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De Turris: “Tolkien? Nessuna dicotomia fantasy/fantastico. E a Pigi Battista ricordo che…”

Pubblicato il 8 gennaio 2013 da Gianfranco de Turris
Categorie : Cultura Libri

Così va il mondo! Da giovani -giusto quaranta anni fa – si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane “Bilbo” , poverino (lo hobbit non il cane). Ma il tempo, ahinoi, passa, s’invecchia, si  hanno resipiscenze senili, ci si pente e adesso il fantastico di Tolkien viene talmente in uggia che “inquieta”, “continua a non piacere”.

Questa sorprendete confessione è sull’ultimo fascicolo di Panorama e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative. Il film di Jackson non ha scatenato le polemiche idiote di dieci anni fa all’epoca del Signore degli Anelli, ma ha invece portato alla luce inaspettati problemi personali. All’inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano la “colpa” di aver letto di nascosto le “opere proibite” del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi, ora  emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da equivoci e da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario.

E’ infatti di questo che si deve parlare in generale, dato che il termine  fantasy prima del 1970 non veniva usato in Italia al posto di fantastico (c’erano heroic fantasy, science fantasy ecc,) e venne adottato dall’inglese nelle pubblicità editoriali per poi entrare nell’uso comune. La contrapposizione fantasy/fantastico è quindi artificiosa e artificiale, lessicale non contenutistica anche se col tempo il primo termine si tende a riferirlo alla narrativa  non solo di Tolkien, ma di tutti gli autori che a lui si ispirano creando mondi alternativi, mentre il secondo lo si vuol riferire alla narrativa  di tipo “classico”. In realtà la vera differenza sta nelle varie modulazioni del fantastico stesso, che non è uniforme, ma fantastico resta sempre.

Barbolini cita  Roger Caillois e fa bene. Caillois è un teorico-chiave per come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo “fantastico” esistente. Il vampiro, lo spettro, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l’entità di Lovecraft, l’alieno e addirittura Mary Poppins oggi, “contestano”, se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale, sommovendola settorialmente. Ma vi è un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d’immaginazione (che il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà, la “cointesta” tutta, integralmente: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l’Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e tutti gli altri Mondi Secondari inventati con maggiore o minore originalità  dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.

E’ questo l’equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero “fantastico”: “Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale”, mentre “il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero”, “mai una smagliatura”, addirittura “plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un’epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto”. Questa precisione, questa assenza di ”smagliature” per Barbolini appaga il lettore: “l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutariamente in crisi”. Da qui, per lo scrittore, il suo successo planetario pluridecennale.

L’errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. E’ invece proprio il fantastico totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l’intero Reale che conosciamo in quanto alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori. Ed riemergono da quell’essersi calati in una lettura senza tempo ritemprati idealmente e rinvigoriti moralmente come già notava trent’anni fa Franco Cardini.

E del resto, chi ha detto che nella precisamente e minuziosamente ricostruita Terra di Mezzo dove tutto è come un “orologio svizzero”, non esistono quel “tarlo”, quella “faglia limbica”, quella “crepa”,quella “smagliatura” invocati da Barbolini quali segni del fantastico vero, tali quindi da icrinare la “realtà” dell’ immaginaria Terra di Mezzo? Certo che tutto questo perturbante (per usare il termine freudiano) c’è, e come… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob: essi vogliano scardinare, incrinare, perturbare appunto, la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro malvagità in esso, cercando di imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.

Non esiste, allora a mio parere,  una dicotomia tra fantasy e fantastico, ma semplicemente si deve intendere il fantastico nei sue due aspetti fondamentali: quello parziale dell’irruzione dell’Inaspettato, e quello totale della sostituzione integrale  di un mondo alternativo al Reale che conosciamo.

Certo, può esistere come per ogni fenomeno di costume e genere letterario anche un “conformismo” del fantastico, ma questo nasce dalla sua mercificazione e mistificazione, che non sono nemmeno nate con film, videogiochi e internet: già se ne parlava negli anni Ottanta quando le imitazioni letterarie di Tolkien dilagavano e pochissimi sapevano essere originali.

In occasione del nuovo film di Jackson si è occupato del “caso Tolkien” anche un’autorevolissima firma del Corriere della Sera, il vicedirettore Pierluigi Battista, che essendo abbastanza vecchio (pardon: diversamente giovane) ha giustamente stigmatizzato le colpe del “ceto dei colti” progressisti che durante la contestazione e gli anni di piombo  “anatemizzò la saga degli hobbit come un covo di neofascisti” per una serie di concause non tutte elencate, ma è già moltissimo che si siano precisate certe responsabilità mai totalmente ammesse.

Però non si può dire che “Tolkien non è di destra né di sinistra”: anche io l’ho affermato,ma in senso generale. Tolkien aveva le sue idee, ma indipendentemente da esse lo si doveva apprezzare, come scrittore e creatore di un’epica del Novecento. Tolkien, come scrive il suo biografo ufficiale Humphrey Carpenter, era un right-wing man: monarchico, conservatore, cattolico romano, tradizionalista, antimoderno, antitecnologico. Amante delle fiabe, dei mitri, dei simboli. La intellighenzia italiana degli anni Settanta lo “anatemizzò” proprio come aveva fatto in precedenza con  Nietzsche, Pound, Céline, d’Annunzio, Marinetti, Mishima e tanti altri, per poi tentare di recuperarli tutti nei modi più impensati (e qualche volta grotteschi e ridicoli). Non rientravano nei loro schemi mentali, nelle loro categorie ideologiche. Quindi tutti “fascisti”. Lo stesso è accaduto per il professore di Oxford, e non ci si deve meravigliare. E non lo si può negare.

Peraltrò Battista non può dire che questo rifiuto di Tolkien da parte della cultura di sinistra fu per la “destra fascista” come “un regalo che la faceva uscire da uno stato di minorità culturale e si appropriò con legittima soddisfazione dei simboli creati da Tolkiien”.

Battista, che quei tempi ha vissuto come giornalista, dovrebbe ricordare che, indipendentemente dal rifiuto della sinistra intellettuale e politica, a destra si accorse, recensì, parlò di Tolkien, e che poi lo difese,  un gruppo di giovani che già si interessavano di fantastico, miti e tradizione, leggeva Eliade ed Evola, e che scoprì nelle opere di Tolkien quei simboli che già conosceva già rovisti e rivivificati in un romanzo d’immaginazione, in un’epica adatti ai loro tempi. Gli stessi ambienti cattolici si accorsero delle opere del professore solo alla fine degli anni Settanta e il cardinale Biffi lo eaaltò alla fine degli anni Ottanta. E  ci si deve ricordare che dall’epoca della pubblicazione del Signore degli Anelli (12970) al primo dei tre Campi Hobbit (1977) passarono ben sette anni. Certa destra – non quella ufficiale del Msi, ma quella aperta di Romualdi, e quella dissidente di Rauti e della Nuova Destra – si avvicinò al mondo alternativo tolkieniano non per ragioni “politiche” ma ideali e valoriali. Non si trattò di una strategia studiata a tavolino per uscire dal ghetto ideologico e dalla “minorità culturale” (altri autori di riferimento importantissimi li aveva, e sono tra gli altri quelli citati in precedenza). Ma spontanea, come molti protagonisti di allora, a cominciare dai fondatori de gruppo musicale della “Compagnia dell’Anello”, ancora in attività, possono ben testimoniare. Cose dette e scritte mille volte ma a quanto pare inutilmente.

Di Gianfranco de Turris

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