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Limonov: “Colpevole, come russo, di non riuscire a vedere la sensibilità del mio popolo”

Pubblicato il 7 gennaio 2013 da Eduard Limonov
Categorie : Scritti

* A Barbadillo Ed Limonov piace. Perché è un anticonformista vero, con tante contraddizioni, ma con un coraggio raro nel mondo della cultura italiana, ridotta a un salotto dove si mangiano ogni sera tartine al caviale. Limonov, invece, milita le sue idee. Rischiano in prima persona. Mica firmando penosi appelli emanazioni del Pensiero unico… ***

Signor Giudice, Signori della Corte,

mi chiamo Eduard Veniaminovič Savenko (ma forse voi mi conoscete come Limonov) e sono nato nella regione di Nižnij Novgorod, nel cuore stesso della Russia, durante la Grande Guerra Patriottica. Ho vissuto a Charkov e a Mosca, in America, in Francia e di nuovo in Russia. A quindici anni, a Charkov, ero un delinquentello; a diciassette sono diventato un operaio, e a vent’anni ho partecipato a uno sciopero. Ma ero ancora un ladro: ho smesso di rubare quando hanno preso e fucilato un mio amico – avevo ventun’anni.

Non mi hanno accettato all’università, allora sono andato a Mosca. Lì ho ascoltato le lezioni dell’insigne Arsenij Tarkovskij. Non avevo il suo talento, ma sono diventato anch’io un poeta; nonostante questo, qualcuno cominciava a interessarsi a me e alle mie opere. Poi mi hanno chiesto – sì, Signor Giudice, il KGB – mi hanno chiesto di scegliere tra la carriera dell’informatore e quella dell’emigrato. Ho preferito la seconda alternativa.

Negli Stati Uniti sono stato un maggiordomo punk, un giornalista, un sarto, un po’ di tutto; non mi piaceva quel paese e la sua etica, ma mi ci sono trovato bene. Ho conosciuto Lou Reed e Charles Bukowski, e qualcuno mi accusa di averlo anche plagiato, quest’ultimo; ma non vi tedierò con questioni di critica letteraria. Poi mi sono trasferito in Francia al seguito di Natalija – era una modella e una poetessa, ma credo la ricordiate tutti – e là sono stato insieme un comunista e un dissidente dall’URSS. Lo giuro, Signor Giudice: ai francesi queste cose piacciono, e a me non dispiaceva mettermi un po’ in mostra. Intanto ero diventato uno scrittore famoso: in Francia quello che in America non andava bene era diventato pubblicabile.

Poi è tornata la Russia e io sono tornato in Russia, perché sono un russo e uno scrittore russo e anche perché mi avevano garantito che adesso anche da noi ci sarebbe stata libertà e democrazia. Non che libertà e democrazia mi avesse convinto quando ero negli Stati Uniti e in Europa; ma era curioso di vedere come avrebbero funzionato in Russia. La risposta me la diedero i carri armati contro il Parlamento, nel 1993 (io ero tra quelli che provarono a difenderlo).

Intanto scrivevo e combattevo per i Serbi in Jugoslavia e per gli Abcasi in Georgia. Ho approfittato della nuova democrazia russa per fondare un giornale e un partito: ho chiamato il partito nazionalbolscevico e gli ho fatto dire che la missione della Russia sarà quella di riunire l’Europa e l’Asia, l’Islam, il Cristianesimo, l’Ebraismo e il Buddismo, perché solo la Russia ha in sé la grandezza per fare questo.

Il giornale, invece, l’ho chiamato Limonka: ci ho scritto su di tutto. Ho scritto che Stalin ha ecceduto in moderazione e che i caucasici bisognerebbe ammazzarli tutti, e non sarebbe un male farlo. Ma pareva che nel caos della nuova Russia della mafia e del libero mercato nessuno si fermasse a leggere e a pensare niente, come se tutte le parole le portasse via il vento.

Quand’è arrivato Putin e ha parlato e agito da uomo forte io, che ho passato anni a scrivere e a sognare di una Russia imperiale, mi sono schierato contro di lui: sono diventato di nuovo un criminale per aver scritto che bisognava difendere i russi e invadere il Kazakistan. Mi hanno messo in cella con un assassino, un ladro e un rapinatore: mi ci sono trovato bene, avevano letto tutti i miei romanzi.

Nel 2003 mi hanno condannato, anche se mezza Russia era venuta a testimoniare per me. Quando sono uscito di galera per buona condotta, dopo due anni, avevo scritto altri otto libri e mi ero anche organizzato qualche serata con delle giovani ammiratrici. Poi, questa è storia recente, ho fondato con Kasparov e Kas’janov Altra Russia, come tutti voi sapete: siamo uno scacchista, un politico corrotto e un nazionalbolscevico (ma in Occidente c’è chi mi chiama fascista) e siamo l’opposizione liberale russa.

Ecco, Signor Giudice, questa è la mia vita: giudichi lei se non è la biografia di un ribelle, di un poeta, di un provocatore. Eppure ho scosso i russi, al tempo della democrazia e della libertà di pensiero e di voto, meno di quanto abbia potuto influenzare i sovietici dell’epoca di Brežnev: non so se siano state le guerre, il terrore, l’inflazione, se l’abbiano fatto dieci anni di violenta anarchia e di ruberie, ma vedo che i russi hanno perso ogni sensibilità. Scoppiano le bombe e loro non battono ciglio; non li muovono né li commuovono gli assassini dei giornalisti e gli attentati suicidi. Passano accanto alle manifestazioni represse a manganellate e non si fermano neanche a guardarci.

Per questo motivo, signor Giudice, signori della Corte, mi dichiaro colpevole: come poeta russo, mi dichiaro colpevole di non riuscire più a vedere e toccare la sensibilità del mio popolo; come russo, mi dichiaro colpevole di aver perduto l’anima, e di far parte di un popolo che ha conosciuto troppi disastri e troppe minacce e cerca solo di sopravvivere, con lo sguardo fisso sui propri passi.

Di Eduard Limonov

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