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Idee. Cosa penserebbe Berto Ricci di una politica annichilita da banche e capitalismo?

Pubblicato il 15 febbraio 2013 da Alessandro Patella
Categorie : Scritti

berto-ricciSe la destra italiana si voltasse un attimo indietro e ripercorresse idealmente la sua storia, troverebbe tanti esempi di uomini che con coerenza e con coraggio, brandendo ora la penna, ora la spada, hanno combattuto per tramutare le proprie idee in azione. Uno di questi era sicuramente Berto Ricci, classe 1905, professore di matematica fiorentino, ma soprattutto fautore di un fascismo che poteva essere e non è mai stato a tal punto da meritarsi da parte di alcuni studiosi l’appellativo di fascista eretico. In realtà Ricci era un rivoluzionario; lo erano il suo ideale di scrittore austero e spartano, la sua critica politica e la sua iniziativa culturale.

Dopo essere stato anarchico in gioventù, aderì al fascismo, facendo nascere di lì a qualche anno la rivista “Universale”, alla quale collaborò fra gli altri il suo allievo Indro Montanelli. Sul primo numero Ricci scriveva: “Crediamo nell’assoluto politico, che è l’impero: aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all’impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura, impossibile separazione dalla politica; anzi vogliamo e avremo poesia civile, ma in grande, degna di questa patria”. Con queste parole poneva le basi della sua magnifica battaglia nel nome del fascismo universale: l’italianità era un valore ed esportarla nel mondo sarebbe stato un atto d’amore nei confronti del prossimo. Questo nobile compito doveva spettare all’impero, che andava perciò preservato dalle sue possibili derive negative con l’attenzione e con l’esempio. “L’Universale” chiuse i battenti nel 1935, quando Ricci e i suoi, coerentemente con ciò che avevano sempre professato, partirono per la guerra d’Etiopia, non essendo più “tempo di carta stampata”. Al ritorno in patria il poeta armato collaborò con alcune delle pubblicazioni ufficiali del regime su esplicito invito di Benito Mussolini e riprese così la sua battaglia intellettuale, confermandosi grande critico dello sciovinismo, dello spirito borghese e della religione, e aprendosi in un certo qual modo a sinistra dopo averlo fatto a destra. Sosteneva che l’impero dovesse combattere il capitalismo mediante il controllo della proprietà privata; vedeva di buon occhio l’alleanza con la Germania in quanto favorevole alla rivoluzione, fosse essa fascista, nazionalsocialista o persino comunista; fu avverso al razzismo e polemico col gerarchismo esasperato, a tutela della personalità umana e della libertà. Fu un ribelle ma mai un frondista, sostenne le sue idee fino alla fine, tanto da richiedere insistentemente a Pavolini di essere mandato a combattere volontario per la seconda guerra mondiale, donando la vita per le sue idee. Berto Ricci fu freddato la mattina del 2 febbraio del 1941 a Bir Gandula, in Libia, dal fuoco nemico dei figli della perfida Albione, quegli inglesi di fuori che era andato a fronteggiare prima di affrontare gli “inglesi d’Italia” che minacciavano il suo ideale di fascismo universale. Chissà cosa penserebbe Berto se fosse vivo ai nostri tempi. Chissà cosa penserebbe di una destra surclassata dai vizi del capitalismo e dallo strapotere delle banche, soggiogata da logiche politiche utilitaristiche e non meritocratiche; di una destra incapace di urlare le proprie ragioni, tenue, risibile, a volte invisibile anche in quelle battaglie che ne hanno sempre delineato il profilo storico e culturale. Se la destra italiana si voltasse un attimo indietro si renderebbe conto di avere un grande debito nei confronti di Berto Ricci. E avrebbe una sola scelta: rendergli omaggio per ritrovare se stessa.

Di Alessandro Patella

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