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Pollice verso per Benedetto XVI e Khamenei sui social network. Aridatece Khomeini

Pubblicato il 18 dicembre 2012 da Leonardo Petrocelli
Categorie : Corsivi

L’arrivo della televisione in Italia segnò una svolta epocale: si svuotarono le piazze, le osterie, le sezioni di partito, i circoli. Le famiglie si raccoglievano di fronte al nuovo prodigio, incollate, rapite, lobotomizzate. I preti benedicevano il tubo catodico, recandosi presso ogni domicilio con libro e ampolla, mentre Pasolini lo malediceva, pronosticando l’inizio di un’omologazione senza ritorno. Naturalmente a ragion veduta perché Mike Buongiorno con i suoi quiz  ha fatto molti più danni di qualunque manuale di economia partorito dalla Scuola di Chicago. Il capitalismo funziona anche così: la tecnologia – mai neutra, ma dotata di una poderosa “proprietà transitiva” per cui tu credi di manipolarla, mentre è lei che cambia te – partorisce qualche nuova intuizione, funzionale al progetto mondialista, che s’impone come imprescindibile. Se non proprio tutti la adoperano, tutti almeno si devono confrontare con essa.

Negli anni in corso è esattamente quello che succede con i social network e le conseguenze sono spesso imbarazzanti. Ad esempio, la discesa del Papa nell’arena di Twitter è un penoso tentativo di ritinteggiare una fede morente con vernice giovane e al passo con i tempi, intento che ha finito per esporre Benedetto XVI ad una quantità incalcolabile di pubblici sberleffi. Umiliazione meritata. Dalle parti del Vaticano si fatica a comprendere che, per certificare la propria presenza nella modernità, non serve armeggiare goffamente con le sue diavolerie, ma semplicemente guardare negli occhi i suoi diavoli e sfidarli. L’inizio dell’attuale pontificato, scandito a colpi di encicliche anti-finanziarie, era stato promettente. Poi, tra strette di mano a Monti e ossequiosi silenzi sui popoli massacrati dall’usura internazionale, il castello di sabbia è deflagrato nel nulla, ricordandoci, una volta di più, che il compito della Chiesa non è quello di combattere ma, banalmente, di sopravvivere, nonostante il Dio del pietismo – ci ricorda Nietzsche – sia già abbondantemente morto e sepolto.

Dalle parti di Teheran le cose vanno un po’ diversamente, almeno negli intenti. La costante tensione di lotta che anima l’Iran della Rivoluzione rende leggermente meno patetiche le sue incursioni nella piazza virtuale degli Anni Dieci, ma si tratta pur sempre di una resa, di un dover fare i conti con un qualcosa che – dipendesse dai reggenti della Repubblica – non esisterebbe nemmeno. Sapere la Guida Suprema Khamenei all’opera sulla propria bacheca Facebook (1200 amici) come un qualunque quindicenne o immaginare una riunione di sapienti impegnati a concepire un tweet, è fonte di tristezza infinita. Se poi, come nel caso del Papa, è uno staff, appositamente selezionato, a far tutto, allora la questione risulta ancora più grave: i saggi non si sporcano le mani nella porcilaia virtuale (perché non hanno tempo da dedicarvi, perché non saprebbero come fare, perché ritengono cioè lesivo della loro illuminata dignità) ma desiderano comunque esserci, in quanto non si può rimanerne fuori. Guide spirituali guidate dallo spirito dei tempi.

Di certo, l’importanza della modernità dei mezzi non è una intuizione estranea al popolo iraniano: la Rivoluzione del ’79 fu avviata dai discorsi di Khomeini (in esilio a Parigi) registrati sui nastri delle musicassette, un supporto all’avanguardia per i tempi. Ma il mezzo in oggetto trasmetteva un messaggio – molto più elaborato di una frasetta –  asciutto, secco, nudo e crudo, scevro finanche da questioni di telegenia. Nessuna cipria da telecamera, nessuna bacheca, nessun cinguettio. Usare senza farsi usare.

Si potrebbe, oggi, dire lo stesso del Papa su Twitter o dell’ayatollah su Facebook?

Di Leonardo Petrocelli

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