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Analisi. La gogna mediatico-giudiziaria ha spogliato la politica della sua sovranità

Pubblicato il 6 febbraio 2013 da Paolo Cirino Pomicino
Categorie : Scritti

montecitorioLe grigie giornate di fine impero della Seconda Repubblica riportano in auge la lucidità delle analisi di esponenti politici che hanno avuto ruoli di primo piano nell’Italia degli anni ottanta e novanta. E’ il caso di Paolo Cirino Pomicino, che offre in questo articolo una lezione di dignità ai politici che abdicano al proprio ruolo sedotti dalla presunta superiorità dei tecnici. ***

Le grandi difficoltà in cui versa l’economia italiana (la recessione continuerà, come da tempo abbiamo scritto, per l’intero 2013) rischiano di nascondere agli occhi di tutti un aspetto della vita del paese a nostro giudizio forse ancora più grave. Ci riferiamo alla continua spoliazione della sovranità della politica a cominciare dal fare le proprie liste elettorali affidando poi alla libera valutazione del cittadino l’apprezzamento o la bocciatura. È quello che è avvenuto oggi sotto il doppio alibi della presentabilità (”gli impresentabili”) e del rinnovamento (una sorta di giovanilismo combinato con la notorietà purchessia). Nel primo dei casi, quello dei cosiddetti impresentabili, la libera sovranità dei partiti è oppressa dal corto circuito magistratura-informazione che mette alla gogna chi è sotto processo senza ancora avere avuto una sola condanna dopo anni di indagine o chi non è ancora stato condannato in via definitiva. Ebbene, dicono i benpensanti, questi non sono presentabili per problemi di opportunità politica. Se questa è la ratio, l’opportunità politica è nelle mani dei partiti che propongono e dei cittadini che votano. Un’offensiva a testa bassa contro la libera scelta dei partiti e l’altrettanto libera scelta dei cittadini è un errore a volte  non tollerabile, in particolare quando arriva da quelli che non vedono la trave che c’è negli occhi dei moralisti quasi sempre al servizio di interessi ben precisi, siano essi forti o meno forti. E così che  su questo versante moralistico si cancella, ad esempio, una storia trasparente come quella di Enzo Carra sol perché 20  anni fa fu condannato per reticenza al pubblico ministero di Pietro. È questa la logica conclusione di un percorso giustizialista, che non ha alle spalle neanche la grandezza di una rivoluzione con il suo furore giacobino ma solo piccoli intrighi di bottega o una cultura da sepolcri imbiancati, belli di fuori marci di dentro. L’altro versante è quello del cosiddetto rinnovamento anagrafico o visivo, quasi che queste fossero categorie politiche per definire il cambiamento della politica. Essi, al contrario, sono solo categorie estetiche introdotte addirittura da Silvio Berlusconi e largamente contrastate da quasi tutti per 20 anni ma oggi da tutti perseguite e che in genere nascondono quel vuoto della politica che quando diventa abissale si aggrappa disperatamente a tutto ciò che può colpire positivamente l’immaginazione dell’elettorato. Bellezza e giovinezza sono due di questi fragili appigli così come, paradossalmente, il dilettantismo della novità. Non sfugga a nessuno che questi strumenti, la impresentabilità,  il rinnovamento giovanilistico  e il dilettantismo  delle facce nuove, riduce la libertà dei protagonisti veri della politica e quando la libertà si riduce, si sa come si inizia e non si sa come si finisce. Ed infatti, negli ultimi tempi sono scoppiati, a valle di tutto ciò che abbiamo detto, due nuovi fenomeni altrettanto inquietanti. Da un lato un familismo allucinante che non ha precedenti nella storia democratica del paese e dall’altro la tendenza antipartitica crescente per consegnare l’Italia alle élites, o presunte tali, del paese. Da Casini ai democratici, figli, cognati, generi e parenti vari sono stati infilati nelle liste senza che nessuno avverta quella vergogna politica che nei grandi partiti di massa nel passato era l’antidoto a questa degenerazione autoritaria e familistica. L’altra degenerazione politica che si sta affermando è l’idea che l’Italia potrà salvarsi solo mettendo il proprio destino nelle mani delle élite finanziarie, industriali, giornalistiche ed accademiche al di là di un consenso ritenuto di per sé corrotto e corruttore. Tutto ciò, messo insieme, va nella direzione, senza offesa per nessuno, di un parlamento di dilettanti della politica. Di persone, cioè, che pur avendo dato conto di sé nella propria attività ma non avendo alcuna esperienza consegneranno all’Italia un parlamento privo di ogni capacità di interloquire politicamente con il governo di turno che imbarcherà altri tecnocrati e che governerà a colpi di fiducia alimentando così un circuito autoritario. È il rischio democratico che pochi avvertono e che a sua volta comincia ad avere dietro le sue spalle anche elaborazioni filosofiche che nel contrasto tra l’efficacia e l’efficienza e la democrazia fanno prevalere le prime ritenendo, in maniera dolosa, che democrazia è sinonimo di inefficienza. Così non è e ce lo insegna non solo la Storia di ieri ma anche una democrazia presidenziale come quella americana nella quale il congresso è un soggetto politico forte mentre da tempo il nostro parlamento è solo un esecutore.

Di Paolo Cirino Pomicino

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