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La storia. Calalzo il santuario celtico paleoveneto e le terme

Pubblicato il 10 ottobre 2013 da Marco Cimmino
Categorie : Cultura

calalzoNoi dimentichiamo. Uno dei peggiori difetti del nostro popolo è quello di dimenticare: di non essere capace di soffermarsi a considerare il proprio passato, recente o remoto che sia, perché distratto dall’affannoso presente. Mentre il presente ricapitola il passato e ne riceve spiegazione e conferma. Invece, noi siamo inclini a trascorrere accanto alla nostra storia, come passeggeri sovrappensiero. Fermiamoci, qualche volta: ed avremo la possibilità di contemplare le meraviglie che precedettero quest’epoca di grigiore e di fanfaluche.

Andate a Calalzo, per esempio: sarebbe località degna comunque di visita per la sua intrinseca piacevolezza, ai piedi del gigante Antelao, lambita dal celebre lago, che è tanto bello in tutte le stagioni. Ma Calalzo nasconde anche un mistero: una bellezza antichissima, che pochi fortunati conoscono e che ci parla di un passato estraneo alle rotte abituali della storia. Perché a Lagole di Calalzo, a pochi passi dal lago, sorge una collinetta boscosa, che nasconde un sito di straordinario fascino e di formidabile importanza archeostorica: un santuario celta paleoveneto, dedicato ad un culto lustrale. Perchè il santuario è, in realtà, una bellissima sorgente termale solforosa, da cui scaturiscono acque salutifere, che striano la pietra di ruggini e formano polle in cui ancora oggi è possibile bagnarsi: un luogo straordinario e pieno di una poesia senza tempo, che ha restituito stupendi reperti votivi, statuette, spade, monili, che coprono un arco che va dal III° secolo a.C. al IV d.C., quando l’originario culto veneto, forse di tipo guerriero o legato alla fecondità femminile, era da tempo stato sostituito da quello di Apollo.

Da questo piccolo gioiello, nascosto tra gli alberi di Lagole, emana ancora un senso di sacro e di mistero, legato anche alla tradizione delle “Anguane”, creature acquatiche del mito dolomitico, la cui credenza arriva quasi ai nostri giorni. Dunque, se una volta si esortavano gli Italiani alle storie, oggi è lecito esortarli alla memoria: memoria dei luoghi e delle cose, dei manufatti e delle impronte che i  nostri antenati hanno impresso, ahimè delebilmente, nella nostra terra.

Calalzo trattiene e protegge uno scampolo importante di questa memoria, che merita, certamente una deviazione, una sosta, una riflessione: perché questa memoria non muoia per sempre.

Di Marco Cimmino

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