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Calcio. Il Pallone d’Oro versione patacca tipo Nobel per la Pace: in lizza sempre gli stessi

Pubblicato il 28 ottobre 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Sport/identità/passioni

Pallone-doroIl Pallone d’Oro sta diventando sempre più barboso, rischia di diventare meno credibile del premio Nobel per la Pace. Come un vecchietto stanco e solo che, pur di stare al centro dell’attenzione, ormai è ridotto a raccontare in cambio di un bicchiere di vino sempre e solo la stessa identica storiella. Senza coraggio, senza voglia di innovarsi, senza idee. Insomma, passatista e fiero di esserlo.

I Magnifici Cinquanta che dovranno contendersi l’ambitissimo riconoscimento pallonaro, stando alle indiscrezioni che carambolano da un lato all’altro del Vecchio Continente, sono sempre gli stessi da anni. Almeno per quanto riguarda i contendenti italiani che dovranno difendere l’onor patrio: si parla dei ‘soliti’ Gianluigi Buffon, Andrea Pirlo e Mario Balotelli. Poi il solito florilegio di campionissimi da Zlatan Ibrahimovic a Cristiano Ronaldo passando per l’ingordo Leo Messi (l’Obama del pallone finora ne ha collezionati quattro in fila) e per il favorito Franck Ribery.

Diciamolo subito, sgombriamo il campo da chimeriche illusioni: che il Pallone d’Oro vada ad un italiano è difficile. Gianluigi Buffon, da sempre, paga l’insostenibile ostracismo nei confronti del ruolo del portiere. In un calcio che privilegia i grappoli di gol, evidentemente, l’estremo difensore non appare che come un insopportabile ostacolo. Forse è in quest’ottica che devono leggersi le vergognose riforme su forma e peso dei palloni che, in pochi anni, hanno trasformato la gloriosa sfera di cuoio in un infido Super-Santos?

Andrea Pirlo, invece, pagherà la scarsissima concorrenzialità della squadre italiane in Europa. Puoi essere un ingegnere capace di progettare ponti e grattacieli, ma se lavori alla periferia dell’impero del football rimarrai sempre marginale. E poi, nel suo ruolo, ci sono già in lizza Xavi e Iniesta. Tanto per fare degli esempi tiquitaca. Non è colpa sua, se l’Italia non è più il centro del mondo del calcio. È piuttosto demerito di una classe dirigente più affezionata ai diktat dei commercialisti che ai responsi del campo. Ma questa è un’altra storia.

Mario Balotelli ha dalla sua l’esser diventato un simbolo politico per la lotta Uefa al razzismo. Contestualmente, però, tutto ciò è troppo poco per garantirgli serie possibilità di contendere il Pallone d’Oro ai mostri sacri (e coccolatissimi) del football spagnolo e tedesco. Bizzoso e capriccioso, mica è ligio ai doveri di rappresentanza politica. In fondo è solo un ragazzetto che dà calcio ad un pallone ma c’è chi continua a chiedergli di diventare il Che Guevara de noantri.

La verità è che il riconoscimento di France Football sembra non avere abbastanza coraggio. Adagiarsi per anni su Messi è sintomo di pigrizia mentale e rigido rispetto di una sorta di ‘calcisticamente corretto’ che si nutre di luoghi comuni e share televisivi. Anche perché la Pulce, fuori Barcellona, non è che abbia dimostrato chissà che. Chiedetelo in Argentina, vi risponderanno di preferirgli un Gigliotti qualsiasi.

L’unica cosa che ci consola sarà pensare che, in fondo, il Pallone d’Oro – negli anni – ha già collezionato una lunghissima serie di negligenze e sviste, figlie pure di un regolamento che nei decenni non era riuscito ad adeguarsi alla mutata realtà europea – da far invidia all’Accademia di Svezia.

Non facciamoci, perciò, nessuna illusione: anche France Football deve fare audience, sono finiti i tempi in cui il Balon d’Or finiva a casa di Josef Masopust…

Di Giovanni Vasso

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