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Cultura. La spiritualità degli hobbit di Tolkien, sintesi tra paganesimo e cristianesimo

Pubblicato il 4 gennaio 2013 da Francesco Filipazzi
Categorie : Cinema Cultura

L’aforisma “il paganesimo è l’altro Antico Testamento della Chiesa”, regalato ai posteri dal pensatore reazionario Nicolas Gomez Davila può indicare una strada per contestualizzare l’opera di Tolkien nell’ambito dell’ideale cattolico su cui  si basa la mitologia ideata dal professore di Oxford. Davila con la sua frase intendeva indicare una conoscenza pre-cristiana della realtà, incompleta e in parte inesatta, ma valida e da salvaguardare, in quanto base della predicazione di pensatori del calibro di San Paolo e Sant’Agostino. Secondo Gomez Davila, quindi, non importava che filosofi come Platone non fossero cristiani, ma interessava ciò che scrivevano e ciò cui hanno portato i loro scritti. In tutto questo possiamo capire come possa essere valida la concezione religiosa all’interno delle opere tolkieniane.

La vulgata materialista sta ad oggi mettendo in atto un’opera di scristianizzazione di Tolkien, non tollerando che il “romanzo del XX secolo” sia stato scritto da un cattolico e che abbia in sé vari elementi religiosi. I lettori del Silmarillion questo lo sanno bene, sin dalla prima riga, ove si ribadisce con forza che “Esisteva Eru, l’Uno” che creò “gli Ainur, i Santi, i rampolli del suo pensiero”.  Successivamente si ribadisce che in Arda, quella che è di fatto la nostra terra “ad un differente stadio dell’immaginazione” come dice l’autore stesso, questi Ainur vennero chiamati dèi, ma non lo erano, anche se prendono sembianze assimilabili agli dèi dell’Olimpo o di Asgard.

Tolkien parla poi della caduta di Morgoth, novello Lucifero, che si porta dietro i suoi demoni sotto forma di ragni e Balrog. Nella rovina del Beleriand leggiamo di un diluvio universale con tanto di sopravvissuti che si stabiliscono nella Terra di Mezzo che tutti conosciamo, in una sorta di novella creazione. Ciò che nel Silmarillion è esplicito e sotto gli occhi di tutti, nel Signore degli Anelli è nascosto, quasi sottointeso.

Ancora una volta Tolkien stesso ci viene in aiuto, scrivendo in una lettera del 1953 che la sua opera più famosa è “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”, o inserendo nella narrazione ben quattro inni ad Elbereth Gilthonie tanto per sottolineare che gli Ainur sono ben presenti nell’immaginario degli abitanti della Terra di Mezzo. Ma non bisogna fossilizzarsi sul dimostrare la cristianità o meno dell’opera. L’interesse da porsi, per ricondurci all’incipit dell’articolo, è nella validità della “creazione” descritta nell’Ainulindale (vedi Silmarillion), a cavallo fra paganesimo e cristianesimo. Grazie ad essa possiamo trovare una quadra alla netta divisione che purtroppo viene insegnata nelle scuole, fra mondo pre e post-cristiano, nella consapevolezza che in realtà l’uno è un anticipo dell’altro.

Certo Tolkien si discosta dalla patristica, che vedeva negli Dèi pagani una manifestazione degli angeli caduti, descrivendoli quindi come esseri maligni.  L’unico maligno in Arda è Morgoth e ciò che ne discende, mentre gli altri esseri superiori sono sì di natura angelica ma non si sono discostati dalla parola di Eru.

Di Francesco Filipazzi

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