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Cinema. Lo hobbit visto da ‘destra’ (trent’anni dopo). Ripartiamo da qui

Pubblicato il 16 dicembre 2012 da Giacomo Petrella
Categorie : Cinema Cultura

D’accordo, confesso. Ma non datemi contro e leggete fino in fondo. Ora la sparo grossa: a me Tolkien non è mai piaciuto. E proprio per niente. Perbacco! Ecco l’ho detta. E adesso? Adesso vi spiego. Sarà perché, ancora sotto i trenta, certi percorsi li ho dovuti obbligatoriamente percepire come già vecchi (mi perdonino gli amici più esperti), ma il Signore degli Anelli, “la nostra Bibbia”, lo lessi con l’entusiasmo di  un cresimando. Rinneghi? Confermi? Boh, e che due palle le canzoni di nani e hobbit. Salta pagina che tanto su sta roba non mi interrogano…

Ecco, ho confessato. Ho letto Tolkien come una versione più easy e cool del ridondante “mito incapacitante”: un mondo a parte dove poter facilmente individuare buoni e cattivi, alleati e nemici, cose degne di fede, onore e lealtà. Una scorciatoia in grado di portare lontano dalle selve intricate e tristi del primo neofascismo, e qui capisco, rispetto e prego; un sogno ad occhi aperti nel piattume plastico dell’era post-politica. E qui capisco meno, tanto da cercare la nostra piccola grande narrazione in altri fili rossi e disperati che da La Rochelle salgono tirati intatti fino a Palahniuk.

Mi ritrovo così al cinema, sala gremita, per la seconda ondata tolkieniana. Lo faccio mentre una comunità umana è ormai ridotta al lumicino, senza progetti, senza forma e soprattutto senza casa; e la trasposizione de Lo Hobbit mi piace. Mi piace eccome. Ritrovo un Tolkien diverso dal ricordo catechistico: la retorica ansiogena del male è ancora distante, c’è un solo obiettivo, vitale e solare: partire, in marcia, ubriachi e felice per riprendersi una patria. La Compagnia di Nani è una brigata diversa dal tormentato gruppo dell’Anello. E’ una sodalità forte, in lotta contro l’estinzione, tradita dalle altre razze, incompresa dalle gerarchie “magiche”: in poche parole, anarchica fuori quanto in ordine dentro.

Bilbo, poi, è il tocco in più di J.R.R, quel tocco grandioso che l’Anello penitente soffoca nella trilogia successiva: è il perfetto ricordo dell’eterno Occidente, dello studioso che si sporca le mani, della cultura che si fa azione, dell’Ulisse che abbandona ogni certezza per il gusto del divenire e del certamen.

Sì, mi è piaciuto e tanto. Forse perché invecchiando comincio ad apprezzare anch’io le belle storie che sanno di scorciatoia. O forse perché nella piccola, grande, narrazione della destra, alcune suggestioni diventano suggerimenti: sporcarsi le mani, uscire da libri e mappe, ubriacarsi, fra noi, burberi come nani ma aperti e ostili al mondo, aperti e ostili a ciò che è necessario pur di ritrovare casa. Suggestioni e suggerimenti. Ripartiamo da qui.

Di Giacomo Petrella

Una risposta a Cinema. Lo hobbit visto da ‘destra’ (trent’anni dopo). Ripartiamo da qui

  1. A me è sempre piaciuto… invece… non amando le scorciatoie… l’ho letto senza scorciatoie e l’ho letto tutto… da Lo Hobbit al Silmarillion… e l’ho amato… dentro i libri di Tolkien c’è tutto… e
    come dice Gianfranco de Turris…
    “C’è la chiamata dell’eroe, c’è la missione da compiere, il tesoro da recuperare, ci sono le prove da superare, c’è la battaglia finale contro il mostro, il drago, c’è il ritorno a casa a missione compiuta.
    Uno schema classico che risale ai primordi della letteratura occidentale, con ipoemi omerici. Uno schema mitico che ancora oggi risulta efficace e dimostra come al di sotto di appassionanti avventure fantastiche ci sia qualcosa di più, temi archetipici che fanno apprezzare le opere di Tolkien sempre e in tutto il mondo, perché i suoi temi sono universali”.

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