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Céline. Per lo studioso Eric Mazet sull’autore del “Voyage” c’è ancora molto da scoprire

Pubblicato il 17 febbraio 2013 da Andrea Lombardi
Categorie : Cultura
celine 2Pubblichiamo un estratto di una lunga intervista di Émeric Cian-Grangé a Éric Mazet, tra i più brillanti studiosi céliniani. In questi passi Mazet affronta in maniera decisamente controcorrente alcuni “temi caldi” della biografia di Céline; pochi sanno infatti come Céline agli inizi degli anni ’30 paventasse l’espandersi del nazismo e del fascismo in Europa, come confidò più volte ad alcune sue amiche ebree comuniste residenti nell’Austria pre-Anschluss, o come prima del suo viaggio in Russia e della sua conseguente disillusione, testimoniata nel suo primo pamphlet “Mea Culpa”, importantissimo e ancora poco studiato,  nutrisse propositi “comunisti”. Insomma, come scrive Mazet, la figura di Louis-Ferdinand Destouches è ancora tutta da studiare.
La redazione di Mea Culpa non è sintomatica di un cambiamento molto forte nel percorso politico di Céline?
Mea culpa è capitale. Gen Paul Henri Mahé, Tinou Le Vigan avevano affermato che Céline aveva idee comuniste prima di recarsi a Leningrado. Che valore dare a quelle parole e a quei ricordi? Senz’altro, a chi gli stava intorno pareva aver propositi anarchici, idealisti, egualitari. Nel 1924, a Sir Eric Drummond, segretario generale della Società delle Nazioni, Ludwig Rajchman presentava il dottore Destouches come “un uomo intelligentissimo ed entusiasta […] che credeva profondamente negli ideali della Lega”. Non la si dava a bere al dottor Rajchman. Aveva apprezzato la partecipazione di Destouches alle lotte umanitarie, sociali e igieniste. Per scrivere il terzo atto de La Chiesa, ci vollero parecchie delusioni a Ginevra, New York o Parigi, molte amare constatazioni della superbia anglosassone, dell’impotenza o delle menzogne dei grandi discorsi umanitari…
Nell’agosto 1932, Céline si recò in Germania, a Breslau, per incontrare Erika Irrgang e visitare il dispensario municipale. Ne ritornò sconvolto dalla miseria e dalla tristezza di questa città. Al dispensario di Clichy, ascoltava i medici, le infermiere, i malati, i deputati locali, gli impiegati comunali, quasi tutti comunisti. Leggeva  Monde di Barbusse, discuteva con Georges Altman, come avrebbe discusso con Eugène Dabit. Aveva sentito parecchi discorsi e aveva letto molte teorie politiche. Nel suo scartafaccio “Mémoire pour le cours des hautes études”, proposta programmatica per lo l’istituzione di un corso internazionale d’igiene, metteva sotto accusa il capitalismo, e secondo principi di interpretazione marxisti, aveva intrapreso una rivoluzione nell’alimentazione dei francesi, degli studi medici, della pratica della medicina, e della farmacia. Non aveva nulla del reazionario. Il 21 febbraio 1933, Robert de Saint-Jean notava dopo una serata: “Céline vede molti comunisti a Clichy, e constata che i membri del partito, in genere, non ne capiscono niente delle teorie marxiste […] si lasciano guidare solo dalle loro passioni. Al comune, libri di Marx, mai letti; La Garçonne  [romanzo di Victor Margueritte del 1922, per l’epoca scabroso] consumato e annerito, invece. […] Bizantinismo dei decreti di Mosca. In fondo l’U.R.S.S. resta lontana, non è né amata né capita. Céline crede che la rivoluzione russa non sia per uso esterno e che, senza di essa, molti paesi dell’Europa centrale, dove imperversa disoccupazione e miseria, sarebbero già passati al comunismo…”
