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Idee. Il vero conservatore non è un reazionario ma il rinnovatore delle leggi eterne

Pubblicato il 15 gennaio 2013 da Spartaco Pupo
Categorie : Cultura

Uno degli insulti più frequenti nella dialettica politica contemporanea è diventato quello di “conservatore”. L’epiteto, benché nella sua accezione ideologica appartenga al variegato mondo culturale della destra, viene oggi affibbiato persino a esponenti dell’estrema sinistra. Proprio l’altro giorno, Monti, riferendosi al principale alleato di Bersani, il neocomunista Vendola, ha esortato il capo del Partito Democratico a “silenziare i conservatori”. È questo un segnale abbastanza eloquente del fatto che tra gli italiani, tutti gli italiani, anche quelli acculturati, come il prof. Monti, appunto, la parola conservatore suona ancora come una offesa. Persino nella destra postfascista l’essere conservatore è sempre stato visto come una specie di scomunica di cui sbarazzarsi in fretta con il richiamo al modernismo tipico degli antenati nazionalisti e futuristi del primo novecento italiano.

Eppure nel resto d’Europa e del mondo, soprattutto nell’area di lingua inglese, l’essere conservatore è stato ed è una cosa seria, da più di due secoli. Il conservatorismo non è soltanto uno stile di vita, un’attitudine caratteriale, una mentalità che spinge a rifiutare il cambiamento e il progresso a tutti i costi, ma è una vera e propria ideologia politica, una delle più importanti e longeve, insieme al liberalismo e al socialismo. Un’ideologia che ha accomunato alcune tra le figure di intellettuali più carismatiche della storia: da Burke, considerato il “Marx” del conservatorismo, a Bonald, da Maistre a Tocqueville, da Coleridge a Hegel, da Kirk a Spengler, da Voegelin a Savigny, da Eliot a Nisbet, da Oakeshott a Prezzolini. Tutti, a loro modo, sono stati conservatori devoti alla idealizzazione dell’ordine tradizionale e alla perenne custodia di valori eterni quali l’onore, la prudenza, la saggezza, la gentilezza, la fedeltà, il sangue, la gerarchia, la comunità, la nazione, usati come vere e proprie “armi” nella battaglia che, a vario modo, hanno combattuto contro sofisti, calcolatori, utopisti e razionalisti di tutte le epoche, soprattutto contro i “soldati del modernismo” alla Rousseau, Bentham, Adam Smith.

Ma in che cosa credono i conservatori? In pochi ma fermi ideali, diametralmente opposti a quelli del liberalismo e del socialismo: tradizione contro progresso; ordine contro anarchia; pensiero-azione contro contemplazione; autorità contro potere; qualità contro quantità; libertà contro uguaglianza; proprietà privata contro statalismo; religione contro moralità; comunità contro individuo. Sono questi i dogmi di una fede conservatrice che ha finito per attrarre statisti del calibro di Disraeli, Churchill, Bismarck, de Gaulle e, più recentemente, Thatcher e Reagan, uomini e donne di grande levatura politica, ricordati e celebrati in tutto il mondo, che non hanno avuto alcuna difficoltà ad autodefinirsi fieramente conservatori, e che hanno elaborato e attuato programmi politici di chiaro stampo conservatore. L’elezione di Reagan, in particolare, è coincisa, negli Stati Uniti, con la costruzione di una struttura conservatrice destinata a durare fino ad oggi grazie a fondamenta culturali solide e alle notevoli energie profuse da riviste a circolazione internazionale, centri di ricerca e istituti culturali per molto tempo ritenute accessibili soltanto ai liberali e marxisti. La “rete” di conservatori americani, a partire dagli anni ottanta, riuscì a elevare la parola conservatore a uno dei simboli più importanti nel dibattito politico del tempo, non solo nel mondo della politica pratica ma anche in quello universitario, dove andavano letteralmente a ruba i testi di Burke e Tocqueville e un nuovo movimento studentesco era in grado di tenere testa, negli atenei, agli esagitati della Nuova Sinistra.

Tale fervore culturale, a ben vedere, è l’esatto contrario di ciò che da sempre accade in Italia, dove a farla da padrone è sin qui stato il pensiero unico, con tutti i suoi pregiudizi e i suoi ostracismi nei confronti dei mondi “altri”, alternativi, non conformisti. Da questa ostilità, mista a scarsa conoscenza di un fenomeno culturale rimasto del tutto inesplorato nel nostro Paese, deriva la preconcetta posizione dei nemici del conservatorismo alla Monti, alla cui agenda, peraltro, tutta tecnica, calcolo e freddezza, un po’ di conservatorismo in più forse non guasterebbe. Il vero conservatore, infatti, per dirla con Prezzolini, non è né un reazionario né un nostalgico, ma colui che vuole “continuare mantenendo”, che a problemi nuovi dà risposte nuove, ispirate a principii permanenti, che è “rinnovatore delle leggi eterne dimenticate stupidamente, nascoste ipocritamente, trascurate impotentemente, violate quotidianamente” e che è persuaso di essere, “se non l’uomo di domani, certamente l’uomo del dopodomani, che sarà riconosciuto quando i suoi avversari democratici avranno fatto fallimento”.

*Spartaco Pupo  insegna Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria ed è consigliere comunale a Rende (Cosenza). Ha svolto ricerche sul pensiero rivoluzionario e controrivoluzionario del Settecento meridionale. Ha introdotto al pubblico italiano il pensiero del realista Samuel Alexander. Da qualche anno si occupa di comunitarismo e conservatorismo. È “Senior Fellow” presso l’Istituto di Politica, centro di analisi e ricerca con sedi a Roma e Perugia e membro del comitato di direzione della Rivista di Politica. Tra i suoi libri: Le ragioni culturali della Rivoluzione del 1799 in Calabria (Cosenza, 1999), Samuel Alexander: naturalismo e democrazia delle cose (Cosenza, 2003), La comunità e i suoi nemici (Firenze, 2008), La politica senza Noi (Roma, 2011). Recentemente ha pubblicato Robert Nisbet e il conservatorismo sociale, Mimesis (2012) e Il pensiero riformatore calabrese (Rubbettino, 2012).

Di Spartaco Pupo

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