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Scenari. Il Pd può vincere le politiche solo con Monti ‘stampella’ per rassicurare la finanza

Pubblicato il 16 gennaio 2013 da Hans Peter Briegel
Categorie : Corsivi Politica

Facciamo i facili profeti. Il Pd di Bersani vincerà le elezioni, trionfando alla camera e zoppicando al senato ove si renderà indispensabile l’appoggio di Mario Monti che, a quanto pare, si è candidato per fare la stampella. O meglio è stato candidato per fare la stampella. Quelli come il professore infatti – che sono sempre commissari o membri di qualcosa e calano da altezze sideree per conto terzi – non si muovono mai sponte loro, ma vengono inviati al fine di garantire un risultato preciso. Nella fattispecie che l’Italia resti salda sul binario dell’Europa dell’euro, senza deragliare verso derive “populiste” e continuando a sfornare cessioni di sovranità nazionale, tagli orizzontali alla spesa pubblica e riforme liberiste in tema di lavoro. Come il mercato impone.

Eppure, il PD sembrava già ampiamente qualificato a svolgere il compito senza supporti esterni. In un report di settembre, infatti, la Goldman Sachs augurava all’Italia (e a se stessa) una vittoria del centrosinistra in quanto unica colazione capace di proseguire il progetto riformista bocconiano. Questo è l’ultimo capitolo di una vecchia storia iniziata quando Achille Occhetto – segretario di un partito comunista ridotto sul marciapiede della storia dall’imminente crollo dell’URSS – volò a New York (era il 16 maggio 1989) per incontrare, tra gli altri, un potente uomo dell’establishment americano, il  facoltoso Edgar Bronfman che di mestiere, oltre a giocare in borsa, riciclava leader comunisti. Prima di Occhetto si era infatti presentato da lui il meno fortunato Erich Honecker, dittatore della Germania Est, al medesimo scopo: vedersi garantita una nuova verginità, un rilancio internazionale in grande in stile in cambio di una piena adesione al capitalismo global che avrebbe imperversato di lì a poco. Detto, fatto. Occhetto passò in breve tempo da un’intervista all’altra e da un applauso all’altro: il “Financial Times” e “Le Monde”, in particolare, si incaricarono negli anni successivi di dipingerlo come l’illuminata guida di una partito moderno ed efficiente. I comunisti erano stati sdoganati. Vendendo l’anima, però. E tutto quello che è venuto dopo non deve sorprendere: le privatizzazioni selvagge, la guerra in Jugoslavia, l’ingresso nell’euro, l’introduzione del precariato con il Pacchetto Treu, l’appoggio alle missioni americane, i ponti d’oro a uomini della finanza come Prodi e Padoa Schioppa, la difesa a oltranza dell’Europa e del tecnico Monti.

Se la sinistra non ha mai più fatto cose di sinistra e se i suoi uomini sono divenuti, per dirla con il compagno Franco Bifo, “aguzzini al servizio del più efferato ed estremo progetto neoliberale, monetarista e finanziarista” lo si deve, almeno inizialmente, a quel patto faustiano.

E allora, qual è il problema? Perché non c’è fiducia nel Pd? Perché la sinistra, per quanto ossequiosa, è anche confusionaria e litigiosa. Negli ultimi quattro lustri non è riuscita a governare serenamente per più di due anni di seguito e anche stavolta potrebbe essere tentata di suicidarsi. D’altronde, ci sono i “conservatori” (sic) Vendola e Fassina, c’è la Fiom, c’è D’Alema con le sue sortite filo-arabe, ci sono gli illustri sconosciuti delle primarie (ci si può fidare?) e, soprattutto, la pattuglia di intellettuali cooptati dalla società civile. Quest’ultima categoria comprende persone di valore non più giovanissime, spesso con un passato barricadero nel Pci, abituate a ragionare con la propria testa al di là delle necessità di potere. E sembra difficile presumere che, da ragazzi, la loro massima aspirazione fosse quella di sedersi in Parlamento per votare macellerie sociali e guerre americane.

Dunque, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Il progetto mondialista deve andare avanti senza sbavature di alcun tipo. Il Pd è una buona soluzione, ma con Monti a tenergli la mano è la soluzione perfetta.

Di Hans Peter Briegel

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