Nel dicembre 1932, Céline si era recato a Vienna per ritrovare Cillie Ambor, amica di origine ebrea, che cerca di aiutare come meglio può. Grazie a lei, incontra Annie Reich e Anny Angel, ugualmente di origine ebrea, iscritte al Partito comunista, psicanaliste specializzate in traumi e perversità infantili, con le quali discute di politica e di psicanalisi, se le prende a cuore, invia loro i suoi libri, scrive loro, le rivede nel 1935. Le lettere di Céline a Cillie Ambor dovrebbero correggere il ritratto facile di un Céline antisemita e fascista da sempre. Il 9 marzo 1933, scrive a Cillie: “Ho pensato molto alla vostra gentilissima amica (la amo) Annie Angel con quelle storie tedesche. Tutto ciò è atroce. Sembra proprio che Hitler debba alla fine schiacciare l’opposizione come in Italia”. Nella primavera del 1933: “Mi chiedo se siete protette a Vienna, se l’Hitlerismo non invaderà anche l’Austria? Quale follia scuote ancora il mondo! Sapevo bene che la vostra amica Annie Angel sovrastimava le forze del comunismo in Germania. Vedete cosa resta! Niente! Domani l’Europa intera sarà fascista e a lungo! Anche L.-F.Céline andrà in prigione”.   Il 20 aprile 1933: “Sono ben contento di sapervi per il momento in sicurezza ma la follia Hitler finirà per dominare l’Europa ancora per molti secoli.” Nel luglio 1933: “Vi sono molto riconoscente di avermi fatto conoscere Annie Reich anche lei è gentile come le mie altre amiche dell’Europa centrale ed è tutto dire. Mi ha detto mille cose assolutamente utili e mi ha reso in pochi giorni quasi intelligente. Porgete i miei saluti ad Annie Angel. Ditele che penso davvero al suo caso e che più ci penso più ho paura dell’avvenire”. Il 2 giugno 1934: “I nazisti d’Austria hanno l’aria meno cattiva di quelli di Berlino ma forse non durerà?” Il 28 agosto 1934: “Come stanno le Anny? I miei amori. […] Si è ucciso molto mi dicono nei dintorni di casa tua.  C’erano troppe persone nei caffè. Tutto ciò doveva finir male”. Tre anni dopo, il 26 ottobre 1937, giustificando “il buon metodo” del pamphlet, di rifiutare le sfumature o scrupoli in Bagatelle, Céline riprenderà con Marie Canavaggia la sua idea che i bistrot “non sono luoghi per brava gente”. E di buttar lì che a Berlino, nel 1933, nei caffè del quartiere Moabit, se “perfetti innocenti”, in mezzo a comunisti, erano stati uccisi dalle SA: “Non avevano che a non essere là!”
Prima che Anny Angel emigrasse in Olanda nel 1936 per sfuggire ai nazisti austriaci, Céline le propose come rifugio il suo appartamento parigino. Nel 1936, Anny Angel si stabilirà in Olanda dove eserciterà la medicina durante l’Occupazione sotto falsa identità, poi raggiungerà gli USA dove dirigerà dei corsi di terapia. Il 12  marzo 1937, Hitler entra a Vienna, acclamato dalla folla, e il 1° aprile avviene la prima partenza di deportati per Dachau. Nel 1938, Annie Reich lascia Vienna per raggiungere New York dove diventerà presidente della Società di psicanalisi. Il 9 novembre 1938, Vienna conosce la sua “Notte dei cristalli” e l’emigrazione ebraica, fino allora autorizzata, diventa difficile. Nel 1939, Cillie Ambor lascia Vienna per l’Australia dopo che il suo marito, Max Pam, morto a Dachau il 16 dicembre 1938, è stato sepolto a Vienna il 19 gennaio 1939.
