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La polemica. Chiudono le librerie e aprono i centri scommesse, in città come in provincia

Pubblicato il 18 gennaio 2013 da Andrea Sessa
Categorie : Scritti

Quando chiude una libreria è come la chiusura di un luogo sacro e per certi versi istituzionale. La libreria, con i suoi profumi di carta appena stampata, con i suoi tomi colorati e con la sua sacralità è (forse meglio dire “era”) un luogo chiave di ogni città. Sfogliare le pagine delle novità editoriali, chiacchierare con i librai, cercare tra gli scaffali nuovi titoli: un mondo di gesti antichi e senza tempo.

Adesso un lungo elenco di chiusure, in tutto lo Stivale, sta inserendo la libreria in quelli che Marc Augé ha definito “non luoghi”, ossia dei luoghi in cui le «individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento». In pratica la libreria è diventato un luogo pari a un grande magazzino, dove svolgi il bravo compitino da consumatore, nella logica spietata del “produci consuma crepa”.

A Firenze, Roma e Milano, giusto per fare un esempio, hanno già chiuso prima della fine del 2012 alcune delle librerie storiche. Nella città del Giglio ha chiuso i battenti la libreria Edison, in piazza della Repubblica, e  al suo posto sorgerà un Apple Store.

A Roma non esiste più la storica libreria Croce, in corso Vittorio, che il 30 novembre ha chiuso per sempre. Il proprietario, intervistato dal Corsera, ha spiegato che la colpa delle chiusure in serie è da addebitare a un “sistema di economico e di vendita che stritola il piccolo librario e  in periodi come questo si tende a risparmiare anche sui libri, e il calo degli incassi, legato al costo degli affitti e del lavoro dipendente, privo di sgravi, rende ancora più instabile l’equilibrio precario di una libreria indipendente”.

Anche a Milano ha chiuso i battenti un’altra libreria storica, si tratta della Libreria Antiquaria Rovello, punto di incontro di esperti del settore e di illustri scrittori. La massificazione della cultura, il libro buttato negli scaffali dei supermercati come un qualsiasi prodotto, l’avvento delle grandi catene di distribuzione, il progressivo appiattimento di una generazione sempre più tecnologica e sempre meno raffinata hanno portato sul lastrico migliaia di librerie indipendenti.

Ancora più acuta la crisi si avverte in provincia. A Vittoria, città che vive di agricoltura con ben 60mila abitanti, per anni non è esistita nemmeno una libreria. Eppure siamo in provincia di Ragusa, una provincia con un tenore di vita molto più alto rispetto al resto della Sicilia. Una provincia che ha dato i natali a Salvatore Quasimodo e Gesualdo Bufalino, per capirci. Eppure a Vittoria non si legge. Nemmeno la passione di Gianni e Francesca, due ragazzi con la voglia di portare una ventata di cultura in città, ha scalfito il muro indolente dell’indifferenza vittoriese.

«Abbiamo aperto nel 2009 – ci spiega Francesca mentre prepara gli scatoli per i resi – e prima eravamo nel circuito di una grande catena. Un circuito che soffoca e che fa pagare tutto a costi altissimi: dalla carta regalo sino ai sacchettini, imponendo costi esorbitanti di gestione». Nonostante ciò Gianni e Francesca hanno continuato a credere nel loro sogno e da qualche mese a questa parte sono divenuti una libreria indipendente. La Bixio64 si trova in pieno centro storico a Vittoria, tra palazzi in stile liberty e le piazze principali della città.

«È sempre più difficile andare avanti – ammette Francesca – Penso sia un problema della città, si legge poco e male. Tempo fa entrò un cliente chiedendo se potevo prestargli un libro per fargli delle fotocopie! A parte un numero di clienti affezionati per il resto abbiamo una clientela occasionale che riempie il negozio solamente sotto Natale. Dopo il periodo delle feste gli incassi sono miseri e pagare l’affitto del locale, il fornitore e le altre spese è davvero dura. Stiamo pensando di chiudere, vedremo come andranno le prossime settimane».

Proprio mentre stiamo parlando una ragazzina, al massimo sedici anni, entra e chiede “Cinquanta sfumature di grigio”. «È solo curiosità» e mi sorride imbarazzata. Allora mi ritornano in mente i “non luoghi”, la cultura massificata, l’omologazione dei gusti. E se chiude una libreria, aprono invece i centri scommesse, affollati come non mai la domenica mattina, poco prima delle partite. E nella molle apatia di una città di provincia – così come nella frenesia della grande città – si consuma un’altra sconfitta della cultura. Almeno qui non esistono Nord e Sud.

Di Andrea Sessa

3 risposte a La polemica. Chiudono le librerie e aprono i centri scommesse, in città come in provincia

  1. Purtroppo e’ un inevitabile passaggio nella storia. Quando hanno usato i fucili nelle battaglie hanno chiuso gli artigiani che producevano le spade. Con l’invento delle auto hanno chiuso maggior parte delle scuderie e carozzerie si sono adattate . Con l’internet e gli smartphone chiudono le librerie.

    Nulla di srtano…

  2. La librerie Croce a Roma era davvero un punto di riferimento per me. Sono d’accordo che l’avanzamento tecnologico richiede dei cambianti, anche drastici, ma il problema di fondo sta nella non-cultura del leggere o nel leggere male (e su questo Mark Twain non si sbagliava) come appunto viene evidenziato dall’articolo.

  3. Quello che dice Maxim è semplicemente agghiacciante ma vero solo in parte. Io sono solo un precursore.

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