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Intervista. Il sociologo Maffesoli: “Dobbiamo recuperare il senso pagano dell’origine”

Pubblicato il 11 ottobre 2012 da Gianluca Veneziani
Categorie : Personaggi Rassegna stampa

Mentre il Titanic affonda, bisogna continuare a suonare il violino, recuperando lo stesso atteggiamento ludico che avevano i romani al tempo del crollo dell’Impero: l’allegria del naufragio. È il pensiero di Michel Maffesoli, sociologo francese, intervenuto all’Internet Festival di Pisa, per presentare il suo nuovo libro Matrimonium. Breve trattato di ecosofia (Bevivino, pp. 100, euro 10) e discutere le strategie per affrontare la crisi «in modo dionisiaco». La risposta, secondo Maffesoli, sta nell’ “eco-sofia”, che non è né la filosofia di Umberto Eco né la versione pensante dell’ambientalismo, ma la volontà di attaccarsi ad alcuni «arcaismi che credevamo superati, come popolo, territorio, natura», a tutto ciò che appartiene alla vita e all’umano.

Michel Maffesoli, nel suo saggio Lei parla della necessità di tornare alle radici, nel senso della natura e nel senso della tradizione. Quanto la sua idea si differenzia dall’ambientalismo di sinistra?

«Ho scritto questo libro per distinguermi dalla concezione politica dell’ecologia. Nella mentalità comune si è stabilita un’equazione sbagliata tra ambientalismo e partiti socialisti. Ma è una concezione riduttiva e strumentale. Io invece suggerisco un ritorno alla natura nella forma di un “matrimonio”: al posto dello sfruttamento fallico, brutale della natura da parte della tecnica, propongo un rapporto femminile con l’ambiente che richiami l’idea del ventre materno, della matrice comune».

Lei attribuisce al progressismo la colpa di aver sfruttato e devastato il mondo, salvo poi recuperare con l’ecologismo una consapevolezza tardiva dei danni commessi. Dove hanno sbagliato i teorici del progresso?

«Il peccato originale sta nella pretesa di poter agire sul giardino dell’Eden, trasformandolo. Questa logica ha portato alla distruzione della natura e all’idea che il mondo sia solo una valle di lacrime da attraversare, riscattare e devastare. È un approccio figlio della tradizione giudaico-cristiana, dell’idea agostiniana secondo cui mundus est immundus, il mondo è immondo. Ma è poi diventato il pensiero forte del socialismo che, nell’attesa di un radioso avvenire, ha disprezzato e condannato la realtà presente. Questo spirito sopravvive ancora oggi nei giornali di sinistra, ad esempio Le Monde in Francia e La Repubblica in Italia».

Lei sostiene piuttosto che occorra “ritornare al ventre e rigenerarsi, aspirando a un punto fisso: la sorgente”. La soluzione sta dunque nel pensiero reazionario?

«Ritengo che, al posto di un percorso lineare, dobbiamo riappropriarci di una logica a spirale. Il contrario del progresso non è il regresso, ma l’ingresso, ovvero il recupero dell’origine, della radice, l’abbraccio della madre terra come partner. Io intendo questo pensiero come una forma di paganesimo, nel significato letterale di pagus, di legame al luogo, al campo, alla terra. In questo senso anche il cattolicesimo è profondamente pagano, contrapposto al protestantesimo, che invece detesta il mondo».

Oltre che di ritorno alla natura, Lei parla anche di recupero della dimensione comunitaria, attraverso forme insolite, come Internet. Come può il web favorire questa nuova “comunione dei santi”?

«La mia vuole essere una provocazione. Credo che Internet abbia la stessa forza di ri-legare le persone e di creare forme di solidarietà, proprio come il cristianesimo delle origini, in cui era preponderante l’idea di comunione, di comunità. Per questo non mi sorprende trovare sul web dimensioni inattese di accoglienza, ciò che una volta veniva chiamato ospitalità».

Internet è la patria delle nuove tribù giovanili. Proprio i giovani, che scoprono gli ombelichi e fanno vedere le natiche, simboleggiano per Lei la “celebrazione pagana delle grazie della natura”. Per tornare autentici, bisogna dunque diventare selvaggi?

«No, però dobbiamo evitare di disprezzare, con atteggiamento moralistico, tutto ciò che non si conforma ai canoni della borghesia. I socialisti, in questo, sono borghesissimi. Al contrario i giovani celebrano un sano immoralismo, che è l’edonismo di D’Annunzio o di Andrè Gide tradotto nella vita quotidiana, nel grande teatro delle strade».

A proposito di spirito dionisiaco, Lei aveva parlato di Nicolas Sarkozy come del “presidente postmoderno”, adatto ai tempi per la sua concezione ludica e impulsiva della politica. In questa prospettiva, Hollande rappresenta un passo indietro?

«Sarkozy era il simbolo del fanciullo eterno, distante da una visione seriosa e programmatica della cosa pubblica. In lui prevalevano l’aspetto emozionale e istintivo. Hollande incarna piuttosto l’idea tecnocratica e razionalista della politica, una concezione chiusa, poco aperta allo spirito del tempo. Si presenta come l’uomo del progresso, ma promuove valori del XIX secolo. Ha fatto suo lo slogan “Io sono l’uomo normale”. Ma la sua normalità è prima diventata normatività, cioè un continuo legiferare, e infine normopatia, ovvero la malattia di voler programmare tutto in anticipo».

È azzardato tentare un’analogia tra Berlusconi e Sarkozy da una parte e Monti e Hollande dall’altra?

«No, al contrario. Berlusconi, come Sarkozy, è postmoderno, sa fiutare la situazione di volta in volta, e in più riassume la concezione emotiva, dionisiaca della politica. Monti, al contrario, è del tutto impermeabile alle emozioni collettive, a quello slancio vitale che solo può permettere l’uscita da situazioni di crisi. Le sue “misurette” tecniche ed economiche somigliano a una pomata su un brufolo, ma non sono in grado di colpire a fondo la radice dei problemi».

* dal quotidiano Libero del 9 ottobre 2012

Di Gianluca Veneziani

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