Ci voleva parecchia incoscienza o coraggio da parte di Céline per recarsi in Russia fuori da qualsiasi organizzazione ufficiale nel settembre 1936, mentre Stalin aveva cominciato le sue grandi purghe e che Yagoda, capo dell’NKVD, aveva appena condannato Zinoviev e Kamenev, ex compagni di Lenin e Trotskij, loro stessi responsabili della morte di qualche milione di Russi. Ciò potrebbe far dire a Céline in Mea Culpa:
Guardateli, i nuovi apostoli… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero bottino! Avari contro invidiosi! Era tutta qui, dunque, la gran contesa! Di soppiatto han preparato nuove scene… Neo﷓capoccia, neo﷓Cremlino, neo﷓sgualdrine, neo﷓lenin, neo﷓gesù! All’inizio eran sinceri!… Adesso, hanno capito tutti quanti! (Quelli che non capiscono: al muro.) Non sono mica colpevoli, ma sottomessi… Non fossero loro, sarebbero degli altri… L’esperienza gli è servita… Stanno sulle difensive come non mai… L’anima, adesso, è la «tessera»…﷓﷓﷓Perduta! Più niente!… Le conoscono bene, loro, tutte le manie, tutte le debolezze del perfido Prolèt… Che si sfianchi! Che sfili! Che soffra! Che faccia il duro!… la spia! E’ la sua natura!… Non può farci niente!… Il proletario? in cella! Leggi il mio giornale! Leggi i miei sproloqui, precisamente quelli! Quelli e non altri! Addenta la polpa dei miei discorsi! E soprattutto non t’allontanare d’un passo, carogna! O ti taglio la testa! Non merita che questo, niente di diverso!… La gabbia!… Se uno va a chiamare i poliziotti, sa bene cosa l’aspetta!… E non è ancora finita! Si farà chissà cosa pur di non apparire responsabili! Si tapperanno tutte le uscite. Si diventerà «totalitari»! Con gli ebrei, senza gli ebrei. Non ha importanza!… L’Essenziale è ammazzare!”  È il passo più importante del pamphlet, per i lettori che denunciavano il tradimento dei soviet da parte di Lenin e dei bolscevichi e per coloro che sospettavano delle origini ebree a Trotskij, Zinoviev, Kamenev e Yagoda. Il seguito sarà dato in Bagatelle: “Me ne strafotto che Hitler vada a far fuori i Russi. Non potrà ammazzarne di più, nella feroce guerra, di quanti ne faccia accoppare Stalin tutti i giorni, nella libera e felice pace”.
A Leningrado, Céline ha misurato lo scarto tra l’ideale e il fallimento, le teorie e il tradimento. Non era l’unico. Nel 1935, ne I nuovi nutrimenti terrestri, Gide glorificava ancora il comunismo sovietico, prima di pubblicare il 13 novembre 1936, nel suo Ritorno dall’URSS: “Dubito che in nessun altro paese oggi, fosse nella Germania di Hitler, lo spirito sia meno libero, più curvo, più temuto, più vassallizzato”. Mea culpa può essere letto su quel piano. È a partire dal suo viaggio a Leningrado e dalla redazione di Mea culpa che Céline, che si rifiutava di salire sulle tribune politiche, dove era invitato da Aragon e Dabit, ha deciso di scendere nell’arena. Fu eroico da parte sua. Perdeva i suoi lettori di sinistra, i più numerosi, e al dispensario di Clichy, diretto dall’amministrazione comunista, si ritrovava solo, bersaglio dei peggiori truffatori.
 
 
Mea culpa segna una svolta anche sul piano letterario?
Mea culpa non è un piccolo pamphlet scritto di getto sotto un impulso di rabbia: ci furono più versioni e l’ultima che conosciamo presenta grafie diverse, e cancellature che sono significative. È un testo denso e ricco, sotto la forma comica. Nel 1933, a Robert de Saint-Jean, Céline confidava: “Devo entrare nel delirio, che tocchi il piano Shakespeare”. Ma è soprattutto in Morte a credito, come confessa a Dabit, che adotta il tono del delirio. Quello che ritroveremo in Bagattelle, come il suo amico Gutman gli fa notare all’inizio dell’opera. Nel 1936, a Joseph Garcin, Céline confessava: “Prendete questo secondo libro, deliro, esagero, bene, ma è la legge del genere, la mia legge – in realtà provo ad avvertire il lettore”.
