qui si riunivano e discutevano i maggiori esponenti del sindacalismo fascista: Luigi Contu, Aghemo, Landi, Amilcare De Ambris, Luigi Fontanelli, Fioretti, Goliardo Paoloni, Mario Barbieri, ecc.. E’ importante ricordare che il sindacalismo fascista, fondato da Edmondo Rossoni, aveva ottenuto che tutte le categorie dei lavoratori fossero inquadrate nei sindacati fascisti; che questi sindacati potessero stipulare contratti collettivi nazionali di lavoro aventi valore di Leggi dello Stato ed efficacia per tutti i lavoratori di quella categoria: così nacque il Diritto del Lavoro, il primo nel mondo.

Ci si dovrebbe domandare perché tutti i maggiori esponenti fascisti del sindacalismo e del corporativismo avessero costituito un loro movimento separato dal MSI e perché il MSI non avesse tentato di utilizzarli. E’ certo che il motivo fu una reciproca incompatibilità, non soltanto di persone, ma soprattutto di principi e di fini. Il Mo.Si. tentava di riprendere l’azione sindacal-politica del Fascismo; il MSI, d’accordo con il governo anti-fascista, sterilizzava il sentimento dei reduci del Fascismo e li destinava all’esaurimento. Ebbe ragione il giornalista Alberto Giovannini quando affermò che, invece di costituire il MSI, si sarebbe dovuta creare, con regolare Statuto e atto notarile, l’ “Associazione Nazionale Fascisti in Congedo”, i cui associati, trascurando le divergenze ideologiche e politiche irrisolte, sarebbero stati autorizzati ad adunarsi in divisa e con i gagliardetti, al canto degli inni della Patria e della Rivoluzione, nelle date fatidiche del 23 Marzo e del 28 Ottobre, così soddisfacendo il sentimento patriottico di ciascuno. Poi, tutti a casa.

Ora che il MSI-Destra Nazionale è morto dopo aver seppellito il Fascismo, può redigersene il bilancio di liquidazione: ideologicamente vuoto, politicamente negativo, parlamentarmente nullo. I dirigenti ebbero l’ unico scopo di sistemarsi a vita nel Parlamento; di loro se ne ricorda uno solo: Giorgio Almirante, che, alla fine della sua vita, designò Gianfranco Fini come liquidatore fallimentare.

Al Mo.Si. furono tolte improvvisamente le risorse economiche, quando Luigi Fontanelli, ex direttore del “Lavoro Fascista”, convinse i finanziatori ad impegnarsi per far nascere l’Unione Italiana del Lavoro (UIL), che avrebbe dovuto essere costituita da tre correnti: socialisti, repubblicani, indipendenti. Noi, reduci dal Mo.Si., avremmo dovuto costituire la corrente dei sindacalisti indipendenti dai partiti politici; purtroppo i finanziamenti furono divisi tra le due correnti di partito e nulla giunse ai cosiddetti “indipendenti”. Tra questi erano Camillo Benevento e Ruggero Ravenna, cui rimase la scelta di uscire dall’UIL e di cercarsi un lavoro o rimanere nell’UIL prendendo la tessera del PSI. Presero la tessera, ovviamente, mentre io, che avevo già un lavoro in una impresa privata, me ne andai e rimasi un cane sciolto.

Non mi iscrissi mai ad un partito, neppure quando, negli anni ’60, l’iscrizione al PSI mi avrebbe fatto entrare alla Rai con la spinta di Luigi Fontanelli, al quale mi ero rivolto. Rinunciai al posto in RAI e restai in una Impresa destinata al fallimento.

Invitato da Alberto Giovannini, scrissi diversi articoli per i giornali di cui era direttore: prima “Il Roma” di Napoli e poi il romano “Giornale d’Italia”.

Dal 1963 al 1973, io e l’amico Giulio Romano, già volontario della X Mas, uscito con me dal MSI, demmo vita al “Bollettino Italiano”, un foglietto bimestrale di cui parla Giuseppe Parlato alla fine del suo libro “La Sinistra Fascista” (Il Mulino, 200), che ricevetti con dedica dell’autore.

Passarono gli anni ed iniziai, per l’influenza di un amico professore emerito di Filosofia del Diritto in un Ateneo italiano, a studiare la religione Cristiana Cattolica Apostolica Romana, cioè Sacre Scritture e Tradizione, teologia e storia. Il quindicinale tradizionalista “Sì Sì N0 No” pubblicò alcuni miei scritti sulla deriva modernista della Chiesa, dal Concilio Vaticano II in poi.

A tale proposito, cito un brano di un libro di mio padre, pubblicato nel 1930: “Riscossa Artigiana – Non c’è più poesia”:

“L’uomo deve dedicare ogni sua fatica all’affinamento delle sue facoltà spirituali, e non trastullarsi nella costruzione di aggeggi meccanici, utili forse a un più veloce ritmo di vita, ma assolutamente superflui a un più profondo tenore di conoscenza. E che cosa è infatti tutta questa decantata civiltà se non pura chiacchiera pubblicitaria? Che cosa è questo vantato progresso se non stupido imbroglio quotidiano? L’uomo che ha preteso di distruggere Dio per sostituirsi a Lui, non ha in verità diminuito di un solo millimetro la distanza che lo separa dal Verbo”.

Mio padre aveva maturato da giovane quel che io ho faticosamente e imperfettamente raggiunto da vecchio. L’immanenza del Verbo in lui si manifestò quando, di fronte al plotone di esecuzione, chiese di potersi confessare; e gli fu negato; ma ciò che un uomo vuole non può fermare la Grazia.

Cordiali saluti

Ezio Daquanno

La lettera di Amerino Griffini, nostro collaboratore.

Caro direttore Michele De Feudis,

sono a dir poco dispiaciuto per l’equivoco che pensavo di aver chiarito con Ezio Daquanno attraverso una corrispondenza privata. Mi guarderei bene non solo dallo scrivere ma anche dal pensare che uomini che hanno scelto di vivere la loro vita nel “campo dell’Onore” siano in grado di calpestare il sangue dei loro cari. Preciso che io stesso sono figlio di un combattente della RSI e mi chiamo Amerino dal nome di mio zio, Commissario prefettizio, primo caduto della provincia di Treviso nel 1944.

Detto ciò, la questione nasce da un equivoco; nel contesto della biografia di Aniceto Del Massa avevo inteso presentare un ventaglio di esperienze umane nell’ambito del post-fascismo repubblicano, che si muovevano nell’ambito del cosiddetto “fascismo di sinistra”, a mo’ di esempio avevo citato una serie di nomi, tra i quali, quello di Ezio Daquanno, le cui esperienze erano sicuramente diverse le une dalle altre. Il contesto della mia nota biografica era quello delle “effemeridi”, cioè delle sintesi estreme nelle quali, per forza di cose, non cito né le fonti né mi dilungo in particolari. In questo caso mi ero basato su ciò che era stato scritto in recenti lavori storici sull’argomento, appunto, del fascismo di sinistra. Mi trovo fuori casa in questo momento e quindi non ho sono in grado di citare più precisamente i testi ma, a parte ciò, insisto, non era certo mio intento mancare di rispetto a Daquanno e tantomeno “accusarlo” di qualcosa. La rettifica e la preziosa precisazione sul suo itinerario ideologico e umano mi auguro possano correggere e integrare il mio scritto.

Amerino

@barbadilloit

Di Ezio Daquanno

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>