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Premier. Tracollo United ma il Milton Keynes non è una favola operaia

Pubblicato il 27 agosto 2014 da Andrea Cascioli
Categorie : Sport/identità/passioni

mkSolo a leggere il risultato, sembra di veder scorrere i titoli di coda di un film: Milton Keynes Dons batte Manchester United 4-0.

Succede nel secondo turno della Coppa di Lega inglese, sul campo di una squadra iscritta alla League One, l’equivalente della nostra ex serie C. Le doppiette di Grigg e Afobe firmano l’impresa. Una di quelle su cui il cinema di Hollywood ha ricavato tutto il filone sportivo del genere Davide contro Golia, da “Fuga per la vittoria” a “Ogni maledetta domenica”.

Tuttavia l’MK Dons è qualcosa di più e di meno della solita squadra dei miracoli. È uno spaccato di ciò che è diventato il calcio da un ventennio a questa parte, a cominciare dalla sede, una new town di 200mila anime piantata nel cuore dell’Inghilterra meridionale.

Il progetto urbanistico ha portato alla creazione di uno dei sobborghi più giovani e abbienti del Regno Unito. Un angolo di paradiso yuppie, cui negli anni Ottanta gli Style Council dedicarono una ballata che era una dissacrazione dei valori thatcheriani allora in auge: “Come to Milton Keynes”.

La breve storia del calcio locale si intreccia alle vicende del Wimbledon FC, gloriosa compagine minore sulle cui spoglie è nato, appunto, l’MK Dons. I fatti sono questi: fondato nel 1889 nell’omonimo quartiere londinese, dopo quasi un secolo di anonimato dilettantistico il Wimbledon riesce a battere il Liverpool nella finale di FA Cup del 14 maggio 1988. I Dons degli anni Ottanta sono una piccola leggenda del firmamento calcistico d’Albione: un’accolita di facce da galera abituate ad un football sporco e violento, tanto da meritarsi il soprannome di “The Crazy Gang”.

Purtroppo i guai incominciano di lì a poco con l’entrata in vigore del Taylor Report, la normativa sugli stadi che impone ai club professionistici di convertire le gradinate in posti a sedere. Nel 1991 i Dons abbandonano il Plough Lane, in uso dal 1912, trasferendosi sul campo del Crystal Palace. L’anno dopo arriva la consacrazione in Premier League, dove l’ex Gang rimarrà per otto stagioni, ma è l’inizio della fine.

Nel 2001 la proprietà norvegese annuncia il trasferimento della società, a corto di soldi e risultati, in quel di Milton Keynes, 90 chilometri più a nord: nel giro di tre anni il nuovo presidente, Pete Winkelman, cambia stadio, colori sociali e denominazione a quelli che adesso sono a tutti gli effetti “i Dons di Milton Keynes”.

Storie da franchigie NBA, brutte ma riviste altrove: nella stessa Inghilterra con la scissione dell’FC United dal Manchester United di Glazer, in Austria con la Red Bull Salisburgo (metamorfosi della defunta Austria Salzburg), in Italia col passaggio dalla Lodigiani alla Cisco Roma o con lo sfratto della Reggiana ad opera del Sassuolo.

E i vecchi tifosi del Wimbledon FC? Non si sono mai arresi. Hanno creato un trust, organizzato provini per scegliersi i calciatori e ristrutturato uno stadio. Poi hanno recuperato i vecchi trofei (compresa la coppa d’Inghilterra del 1988) e sono tornati tra i professionisti col nome di AFC Wimbledon. Adesso militano in League Two, una categoria più in basso dei “cugini” che hanno incrociato in due occasioni.

L’ultimo derby si è giocato due settimane fa, proprio per decidere chi avrebbe sfidato lo United: ha vinto l’MK Dons, com’era già successo l’altra volta, ma i Dons originali si sono presi la loro rivincita organizzando una cena collettiva nel vicino Ikea appena prima del match. Pur di non lasciare un centesimo nello stadio di Winkelman.

Se nella débacle del Manchester di van Gaal c’è una morale, si può concludere che anche i ricchi piangono, ma non è detto che i poveri siano sempre più belli.

@barbadilloit

Di Andrea Cascioli

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