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Primarie Pd. Se un giovane con Cuperlo illustra l’alfabeto politico a Renzi

Pubblicato il 7 dicembre 2013 da Dario Corallo
Categorie : Cronache Politica
Cuperlo ai tempi della militanza nella federazione dei giovani comunisti

Cuperlo ai tempi della militanza nella federazione dei giovani comunisti

Ambizione. C’è ambizione e ambizione. L’ambizione personale individualistica è, di fatto, una perversione borghese. L’uomo alienato (ebbene sì: ho detto alienato) che non riesce a trovare il senso di appartenenza a un qualcosa, cerca di dominare quel qualcosa, mettendo in pericolo la seconda ambizione: la voglia, da parte di un gruppo di persone, di diventare egemone. Questa era l’ambizione dei leader di sinistra, specie quelli di tradizione comunista. Le ambizioni personali, ancorché umanamente giustificabili, risultano spesso dannose e miopi. Quando c’è l’ambizione a diventare egemone da parte di un gruppo di persone, bisogna sempre che questo gruppo si ponga qualche domanda: “a che costo?”. “Quale costo invece non sono disposto a pagare?”. Se le ripettive risposte sono “tutti” e “nessuno”, ci troviamo davanti a un problema più che davanti a una risorsa.

Bipolarismo. Il bipolarismo è una struttura e, come struttura, deve rispondere alle fasi politiche. Queste fasi si evolvono, spesso, molto rapidamente. Durante gli anni del berlusconismo, che ora vedremo come si evolverà, a fronte di uno scheramento compatto nel centrodestra, bisognava contrapporre un altrettanto compatto “blocco” del centrosinistra. Tuttavia non si può optare per il bipolarismo tout-court, perchè questo sarebbe il risultato di una poca lungimiranza. La politica è il terreno di scontro di idee che, spesso, sono più di due.

Comunicazione. La comunicazione è la politca. Come diceva Gramsci, chi distingue tra elaborazione della soluzione politica e costruzione del consenso intorno a quella soluzione, non capisce nulla di politica. Questa è l’accusa che veniva rivolta alla classe degli intellettuali, e più precisamente ai giornalisti e agli scrittori in genere, i quali credevano di poter distinguere la propria figura quella del “dirigente”. Gramsci, nel primo volume dei Quaderni del carcere (p. 35 dell’edizione di Editori Riuniti) scrive: “Il modo di essere del nuovo intellettuale non puo  piú consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mesco- arsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, .persuasore permanentemente. perché non puro oratore – e tutta-via superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane specialista e non si diventa dirigente (specialista + politico).” (PS: Quando si cita o si parafrasa un autore, è sempre buona educazione citare la fonte, per garantire al lettore la possibilità di andare a verificare la corretta interpretazione del passo).

Decisione. C’è molta confusione per quanto riguarda le deleghe (sulle quali concordo che debbano essere maggiori) tra la rappresentanza e il governo. Sono due poteri distinti e tali devono essere. Su questo punto nasce il problema dei personaggi con un ego abnorme: oscillano tra il voler rappresentare e il voler mettere in atto delle decisioni prese dai rappresentanti. Da questa deriva nasce la voglia di presidenzialismo; voglia che Renzi incarna perfettamente, essendo il risultato dell’egemonia di una certa cultura e avendo un ego abnorme. I due ruoli, però, è meglio che restino distinti, per evitare le dittature di maggioranza. I padri costituenti, questo, lo sapevano bene.

Entropia. L’entropia dilagante del dibattito pubblico non è o un problema da gestire o una potenzialità da sfruttare: è entrambe le cose. Dimenticarsi di una delle due può essere distruttivo: nel primo caso si perdono le prospettive e l’incapacità di progettazione politica sul lungo termine; nel secondo caso si rischia di portare a degenerazione la stessa istituzione democratica.

Finanza. Cosa sono i mercati? Ormai visti come una presenza quasi fantasmagorica, i mercati sono in realtà persone che cercano di arricchirsi; idem le banche. Davanti a questa situazione io, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo di persone che desiderano controllare questi processi, (se non arrestarli) preferisco starci dentro. Sarà impopolare, ma nel momento in cui una banca gioca un ruolo importante della vita dei cittadini (che in quel caso coincidono con una città) è giusto che i cittadini, o i loro rappresentanti, ci “stiano dentro”. Le cose, da dentro, si vedono meglio.

Giustizia. Di associazioni di giudici ne esistono varie. Attualmente sono: Unità per la Costituzione (12 eletti), Area, formazione che riunisce Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, Articolo (12 eletti), Magistratura Indipendente (11 eletti), Proposta B (1 eletto). Trattandosi di uno dei tre poteri di uno stato moderno, è giusto che i magistrati si riuniscano e si associno liberamente. La magistratura, essendo un’organismo che opera nella società e nello stato, è un’organismo politico e, come tale, deve strutturarsi. Ed è proprio per la struttura politica della magistratura che la telefonata della Cancellieri è una cosa fuori dalla grazia di Dio. Se così non fosse, rientrerebbe all’interno dei molti fenomeni di ingenuità politica di cui il nostro paese è affetto.

