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Il caso. Lo Juventus Stadium i bambini e la differenza tra i cori da curva e la violenza

Pubblicato il 2 dicembre 2013 da Andrea Cascioli
Categorie : Sport/identità/passioni

wbresizeA sentire gli artefici di quel teatrino dei buoni sentimenti che è andato in scena ieri allo Juventus Stadium, viene proprio da ripensare ai versi di una canzone di Gaber: “non insegnate ai bambini la vostra morale, è così stanca e malata, potrebbe far male”.

Ai bambini hanno preteso di insegnare eccome, invece, sugli spalti di Juventus-Udinese. E hanno fatto di peggio: li hanno usati come un feticcio da sbattere in faccia a chi osava contestare l’idiozia montante delle squalifiche per “discriminazione territoriale”. Li hanno messi in fila con i cappellini rossi offerti da un’azienda dolciaria che, per puro caso, è tra gli sponsor della Juventus: perché vanno bene i buoni sentimenti, purché siano monetizzabili pure quelli. Un’ipocrisia resa ancor più grossolana dal balletto degli orari: il posticipo serale anticipato alle 15 per facilitare il trasporto dei bambini, poi spostato di nuovo alle 18,30 perché così ha deciso la televisione. Alla faccia dei bambini e delle pubblicità progresso.

Alla fine ci hanno pensato proprio loro, i protagonisti involontari della sceneggiata con tanto di sponsor, a steccare nel coro: lo hanno fatto a più riprese e senza malizia, indirizzando al portiere avversario un epiteto non proprio gentile. Così, quantomeno, i bambini ci hanno ricordato un’ovvietà scandalosa, cioè che tra i cori e la violenza c’è la stessa differenza che passa tra un fucile a tappi e una mitragliatrice.

Ce ne eravamo dimenticati, al punto da credere davvero che la “discriminazione territoriale” possa fare più danni dei gavettoni di urina e dei settori ospiti sfasciati, cose per cui una parte della tifoseria napoletana ospite a Torino tre settimane fa non è stata squalificata. Ce ne eravamo dimenticati tanto da convincerci che le famiglie non vadano più allo stadio per via dei cori, non perché oramai, tra tessere del tifoso, intoppi delle biglietterie, divieti di trasferta, code, permessi e perquisizioni, assistere a una partita è peggio che vedersela con Equitalia: basti pensare a Modena-Carpi della scorsa settimana, un placido derby di serie B funestato dalle restrizioni della questura che ha diviso i tifosi in sei categorie diverse, ciascuna con modalità differenti di acquisto dei biglietti e di ingresso.

Di molte cose ci siamo dimenticati, per esempio che la stessa domenica di Juventus-Napoli, quella dei cori da squalifica, a Genova un tifoso veronese è precipitato da un autobus che viaggiava verso lo stadio di Marassi carico come un carro bestiame, come spesso succede durante le trasferte. Giorgio Leoni, un giardiniere di 43 anni, è caduto sull’asfalto ad 80 km all’ora ed è finito in coma all’ospedale, dove resta tuttora in prognosi riservata: altro non si è saputo, perché la sua vicenda è stata relegata alla cronaca locale dalla querelle sulle curve e i bambini. Non sappiamo se a Giorgio da Bussolengo sia capitato di fare qualche coro poco riguardoso, in tanti anni al seguito dell’Hellas. Quel che sappiamo per certo è che anche lui ha due figli, a cui nessuno può dire come e quando il papà tornerà a casa.

Forse è troppo facile puntare il dito su quell’autista che non si è nemmeno fermato dopo l’incidente. Forse è eccessivo chiamare in causa il clima di psicoterrore creato attorno agli ultrà e ai tifosi di stadio in genere da tanti mascheroni televisivi e da tanti editoriali pieni di buonsenso forcaiolo. Ma è fuor di dubbio che la bulimia mediatica cresciuta intorno al calcio in questi anni non ha portato ad altro che a ingigantire, quando non inventare, gli spauracchi che denunciava. E a molti opinionisti e cultori di morali sportive verrebbe da dire, parafrasando l’invettiva di un anarchico russo dell’Ottocento: “signori, lasciate stare. Voi non siete i dottori, siete la malattia”.

@barbadilloit

Di Andrea Cascioli

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