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Calcio. Juventus, cosa resterà di questa era Conte?

Pubblicato il 18 luglio 2014 da Andrea Cascioli
Categorie : Sport/identità/passioni

Antonio-ConteÈ stato l’allenatore più vicino alla mentalità dei tifosi bianconeri, Antonio Conte, ma senza dubbio anche il più lontano dal ruolo del tecnico juventino così come è sempre stato concepito ai piani alti del club.

Non è un paradosso per chi conosca le contraddizioni dell’animo bianconero, diviso tra l’immagine aristocratica che la società tiene a dare di sé e il sentimento carnale di appartenenza che lega la massa dei suoi tifosi divisi dalle latitudini geografiche e dalle differenze di classe. La Vecchia Signora è squadra di operai oltre che di padroni e di questo volto popolare della juventinità Conte è stato interprete verace. Aiutato, nell’ascesa a capo popolo, dai trascorsi di capitano e dalle radici meridionali.

Non è un caso che i tifosi lo abbiano amato, prima ancora che per le vittorie, per i gesti di sfida: la “dedica” da giocatore a Materazzi dopo il fatidico 5 maggio 2002, l’intemerata da allenatore nella conferenza stampa sul caso scommesse (quella del tormentone “è agghiacciante”). E soprattutto quel suo modo di rivolgersi al pubblico, di volta in volta per elogiarne la passione o criticarne i fischi, fin dall’esordio nel nuovo Stadium col Parma: “Non siete a teatro, voglio una bolgia”.

Cose mai viste in una società abituata a tenere a distanza i tifosi di stadio, quasi vantandosi di poter fare a meno di loro. L’era Conte ha spazzato via quell’alterigia sabauda e tanta retorica attorno alla questione dello “stile”, un imperativo caro alla Famiglia ma mai avvertito davvero dalla piazza, tanto meno dopo le umiliazioni post-Calciopoli.

Questa è la sua eredità, e per questo ha ragione Pierluigi Battista quando scrive che il merito del salentino è di aver incarnato una “fame feroce di nuova vita”, quando nota che il suo addio è più di un avvicendamento di panchine. Ma le modalità con cui si è consumata la rottura mostrano i segni di una normalizzazione ben più profonda.

Tralasciando la rottura momentanea con Lippi, esito di una crisi sportiva, solo le dimissioni di Deschamps all’indomani della B segnano un precedente, perché furono le uniche motivate da divergenze su questioni di mercato. Che Calciopoli fosse uno spartiacque definitivo, che la Nuova Signora sarebbe stata qualcosa di diverso dalla Vecchia, nel bene e nel male, bisognava capirlo allora. Gli eventi successivi, i quattro allenatori in quattro anni punteggiati da due esoneri, non hanno fatto che confermarlo: basterà ricordare che il club torinese ne ha trascorsi la bellezza di quaranta senza mai cacciare un tecnico.

Lo spogliatoio torinese era per tradizione un ambiente protetto, compassato, estraneo ai protagonismi. Perfino Trapattoni, al termine del ciclo più vincente della storia, se ne andò confidando che sentiva il bisogno di “dimostrare di essere un allenatore”. Questo era l’ideale di ciò che il mister poteva rappresentare nella gerarchia del club: una guida indiscutibile per la squadra, perfino quando i giocatori recalcitranti si chiamano Sivori o Del Piero, ma nulla di più. Non un manager alla Ferguson, non un profeta alla Sacchi, non un divo alla Mourinho. Fino a Conte, appunto.

Non tutti i tifosi si sono schierati con l’allenatore-tifoso, ma tutti sembrano aver chiaro che il suo addio è un nuovo strappo tra la Famiglia e la Piazza. Il popolo già annuncia battaglia: contro Allegri, contro le possibili cessioni eccellenti, contro l’ulteriore gentrification di uno stadio dai prezzi sempre meno popolari dove gli abbonamenti in curva hanno raggiunto il prezzo di 440 euro (+10% rispetto all’ultima stagione). Il sospetto che la dirigenza sapesse delle dimissioni di Conte e abbia voluto farle coincidere con la chiusura delle prelazioni, evitandosi una probabile emorragia di abbonati, getta altra benzina sul fuoco.

Il successore del Capitano, al di là dei suoi eventuali limiti tecnici, sa di dover scontare tutto questo al primo errore, per giunta in una squadra già satura di successi. Qualunque sorpresa riservi il futuro, gli juventini sanno che non è più tempo di allenatori tifosi, ma nemmeno di tecnici con le spalle coperte.

@barbadilloit

Di Andrea Cascioli

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