Hope. La speranza ha senso in un’ottica deterministica. La politica è, per sua stessa definizione, la volontà di modificare il corso degli eventi. Si spera quando il futuro non dipende da noi (da qui l’espressione “che Dio ce la mandi buona”). Quando, invece, il futuro e determinabile, bisogna dare prospettive, non speranze. Ho cercato: purtroppo non esiste una cittadina che si chiami “Prospective”. Italiani. Credo che su questo punto siano state messe insieme cose un po’ diverse. Per ambire ai voti dell’altro, bisogna fare una proposta migliore di quella dell’altro, non imitarlo. La sinistra pretende di parlare a tutti gli italiani, non solo a quelli di (molto) ipotetici. Tuttavia, a volte, si devono fare delle scelte: ne va del principio di non contraddizione. Per decidere verso dove far propendere la scelta, ci si deve porre la domanda sul “prezzo” di cui parlerò nell’ultimo punto. Per quanto riguarda il secondo punto, non c’è una pretesa di superiorità etica. La pretesa è di una superiorità politica nel porsi come motore della storia. Se non ci fosse questa pretesa, in ogni schieramento, non ci sarebbe politica. (in altre parole: potrò credere di aver ragione, o no?)

Leadership. Il primo a mettere in discussione l’equivalenza segretario=candidato premier, è stato proprio Renzi sfidando Bersani alle scorse primarie. Quando Bersani decise di andare in deroga allo statuto e di permettere a Renzi di competere alle primarie di coalizione, il sindaco di Firenze non mi sembrava così convinto di quell’equivalenza che oggi tanto reclama. Io, personalmente, ritengo che il segretario e in candidato premier debbano essere due persone distinte proprio per garantire la stabilità di un partito: se il candidato premier non dovesse farcela, dovrebbe dimettersi da segretario, costringendo, di fatto, il partito a cominciare da zero ogni volta. Se invece dovesse farcela, mancherebbe quell’organismo di controllo degli eletti , organismo incarnato proprio dai partiti. Per quanto riguarda l’elenco dei casi europei di coincidenza segretario-premier, ritengo che si tratti un errore logico: post hoc ergo propter hoc. Se altrove è così e funziona, per far funzionare la cosa da noi deve essere così. Come dire “tutti repirano”; “tutti muoiono” —> “Respirare uccide”: Post hoc, ergo propter hoc, per l’appunto.

Merito. Io credo che, davanti la meritocrazia (irrinunciabile, sia chiaro), la vera domanda che si deve porre un partito di sinistra sia: “va bene premiare i migliori… ma tutti gli altri?” Di solito a questa domanda si risponde con un “eh, ma se si dessero a tutti le stesse possibilità ai ‘punti di partenza’ (espressione che va bene fino ai 15/16 anni, poi non più. Vi prego smettete di usarla) poi chi merita va avanti… se quello non ha voluto studiare, mica è colpa mia”. Ok, ma neanche puoi buttarlo nel cesso e tirare lo sciacquone, no? C’è poi un tarlo che mi assilla: ho la sensazione che, chi solitamente invoca la meritocrazia lo faccia spinto dalla profonda convinzione di appartenere a “i migliori” da premiare. Non so, io credo, facendo un banale calcolo statistico, che la maggioranza appartenga alla media. Ma forse è solo una mia fissazione…

Nuovo. Sempre un problema di post hoc ergo propter hoc: con il “vecchio” le cose vanno male, con il “nuovo” devono andare bene. A proposito, poi, di citazioni a caso, ma che danno un tono, Johann Heinrich Voss, poeta tedesco, disse “il nuovo non è bello, e il bello non è nuovo”.

Organizzazione. Il tema dell’organizzazione mi appassiona molto. Il tentativo di fluidificare il partito ha portato ai risultati che conosciamo (smentendo, di fatto, la teoria del “nuovo” proposta nell’articolo.). Credo si debbano rimettere in ordine le cose: da un lato ci sono gli elettori, dall’altro gli iscritti. I primi sono, perdonatemi l’espressione, il premio. I secondi, invece, sono gli agenti.Quando, come nel caso delle primarie, si confondono i due piani, si perdono di vista le proprie idee e i propri calcoli. È un pochino come la caccia: ci sono il cavallo, la lepre e il fucile. Le cose stanno in un certo ordine. Se io montassi sulla lepre e sparassi al cavallo, mangerei di più (come nel caso delle primarie che aumentano la base) ma questo mi aiuterebbe solo nel breve termine. Noi (noi del Pd, intendo) stiamo esultando per aver ucciso la bestia più grossa e per aver molta più carne da mettere al fuoco. Voglio vedere come andremo a “caccia” la prossima volta.

