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L’intervista. Maurizio Serra su Malaparte: “Kapput, il 900 e i conflitti balcanici e afghani”

Pubblicato il 23 novembre 2012 da Maurizio Cabona
Categorie : Libri Personaggi
Curzio Malaparte (nato Kurt Suckert, 1898-1957) lasciò la sua villa di Capri in eredità al popolo cinese, l’ultimo che aveva conosciuto, il primo che aveva amato. Chi diffidava di lui, la giudicò un’estrema stravaganza. Ma il Malaparte triste, solitario y final, il tedesco di Prato che s’era spento a Roma – per l’iprite tedesca inalata in uniforme italiana sul fronte francese 40 anni prima – era stato coerente con quello degli inizi. Nella Cina contadina, che si industrializzava; nella Cina invasa, che si liberava; nella Cina di Mao, che risorgeva, Malaparte rivedeva l’Italia di Mussolini negli anni ’20-’30. Non era il primo; non sarebbe stato l’ultimo.
Storico dell’ideologia fascista, sposato a una cinese, l’americano A.J. Gregor constaterà – alla fine del secolo che Malaparte aveva segnato – che da Deng in poi il comunismo cinese s’era “depotenziato”, diventando “fascismo”… Non parrà strano, se si ricorda come Malaparte evocasse Mussolini ponendo, sotto la testata della sua rivista, Prospettive (1938-43), un motto già usato per Lenin: “Mussolini + elettrificazione = rivoluzione fascista”.
Dell’attualità di Malaparte, a oltre mezzo secolo dalla morte, parliamo con Maurizio Serra, che alla sua vita ha dedicato seicento pagine di letteratura. Nella versione originale sono state premiate da una giuria che – con il sociologo, filosofo e romanziere Régis Debray – includeva Jorge Semprùn, romanziere e sceneggiatore recentemente scomparso..
Ambasciatore d’Italia all’Unesco (Parigi), lei ha vinto il premio Goncourt della biografia con un Malaparte scritto in francese, ora tradotto in italiano da Marsilio. Come mai?
“E’ stato l’editore Grasset a propormela. Malaparte è meno ideologicamente ‘demonizzato’ in Francia che da noi e lo scrittore, che era stato quasi interamente tradotto negli anni ‘40 e ‘50, conserva un certo pubblico e ne può acquisire uno nuovo”.
Dunque…
“E’ stata una prova di fiducia alla quale non potevo sottrarmi. E mi stimolava fare i conti coi molti luoghi comuni dei francesi sia sul fascismo ‘carnevalesco’, sia sull’intellettuale italiano come eterno voltagabbana, come se loro non ne avessero avuti abbondanti e preclari esempi, dai tempi del Re Sole fino ad oggi”.
Risultato?
“La scommessa è stata vincente: la biografia è andata bene, è stata subito tradotta in spagnolo da Tusquets e ci sono contatti per le versioni tedesca e americana”.
Il Goncourt è ancora un premio che trascina le vendite. Quello ricevuto dal suo libro ha rilanciato anche quelli di Malaparte?
“Vari editori hanno edito sue opere sconosciute al pubblico francese, ma importanti, come Viva Caporetto!, Il Volga nasce in Europa e Muss”.
Quali altri letterati italiani sono noti in Francia?
“Il momento è buono per la letteratura italiana contemporanea, ma si traduce e si presenta di tutto, in un enorme contenitore editoriale, senza capo né coda”.
Di tutto, ma non i classici…
“Il nostro Ottocento – Manzoni, Nievo, Verga ad esempio – restano largamente sconosciuti. L’impressione è quindi quella di una narrativa vitale, ma nata dopo il 1945, o addirittura negli anni ’90 o nel Duemila. Il che è ridicolo, ma soprattutto fuorviante”.
C’è un omologo francese di Malaparte?
“Prendere una parte di Barrès, una di Drieu La Rochelle, una di Malraux, agitare a lungo e servire con una ciliegina di Chateaubriand e una scorza di Saint-Simon. Ma ricordarsi sempre che il cocktail è brevettato in Italia”.
Politica, giornalismo, letteratura, teatro, cinema: quale Malaparte mette in ombra gli altri, agli occhi dei francesi?
“I francesi amano anche più di noi l’intellettuale onnivoro, straripante, che spesso si esprime più in quantità che in qualità…”
Dunque?
“Questo mix malapartesco li seduce. Tant’è vero che è appena uscito il dvd in francese del Cristo proibito, unico film diretto da Malaparte, e qualche giovane regista s’interessa alle sue commedie”.
Allora è il giornalismo di Malaparte a restare in ombra..
“Ovviamente i francesi non possono capire e apprezzare le polemiche di Battibecco, per la diffusa ignoranza della realtà italiana di quegli anni. D’altra parte, c’è qualcuno da noi che conosca la storia della III e IV Repubblica?”.
Tra avventure reali e immaginate, Malraux ha fin troppi emuli in Francia. Perché in Italia Malaparte non ne ha?
“Ottima domanda, ma la risposta è triste. La Francia crede ancora, malgrado tutto, alla dimensione romantica dell’impegno intellettuale”.
Ci crede anche troppo.
“E a volte questo la porta a strafalcioni, come nel caso di Battisti, di cui però credo si stia a poco a poco emancipando. Da noi… Beh, mi fermo qui, per decenza”.
Quale libro di Malaparte è la sintesi del suo secolo?
Kaputt. E’ anche, con i suoi difetti, il suo libro più attuale”.
Perché?
“Perché ci aiuta a capire da dove vengano lo scannatoio dell’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan, o certi personaggi che in qualche misura sembrano anticipare Moammar Gheddafi o Saddam Hussein. Attenzione, però…”.
… Continui.
“Per Malaparte non ci sono mai i buoni da una parte e i cattivi dall’altra”.
Che cosa di Malaparte può affascinare un ventenne italiano di oggi?
“Malaparte non è certo un esempio. Ma l’uomo ha avuto più coraggio e, sul fondo, più coerenza intima, di gran parte degli intellettuali del suo tempo”.
Insomma, Malaparte resta un riferimento.
“Leggerlo aiuterebbe i giovani a disintossicarsi dalla demenza di ciò che oggi, troppo spesso, passa per letteratura”.
* dal Secolo d’Italia

Di Maurizio Cabona

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