Ma dal 1933, davanti alla violenza dei bassi istinti umani, Céline aveva scelto di opporvi la violenza di uno stile. A Helène Gosset che aveva scritto un articolo sull’ammaestramento degli animali [da circo] a Parigi, aveva plaudito alla sua rivolta con il tono iperbolico che diverrà ormai il suo: “Una città dove simili meschinità sono applaudite deve essere bruciata, massacrata, gassata, e lo sarà”.
Solo nell’arena, ben prima di Guernica, Céline aveva intonato il suo Canto puro, prevedendo che dal cielo sarebbero caduti i fulmini. Il la era stato dato.
Senza il tono delirante sapientemente adottato, Bagatelle sarebbe illeggibile, mortalmente noioso come lo è La Francia ebraica di Drumont. Contro la lingua morta dei politici, giornalisti, scrittori neoclassici, di destra o di sinistra, fascisti o comunisti, la maggioranza dei letterati, colti, raffinati, contro la menzogna della loro lingua morta, conformista, e delle loro idee generiche, astratte, inutili, il delirio céliniano si eleva come un grido di libertà, di individualismo, di autenticità. Contro il discorso del sottoprefetto ai campi, la falsa ricercatezza dell’acuto letterato cinese, la versione latina e la redazione composita, sinonimi di morte, il verbo di Céline rivendica una libertà e una vitalità, una contestazione individuale sgorgata dall’emozione individuale, inimitabile, un rifiuto di qualsiasi impegno ideologico, abbrutimento pubblicitario e condizionamento intellettuale.
Incipit di Bagatelle: “Il mondo è pieno di gente che si dice raffinata e che poi non è, ve l’assicuro, raffinata neanche tanto così. Io, servitor vostro, credo davvero di esserlo, un raffinato! Sputato! Autenticamente raffinato.”. Rifiuto dei discorsi patriottici imparati al liceo, rifiuto dei discorsi umanitari della SDN, rifiuto dei discorsi amorosi di Racine, rifiuto dei discorsi estetici di Proust. Discorsi, discorsi…Blabla! Ejusdem farinae…
Bagatelle, che doveva essere all’inizio solo “un libro corto, una piccola miscellanea, un intermezzo di 100 pagine”, è il seguito di Mea culpa. Céline ha scoperto di avere il dono del polemista comico, una musica rabbiosa. Il Viaggio è Chopin, un gran pezzo di piano, Morte a credito un ragtime, un pezzo veloce, Mea culpa e Bagatelle una fanfara di strada, una parata circense, [lo spettacolo] di un giocoliere con canzoni, balli, arringhe, lazzi. Céline attingeva la sua ispirazione negli spettacoli di danza o d’opera, ma ugualmente, come i grandi clown, negli spettacoli degli artisti di strada. Mea culpa contiene un elogio della danza: “Se l’esistenza comunista è esistenza in musica; più ragliante, equivoca e barbonesca, più carognesca che qui da noi, allora bisogna ballare tutti, tutti, niente più zoppi a rimorchio. Chi non ha voglia di ballare / qualche disgrazia / certo ha da confessare… Basta con le vergogne, il silenzio, gli odi, le rogne, i casini, un gran ballo per la società tutta intera, senza eccezioni. Più nessun minorato sociale, nessuno che guadagni meno degli altri, che non possa ballare”. Da dove proviene questo detto sulla confessione, la danza e la grazia? Nessuna nota nell’edizione scientifica dei Cahiers Céline sull’origine di questo terzetto. Da Céline stesso? A Milton Hindus, nel 1947, Céline scriverà: “Chi non balla ha qualche disgrazia da confessare” diceva un vecchio ritornello francese…”
Céline ha l’arte di confondere le tracce, seminando allo stesso tempo dei sassolini. Nel prologo di Romeo e Giulietta di Gounoud, Capuleti lancia alla folla “Andiamo giovanotti! Andiamo signore! […] Festeggiate la gioventù E largo ai ballerini! Chi resta al suo posto e non balla qualche disgrazia ha da confessare…”. Le parole sono di Jules Barbier e Victor Carré. In realtà adattamento o epitome dei versi di Shakespeare, che fa dire a Capuleti nella scena IV del primo atto: “…which of you all/Will now deny to dance? She that makes dainty/She, I’ll swear, hath corns”. Shakespeare! Il bardo ispirato delle fate e delle streghe, del popolo e della sua lingua, delle sue piccole gioie e le sue danze ribelli… Tra Shakespeare e Karl Marx, Gounoud e Stalin, Céline aveva scelto, tra i megafoni di Leningrado e le ballerine del Marinski, tra Carnevale e Quaresima, tra l’organico e il cerebrale, tra la vita e la morte.
