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I novant’anni di Charles Schulz, il reazionario anticonformista che inventò i Peanuts

Pubblicato il 25 novembre 2012 da Roberto Alfatti Appetiti
Categorie : Fumetti

Se il 12 febbraio del 2000 un infarto non avesse scritto la parola fine, a settantasette anni, all’esistenza terrena di Charles Monroe Schulz, lunedì 26 novembre il celebre fumettista statunitense avrebbe compiuto novant’anni. L’anagrafe, tuttavia, non ha grande importanza quando parliamo dell’eterno adolescente che ha scelto Charlie Brown come suo alter ego. Nel mondo dei Peanuts, delle “noccioline” – nomignolo che, suo malgrado, gli imposero gli editori – non c’è mai stato spazio per gli adulti, le cui voci sono sempre state relegate fuori campo, distanti anni luce dall’essenziale. Perché i bambini lo sanno: giocare è l’attività più seria che esista. Sono gli adulti a ingannare loro stessi, a sviluppare abilità tese a schivare le responsabilità, a smarrirsi nei compromessi. Fanno della menzogna sistematica un’arma di distruzione degli ideali giovanili. Spudoratamente sinceri come sono, i bambini riescono a dire ciò che l’adulto ammaestrato si limita a pensare, quando la quotidianità gliene lascia il tempo. E di tempo Charlie, Lucy, Linus, Schroeder, Piperita Patty e l’intera compagnia dei Peanuts, dalla prima apparizione sui quotidiani americani nell’ottobre del 1950, ne hanno avuto in abbondanza. Decenni e decenni di strisce. Senza mai invecchiare, rimanendo bambini di otto anni o giù di lì.

Più che “papà”, come suol dirsi, Schulz, semmai, è stato il loro fratello maggiore. Uno di loro. Come Charlie Brown aveva un padre barbiere, una madre casalinga, un cane cui badare, e si portava dietro una timidezza incrollabile. «Io soffro di claustrofobia nel mondo», faceva dire a Charlie, l’addetto stampa dei suoi sentimenti. Come Linus coltivava una vocazione alla sconfitta, la cui nobiltà nute lo spirito ben più del senso di colpa che la vittoria reca con sé. Come Linus aveva una coperta sempre troppo corta e il suo Grande Cocomero, cui credere e affidarsi, era la fede, visto che passò gli ultimi anni a fare il predicatore laico in una Chiesa protestante. Come Snoopy passava le giornate a inventare identità sempre nuove e ogni volta più stupefacenti, affermando in ognuna il diritto di sognare, di non lasciarsi intrappolare nei ruoli precostituiti. Sorprendente, a ben pensarci, che sia stato un uomo politicamente conservatore a creare i personaggi dei fumetti che meglio di tutti hanno saputo interpretare lo spirito del tempo. Lo ha fatto partendo da un presupposto: per rendere credibile un personaggio non è sufficiente evidenziarne le qualità se non si mostrano anche le debolezze. Sorridere degli adulti, poi, significherebbe sorridere di noi stessi. Meno impegnativo e vagamente autoassolutorio è sorridere dei bambini.

Quando i Peanuts arrivarono in Italia, nei primi anni Sessanta, la sinistra se ne appropriò all’istante e li schierò a difesa del politicamente corretto. In epoca di esistenzialismo, chi più di Charlie Brown, del resto, manifestava un’incorreggibile incapacità di vivere? Una lettura parziale e interessata, che probabilmente finì per segnare la lenta ma irreversibile disaffezione del pubblico sin dai primi anni Ottanta, quando sulla scena fumettistica fecero irruzione Manga giapponesi e Supereroi muscolari. Se avventurieri come Corto Maltese e altri eroi d’antan hanno attraversato indenni quegli anni tutt’altro che formidabili e sono arrivati a noi in buona salute, i Peanuts sono invecchiati e ormai esercitano sui più giovani lo stesso fascino che possono riscuotere le primarie del Pd: rispettosi sbadigli. Forse perché i primi hanno raccolto la carica libertaria del Sessantotto, lasciando ai nostri piccoli amici la responsabilità del “dibattito”.

Niente di più lontano dalle intenzioni del loro autore. Non a caso, infatti, sin dai Settanta, il personaggio su cui Shulz puntò maggiormente fu proprio Snoopy, il meno prevedibile, il meno inquadrabile, sicuramente il più follemente reazionario. Scrittore incompreso, pigro e sportivo immaginario, legionario, astronauta, esploratore e quant’altro ancora, ci piace ricordarlo con sciarpa e occhialoni mentre vola (con la fantasia) a bordo del suo Sopwith Camel combattendo il Barone Rosso con la stessa indomita determinazione con cui Shulz ha combattutto il conformismo. Snoopy sogna a occhi aperti, non ha l’ambizione di scrivere o meglio riscrivere la storia. E a portare la sua storia e quella dei Peanuts sul grande schermo (entro la fine del 2015) ci penseranno Rupert Murdoch e la sua unità di animazione Blue Sky Studios. Il regista dovrebbe essere Steve Martino, lo stesso che insieme a Michael Thurmeier ha diretto “L’era glaciale 4”. La sceneggiatura, invece, sarà affidata a Craig Schulz e Bryan Schulz, figlio e nipote di Schulz, un cognome che è una garanzia.

 

 

Di Roberto Alfatti Appetiti

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