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Calcio. Caso Boateng: no al razzismo ma lasciateci fischiare in pace gli avversari

Pubblicato il 15 gennaio 2013 da Massimo Fini
Categorie : Corsivi Pallone mon amour

Dopo i cori razzisti contro Boateng nell’amichevole Pro Patria – Milan, la FIGC e il Viminale hanno deciso di varare la ‘linea dura’. Lo stesso giocatore preso di mira dai cori razzisti potrà rivolgersi all’arbitro che, in accordo col responsabile dell’ordine pubblico, potrà decidere per la sospensione temporanea ma anche definitiva della partita.

Va da sé che il razzismo allo stadio é incivile, cretino e anche un po’ ridicolo (spesso i tifosi che contestano il ‘negher’ dell’altra squadra hanno tre o quattro giocatori di colore nella propria, il che, per la verità, attenua la gravità del fenomeno e fa dubitare che si tratti di razzismo vero e proprio).Tuttavia non sono d’accordo con la ‘linea dura’. Lo stadio di calcio non é solo un luogo di sport e di spettacolo, oggi anche, e forse soprattutto, di un business che sta svuotando questo gioco dei suoi contenuti mitici, rituali, simbolici, identitari che ne hanno fatto la fortuna per più di un secolo.E’ un’arena. Dove parte degli spettatori – non necessariamente solo i giovani – va per sfogare i propri istinti e quell’aggressività che una società moderna, civile, illuminista comprime in tutti i modi. Ma un ‘quantum’ di aggressività é necessaria all’essere umano perché fa parte della vitalità (quella vitalità che noi italiani abbiamo perduto e che ci fa cosi’ tremebondi davanti agli immigrati balcanici o magrebini che invece l’hanno conservata). L’aggressività non puo’ quindi essere completamente eliminata da una società, perché é vitale e perché, se troppo compressa, finisce poi per esplodere, all’improvviso, nelle forme più violente e pericolose, come il coperchio di una pentola tenuta troppo a lungo sotto pressione. Le società preilluministe lo sapevano benissimo e si sono ingegnate a creare istituti in cui canalizzare l’aggressività, senza annullarla, ma tenendola sotto controllo ed entro limiti accettabili. La festa orgiastica, la guerra ‘ ritualizzata ‘, (diembi) dei neri africani, ma anche il carnevale europeo durante il quale ci si poteva permettere cose proibite durante il resto dell’anno, hanno questo significato. Non é un caso che nell’antica Grecia il ‘capro espiatorio’ fosse chiamato ‘pharmako’s ‘ ,medicina. Si scaricava su di lui l’aggressività collettiva che, altrimenti, agendo all’interno della comunità l’avrebbe distrutta.

Naturalmente noi moderni non possiamo più avvalerci di questi antichi espedienti. Ci manca anche la guerra, per noi la fanno le macchine. Ci rimane solo lo stadio. Ecco perché credo che allo stadio la violenza, finché rimane verbale, vada tollerata. Altrimenti a furia di imporre la tolleranza a tutti i costi, il ‘politicaly correct’ , le buone maniere si finisce nei delitti delle ‘ villette a schiera’ , come li ha chiamati Ceronetti, dove tutto é lindo e pulito, corretto, ma un mattino uno si alza e sbudella una mezza dozzina di vicini.

Infine, i Paesi occidentali, con l’intrusione violenta del loro modello, hanno distrutto l’economia, la socialità, l’equilibrio delle popolazioni dell’Africa nera e le hanno ridotte alla fame. Ma di questo le ‘anime belle’ non si curano. Per loro l’Intollerabile é dare del ‘negher’ a un nero. Schifosi ipocriti.

* da Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2013

Di Massimo Fini

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