Nella biografia che consacra allo scrittore, Henri Godard scrive: “Cinquant’anni dopo la sua morte, Céline è attualmente, tra gli scrittori del ventesimo secolo, uno dei più letti e soprattutto uno di quelli in cui la letteratura si incarna. […] Per i romanzi, lo status di capolavoro che gli viene riconosciuto quasi da tutti si poggia ancora troppo spesso sul solo Viaggio al termine della notte.” Come si spiega questo paradosso?
Il Viaggio è un libro ispirato e ambizioso. Céline è sempre stato avanti di una lunghezza sugli artisti del suo tempo. La sua opera è rivoluzionaria per le sue diverse scritture, le sue costruzioni innovatrici. Il Viaggio fu una rivoluzione, scioccò i benpensanti e gli accademici. Oggi ci sembra un classico. Morte a credito andava ancora più lontano nella rivoluzione dello stile e scioccò ancora di più, anche l’intelligentsia di sinistra. Pure, Morte a credito conteneva tante critiche nei confronti del sistema esistente, ma la denuncia delle utopie del secolo non piacque ad alcuni. Guignol’s band, in cui Céline portava al suo più alto grado l’arte del ritmo e del lirismo, e veicolando meno idee, almeno apparentemente, sconcertò gli ammiratori del Viaggio o di Bagatelle. E che dire di Pantomima? Il silenzio della critica non fu solo politico. Non era più letteratura ma il duende del cantaor, la  Ballata dell’appeso del nostro ventesimo secolo. Céline è l’unico scrittore che, come alcuni pittori o musicisti, si è rinnovato da un libro all’altro quando avrebbe potuto sfruttare il filone del Viaggio. La rivoluzione estetica che proponeva e che dispiega in Bagatelle per un massacro, contro la prosa neoclassica, la traduzione mentale, il meccanismo greve, la stramberia cerebrale, l’effetto  superficiale, l’arte morta non è stata capita, ancora meno seguita. Rivoluzione che prende la sua ispirazione, i suoi modelli dai grandi classici… tutti quegli autori che di secolo in secolo, – da Rabelais a Hugo, da Villon a Rictus-, hanno predicato uno stile più autentico.
C’è gente che preferisce il varietà inglese al jazz, i surrealisti o gli astratti agli impressionisti, i dischi ai concerti, il cinema al teatro, il gioco delle bocce in Wifi alla bocce all’aria aperta, le amicizie Facebook agli incontri reali, credendosi al vertice del progresso. Tutto quel che è meccanico, per Céline è morte.
Nell’epilogo de La Chiesa, è Rissolet il becchino ad essere affascinato dal fonografo: non guarda nemmeno Elisabeth ballare. Le opere di Céline sono una sfida all’ideale del ventesimo secolo. Si deve preferire Bosch o Brueghel a Picasso, Couperin o Chopin a Bartok, La Fontaine o Chateaubriand a Sartre, Offenbach a Wagner per capire la sfida estetica di Céline. Tra Casse-pipe e Lo Straniero, i professori preferiscono insegnare il secondo; è più presentabile e più facile da commentare. Anche meno buffo, ma la risata, la risata schietta, non quella di Beckett o di Ionesco, è più difficile da analizzare.
