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Gli ottant’anni di “Topolino” ovvero quando l’Italia conquistò il mondo Disney

Pubblicato il 16 novembre 2012 da Paolo Maria Filipazzi
Categorie : Cultura Fumetti

“Graecia capta ferum victorem cepit”: la massima ciceroniana potrebbe essere un ottimo slogan per i festeggiamenti degli 80 anni della rivista “Topolino”.Forse, infatti, molti non sanno che quel 31 dicembre 1932 in cui esce nelle edicole il primo “Topolino” “giornale” inizia una vera e propria impresa coloniale, la più riuscita della Storia d’Italia: la conquista dell’universo disneyano, il quale  a sua volta proprio in quegli anni iniziava a muovere i primi passi verso il monopolio dell’immaginario collettivo di tutta la popolazione planetaria.

Perché quella è la prima testata a livello mondiale dedicata ad un personaggio Disney (in America si procede ancora a daily strips e Sunday pages sui quotidiani). Perché di li a poco inizierà in Italia la storia della produzione italiana di avventure disneyane, che influenzerà anche la produzione oltre Oceano. Se infatti Paperino smette i panni del caratterista nelle storie di Mickey Mouse e diventa a sua volta protagonista a tutto tondo, lo si deve ad un italiano, tal Federico Pedrocchi, che il 30 dicembre 1937 manda in edicola il primo numero del settimanale “Paperino ed altre avventure” (ed ancora, è il primo periodico a livello planetario dedicato a Donald Duck) ed al suo interno, realizzata dallo stesso Pedrocchi (col beneplacito di Walt Disney) la “storica”storia “Paolino Paperino e il mistero di Marte”. Cinque anni prima dell’esordio del grande Carl Barks.

E soprattutto, alla fine della guerra, ecco arrivare il vulcanico Guido Martina: è lui il primo, vero, “Disney italiano”, il primo di una lunga serie: Romano Scarpa, Rodolfo Cimino, Pier Lorenzo De Vita, Giovan Battista Carpi, Luciano Bottaro, Giorgio Cavazzano etc. Tutti nomi da tenere ben presenti: perché è a loro che, andati in pensione Gottfredson e Barks, passa il vero testimone delle avventure di Topolinia e Paperopoli. Perché si, insomma, le storie di Tony Strobl e Paul Murray tutti noi appassionati ce le portiamo nel cuore, ma l’aura di romantica leggenda che circonda Paperon dè Paperoni, il serrato ritmo da film di Alfred Hitchcock delle migliori avventure di Topolino, rivivono nelle storie di Scarpa e dei suoi colleghi italici.

Perché è in Italia che si è scoperta la versatilità gigantesca dei personaggi disneyani: un Tex o un Dylan Dog, per quanto ci si possa sforzare a rinnovarli, restano sempre all’interno del loro schema. Invece i personaggi disneyani no: loro possono volare su Marte o Saturno, essere teletrasportati in una dimensione parallela in cui vivere avventure da saga fantasy, o magari, con la scusa di un flashback che narri le gesta di loro antenati-sosia, o con la macchina del tempo di Zapotec e Marlin, o col pretesto di reinterpretare qualche classico della letteratura in una delle loro “Grandi Parodie”, viaggiare in tutte le epoche per diventare cow-boy, moschettieri, cavalieri medioevali, legionari di Roma e qualunque altra cosa. Possono capitare nel bel mezzo di qualche intrigo di spionaggio, di avventure in terre lontane alla ricerca di tesori, possono finire inseguiti da fantasmi, vampiri e mostri vari, possono recitare in gialli e thriller. Oppure, possono benissmo non muoversi mai dal cortile di casa e passare intere storie, semplicemente, a fare e ricevere scherzi col vicino rompiscatole. O magari possono riproporre le gesta di Diabolik, Satanik, Kriminal, etc., come accade nell’avventura del 1969 “Paperinik il diabolico vendicatore”, che lancia un vero e proprio mito che, nella seconda metà degli anni ’90, subirà una clamorosa metamorfosi in quell’ esperienza folle, geniale, sovversiva di tutti gli schemi consolidati, che è stato PK. Il tutto senza mai snaturarsi.

Se fosse vera quella leggenda per la quale fu Mussolini che, ritenendo pedagogici i fumetti targati Disney, sollecitò con vivo interesse l’inizio di una produzione di storie autoctone, potremmo dire che la campagna d’Abissinia sparisce a confronto di quella grandiosa impresa coloniale a cui il Duce, senza nemmeno saperlo, diede inizio.

Di Paolo Maria Filipazzi

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