Parricidio o ubriacone? Non concordo con la frase di Umberto Saba. Tuttavia credo, come Luca Goldoni, che l ‘Italia, come dice Calvino, ricorda il lampione della storiella: l’ubriaco sta cercando la chiave sotto la lampada, un passante gli chiede se è sicuro di averla perduta proprio lì; no, risponde l’ubriaco, ma qui ci vedo. Per fare la rivoluzione, basta che qualcuno smetta di bere.

Quest. Più che una Quest, il renzismo mi ricorda la fiaba dei tre principi di Serendippo, che vanno in giro sperando di trovare ciò che non cercano. In altre parole, si lasciano guidare dall’intuizione momentanea o, se si preferisce, dalla botta di fortuna. La serendipità, che da questa fiaba prende il nome, è molto romantica e utile per la filosofia, per le scienze o per le arti: non per la politica.

Rottamazione. Siamo d’accordo: è un termine brutto. Disegna le persone da “rottamare” come inutili. Non credo sia così. Io credo, anzi, che da chiunque si possa trarre qualcosa di buono, soprattutto da chi ha accumulato più esperienze.

Sessantotto. Anche su sessantotto siamo d’accordo. È curioso, però, che il sessantotto nasca dalle stesse esigenze di rinnovamento che propone Renzi, per cui il nuovo è bene e il vecchio è male. Se non è andata bene la prima volta, come possiamo credere che alla seconda andrà meglio?

Trendy. Abbiamo detto prima che la politica è comunicazione. Mi pareva che su questo fossimo, più o meno, d’accordo. Ma la comunicazione è soprattutto quella non verbale, quindi anche l’atteggiamento e il vestiario. Nelle cose ci vuole serietà e rispetto. Quando ero al liceo, ho avuto professori che non sono mai venuti a scuola se non in giacca e cravatta, per rispetto al ruolo che ricoprivano. Io sono grato a loro e a questo insegnamento: il vestito va abbinato al ruolo ricoperto, non alla persona o al luogo.

Unità. Non credo che l’oggetto del cercare sia stato un unitarismo senz’anima. Credo, piuttosto, che invece si sia dato anche troppo spazio alle divergenze. Credo che si debba parlare anche duramente al proprio interno e poi uscire con una proposta unica che sia sostenuta anche da coloro i quali, nel dibattito interno, la ritenevano sbagliata. Questa “cosa”, che permetterebbe a un partito di essere più incisivo e di migliorare la “battaglia delle idee”, si chiama centralismo democratico. Credo sarebbe utile riscoprirlo.

Vittoria. Questa voce si ricollega in parte alla prima. La vittoria, in politica, è il momento in cui un gruppo di persone dimostra di essere egemone culturalmente, socialmente e politicamente. Quando c’è l’ambizione a diventare egemone da parte di un gruppo di persone, bisogna sempre che questo gruppo si ponga qualche domanda: “a che costo?”. “Quale costo invece non sono disposto a pagare?”. Se le ripettive risposte sono “tutti” e “nessuno”, ci troviamo più davanti a un problema più che davanti a una risorsa. Io credo che non si debba vincere ad ogni costo: se il popolo chiede le leggi razziali, io non posso proporre le leggi razziali pur di vincere. Accetto di perdere e di fare battaglia di minoranza. Credo che questa spasmodica volontà di vincere sia stato uno dei più grandi errori della sinistra degli ultimi venti anni.

Zuzzurellone. “Per i greci politike techne era un dono di Zeus, mescola sapiente di due ingredienti: dike e aidos. Perché politico è colui che sa elaborare ordinamenti giuridici per organizzare lo stato (dike). Ma è anche colui che sa colpire gli animi col suo modo di porre gli argomenti (aidos).” Questo mi sembra un ragionamento ben costruito. Ciò che mi pare quantomeno curioso è che questo discorso venga utilizzato per dimostrare la necessità di leggerezza nella politica. Quamquam ridentem dicere verum quid vetat? (Chi impedisce di dire la verità ridendo? – Orazio, Satire libro I). Ma c’è luogo e luogo, come già detto a proposito della parola trandy.

Lo so, in questa mia risposta sono stato un po’ petulante, ma nelle parole dell’articolo ho visto plasticamente delinearsi davanti a me il motivo per cui sostengo Cuperlo. No, non sono un vecchio barboso e noioso: ho 26 anni e credo di essere anche abbastanza leggero quando serve e quando posso. Ah, un’ultima cosa: anche Matteo prima o poi sarà il vecchio e io il nuovo. Ci vediamo tra vent’anni.

*Dario Corallo (Responsabile cultura Giovani Democratici di Roma – Sostenitore di Gianni Cuperlo)

(da ilfoglio.it)

@barbadilloit

Di Dario Corallo

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