Ho l’impressione che l’opera di Céline non sia ancora stata studiata al livello che meriterebbe. Un grosso lavoro è stato fatto, ma gli studi céliniani sono solo al loro inizio, al primo stadio. Ed è piuttosto  normale. Dopo tutto, si è dovuto aspettare più di cent’anni perché Flaubert venisse studiato debitamente sfuggendo ai giudizi idioti dei Goncourt o di Leautaud. Rabelais ha aspettato tre secoli prima di essere letto sui suoi diversi livelli. Quando Aragon, comunista dal 1927, chiede a Céline “Perché scrivete?”, la risposta di Céline venne presentata come un “passo indietro” o una “piroetta” perché non risponde, come Aragon sperava, “per dare speranza alla classe operaia”, ma perché pone invece la questione di sapere perché “gli uomini, tutti gli uomini, hanno la mania di creare, di raccontare storie”, il che pone la questione a un livello più elevato. E questa risposta scava il fossato tra lo “scrittore” che non voleva essere Céline e il narratore che era prima di tutto. “È cominciata così” non è un preziosismo, ma una risposta orale, viva, faccia a faccia, alla domanda posta dal lettore.
Questione su un argomento che non è stato ancora chiarito, tranne per Serge Kanony. Lascio che sia lui per primo a rispondere. Céline non parla di viaggi al plurale, dei suoi viaggi intorno al mondo, come molti hanno creduto all’epoca, fermandosi agli aneddoti pittoreschi a suo tempo in voga. Il suo viaggio è immaginario, lo dice, ci avverte. È una storia di fantasmi, un delirio, una catena di sogni e incubi, “ai confini delle emozioni e delle parole”, “una sinfonia letteraria piuttosto che un vero romanzo”. Questo concetto di romanzo è ancora da analizzare. Letterariamente e storicamente manchiamo ancora di obiettività. Anni decisivi della vita di Céline, a Londra, in Svizzera, sono poco conosciuti. Le sue letture anche. Si ignora quel che poteva sapere della rivoluzione bolscevica, dei suoi capi, dei loro discorsi, o di quel che poteva sapere della politica inglese, americana, e della politica tedesca degli anni ‘30. Bisognerebbe leggere i giornali dell’epoca e non i libri di oggi. Il dottor Destouches aveva letto su Le Monde dell’8 maggio 1930 questo dialogo tra Georges Wells, denunciava la perversione del mito del proletariato e Henri Barbusse che scusava qualsiasi “catechismo” in nome dell’ideale e della “coscienza dei capi”? Nel dispensario, Céline leggeva Monde di Barbusse. Nel 1933, Edouard Herriot, ritornando dall’Ucraina, poco dopo la grande carestia (dai sei ai cinque milioni di morti) dichiarava di aver visto solo prosperità! La violenza di Bagatelle oggi ci è inammissibile. Bisognerebbe leggerla con gli occhi di un lettore dell’epoca. Era il tempo degli insulti iperbolici. Nel 1939, ne Les Cahiers du Bolchevisme, Maurice Thorez descriveva Léon Blum come un “rettile ripugnante, sciacallo, lacché dei banchieri londinesi, spione, guerrafondaio arrabbiato […] Blum dalle dita lunghe e adunche, ausiliare della polizia, spione che ha l’antipatia di Millerand per il socialismo, la crudeltà di Pilsudski, la ferocia di Mussolini, l’odio di Trotskij per l’Unione sovietica…”
