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Libri. “Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna”: l’uomo il campione i dolori

Pubblicato il 29 maggio 2014 da Diletta Maioli
Categorie : Libri

senna“Dov’eri quando è morto Ayrton Senna? Prova a fare questa domanda a chiunque. Ciascuno ti risponderà descrivendoti un luogo, il momento preciso”. Con questa frase di Dalla si apre il libro che Giorgio Terruzzi ha dedicato ad Ayrton Senna nel ventennale dalla sua scomparsa. E in quella frase c’è tutto. Il ricordo, la passione, l’amore, la dedizione del tifoso che quel pilota amò alla follia ma anche il segno che quell’uomo, prima ancora del pilota, ha lasciato anche in chi la Formula Uno non l’ha seguita mai.

“Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna” ripercorre, in forma di racconto, le ultime ore prima della morte, prima di quel maledetto primo maggio 1994, giorno in cui, per noi che abbiamo sempre amato e seguito la Formula Uno, qualcosa si è rotto per sempre.

Terruzzi è tornato in quella stanza, la suite 200 appunto, all’Hotel Castello di Castel San Pietro Terme, dove Ayrton tornava ogni anno, dove ha lasciato il ricordo di un uomo mite, gentile, metodico (la stanza, dopo che lui l’aveva lasciata, era perfettamente in ordine). Quella stanza che lui aveva scelto perché, diceva, da lì si sentivano cantare gli uccellini al mattino.

Il libro parla di quel tragico week end, cominciato il venerdì con l’incidente a Rubens Barrichello e proseguito, poi, il sabato con la morte di Roland Ratzenberger. Una morte che scosse Ayrton nel profondo, che, forse, lo fece vacillare sul fatto di poter correre l’indomani. L’amico Sid Watkins, medico dell’intervento estremo, gli buttò lì una frase: “Ayrton, lascia perdere questa vita, non correre domani.. andiamocene via, andiamo a pescare”.

Terruzzi ci racconta l’ultima notte di Senna scandendola con minuti, ore. Una notte insonne in cui Ayrton ripercorre tutta la sua vita. E, allora, il bambino che era, taciturno, un po’ strano, che voleva essere uguale a tutti gli altri bambini e non far pesare la sua condizione privilegiata. E poi il rapporto col padre, Milton. Un padre padrone che voleva decidere e disporre della vita del figlio, regalandogli il primo kart a quattro anni, incitandolo a correre ma, poi, ostacolandolo in ogni modo quando Ayrton, già uomo, decise di trasferirsi in Inghilterra per rincorrere il suo sogno e la sua passione. Un rapporto difficile, fatto di amore e scontri.

senna1L’amore per la sua famiglia, a cui era legatissimo ma da cui sentiva il bisogno di emanciparsi. La madre Neyde, figura dolce e silenziosa che, due mesi dopo la morte del figlio, andò nella casa dell’Algarve, in Portogallo, per portare via ciò che era stato del figlio e come impazzita cercò, frugò dappertutto finchè Juracy, la vecchia governante, non le mise in mano un maglione che non era stato lavato, dove ancora c’era il profumo del figlio e lei se lo strinse forte al petto come fosse una cosa viva. Come tutti noi, che quando perdiamo qualcuno che tanto abbiamo amato, vogliamo toccare e sentire e annusare per sentirlo ancora lì, vicino a noi.

E poi la sorella, Viviane. Che fu la prima a salire sull’aereo appena atterrato a San Paolo e pianse disperatamente quel fratello tanto amato. Lei, che due anni dopo, nel 1996, perse anche il marito per un incidente motociclistico. Lei che, nonostante questo, ora, vede correre il figlio Bruno, così somigliante allo zio che se lo vedi col casco addosso devi chiudere gli occhi per pensare che quello no, non è Ayrton.

E poi, le donne. Le donne della sua vita, Lilian, l’unica moglie. E Xuxa, soubrette della tv brasiliana. E Cristine, l’unica donna con cui dormì la notte prima di un Gran Premio, proprio lì, a Castel San Pietro. Lui, che la sera prima di ogni gara, voleva dormire solo. E l’ultima, Adriane. Bella, giovane, spensierata, forse un po’ troppo leggera per la sua famiglia. Tanto da osteggiarla in ogni modo e con ogni cattiveria.

E poi, le corse. Amici e nemici. Gerhard Berger, compagno di squadra in McLaren, amico fraterno, così diverso da lui ma che tanto bene gli voleva. O Nelson Piquet, che ormai verso fine carriera, irritato da questo giovane pilota che non aveva paura di niente e di nessuno, gli sferrò un colpo basso che lo ferì profondamente: mise in giro la voce che Senna fosse gay. La sua vita subì un forte contraccolpo e mai, i due, fecero pace.

E poi, Alain Prost. Il suo rivale numero uno. Quello che gli sbarrava la strada, in Ferrari prima e in Williams poi, mettendo come clausola contrattuale che Ayrton non venisse assunto nella stessa scuderia. Duelli epici, tra i due. Indimenticabili. Tanto che, quando quella domenica mattina, Ayrton, dall’abitacolo della macchina, in diretta con la tv fancese mandò un messaggio a Prost “Mi manchi, Alain”, lasciò tutti basiti e perplessi. Era il segno che dentro di lui qualcosa si era rotto.

Ayrton Senna andò a sbattere contro il muro del Tamburello, e tutti pensammo che no, a lui no, non poteva succedere. Ma quando la macchina si fermò e la sua testa si mosse per un attimo, tutti noi, sapevamo già che non c’era più niente da fare. Sid Watkins raccontò: “Fece un profondo sospiro. Il suo volto era tranquillo. Sembrava stesse dormendo. E mentre mi trovavo lì a soccorrerlo provai la strana sensazione che la sua anima lo stesse lasciando”.

Sperammo, attendemmo tutto il pomeriggio, davanti alla tv. Aspettando i bollettini medici dell’Ospedale Maggiore di Bologna che, prima di cena, ci fecero smettere di respirare: “Alle ore 18.40 Ayrton Senna non presentava alcuna attività cardiaca. E’ morto”.

@barbadilloit 

 

Di Diletta Maioli

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