Céline frequentava persone molto diverse. Ci sarebbero ricerche da fare in questo senso. Aveva letto davvero Fichte e Hegel in Inghilterra come aveva preteso Geoffroy? Cosa aveva potuto ricordare di Gobineau e di Elie Faure che dirà di aver letto? Bisogna compiangere i futuri biografi di Céline…Siamo appena usciti da un ventesimo secolo confuso e atroce, che guardiamo ancora con emozione o passione. Le cause della prima guerra mondiale sembrano adesso assurde, ma la generazione di Céline si è buttata con un entusiasmo e un eroismo poco comprensibili oggi. Non siamo usciti dalla seconda guerra mondiale. Temiamo perfino delle ripercussioni della Storia sui luoghi stessi del crimine, dimenticando che il crimine si è spostato in altri paesi. In questa Corea che preoccupava così tanto Céline nel suo esilio, forse un capriccio, ma profetico. Quando si legge Bagatelle pensiamo ai morti nei campi [di sterminio nazisti], abbiamo bene in mente cifre e immagini e racconti atroci. Leggendo Mea culpa o Bagatelle, non pensiamo ai milioni di contadini e “piccoli borghesi” russi che hanno mangiato terra e carne umana [durante la collettivizzazione sovietica dell’agricoltura tra il 1930 e il 1934, i morti per fame e a causa della “lotta di classe” furono milioni, con casi di cannibalismo]. In mente abbiamo poche immagini del Gulag. I liceali ignorano tutto. La nostra lettura di Céline è prigioniera della nostra conoscenza limitata della Storia a certe atrocità, senza ignorare o giustificare in alcun modo le altre. Nel 1936, il pericolo, per Céline, veniva dal bolscevismo, dalla Russia e dal continente asiatico. Politici di provata esperienza pensavano lo stesso. In  mezzo all’onda e alla tempesta, egli temeva per la Francia e l’Europa la guerra civile che stava devastando la Spagna. Reazione da paura, condivisa da altri che non erano per forza fascisti, ma anarchici, socialisti, borghesi o emigrati russi. Il fascismo, per lui, era solo una reazione temporanea, dovuta alla debolezza delle democrazie contro il comunismo. Simpatia per il fascismo? A partire dal maggio 1933, a Elie Faure, Céline scriveva: “Guardate quello che succede in Germania – Una decadenza generalizzata della sinistra […] Se diventiamo fascisti. Pazienza. Questo popolo l’avrà voluto. Lo vuole. Ama il manganello. Siamo tutti di fatto assolutamente dipendenti dalla nostra società. È lei a decidere del nostro destino. Marcia, agonizzante, è la nostra. Preferisco il mio proprio marciume, i miei propri fermenti a quelli di tal o talaltro comunista”. Cinismo? Céline frequentava delle tedesche. Ignorava che i comunisti tedeschi avessero preferito, per ordine di Mosca, l’hitlerismo alla socialdemocrazia, pensando che il nazismo sarebbe stato un male passeggero che avrebbe portato al trionfo finale del comunismo? Bagatelle è un pamphlet politico ma anche un pamphlet estetico. Ci allontaniamo dalla vera posta in gioco di Bagatelle. La posta in gioco estetica è esistenziale. L’opera di Céline si oppone ai valori estetici del ventesimo secolo, al trionfo del surrealismo, dell’arte astratta, dalla letteratura a tesi o dello stile accademico. Céline aveva paragonato la sua lotta a quella degli impressionisti contro i neoclassici, ma domani questo potrà essere lo scontro dell’arte figurativa contro l’arte astratta o delle anamorfosi. Gente istruita e raffinata preferirebbe Duhamel o Sully Proudhomme a Baudelaire o Bernanos. Non è più così. Ma alcuni preferiscono ancora Sartre o Queneau a Céline. Sarà ancora così tra cinquant’anni? Coloro che annunciavano dagli anni Trenta che Céline era illeggibile, sono oggi, ottanta anni più tardi, quelli che non sono neanche più ristampati.
Dal “Bulletin Célinien” del luglio-agosto 2012. Traduzione di Valeria Ferretti e revisione di Andrea Lombardi.
Di Andrea Lombardi

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