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Itaca. Il destino delle destre e l’alternativa all’estinzione

Pubblicato il 30 settembre 2012 da Gianfranco de Turris
Categorie : Politica Rassegna stampa

La politica è talmente frenetica che nemmeno con la palla di vetro si riuscirebbe a sapere come e quando si voterà per le prossime elezioni: il caos è totale, l’incertezza pure, ed è certo soltanto che se si riprodurranno alle politiche gli equivalenti risultati delle ultime amministrative ne uscirà un Parlamento semi-ingovernabile o ingovernabile del tutto, e saremo chiamati subito dopo ad altre elezioni. Naturalmente dipenderà anche dal nuovo presidente della Repubblica. Fin qui non si dice alcunché di inedito. È però da notare che, a fianco ai partiti, si stanno muovendo altre realtà: non soltanto le Fondazioni note, ma anche alcune iniziative nuove, tutte autodefinitesi «moderate» che cercano di porsi come riferimento di un elettorato di centrodestra e «moderato», appunto, deluso, demoralizzato e arrabbiato anche se non sino al grillismo: ad esempio le iniziative dell’ex ministro Tremonti, o del giornalista Oscar Giannino, soltanto per fare due nomi. Per non parlare dell’iperattivismo di un Casini…

In questo bailamme l’unica che sembra latitare è la Destra-destra che, se non si produce un qualche chiarimento interno o esterno, corre il concreto rischio si sparire dalla scena non
tanto come forza politica in sé, ma in quanto contenitore di idee e valori, come modo di intendere la vita (dato che il termine Weltanschauung per qualcuno è un termine troppo filosofico ed elitario). Destra che augusti commentatori della cosiddetta «grande stampa» nei loro illuminati editoriali specie sul Corriere della Sera auspicano che resista e sopravviva all’attuale baraonda, dettandone peraltro le caratteristiche. Se una Destra italiana deve esistere, ebbene che sia come se la immaginano loro, altrimenti è bene che scompaia e ne rimanga un ersazt, tipo il futuro in libertà finisteo. Se proprio questo avverrà, si deve purtroppo dire che la colpa sarà dei diretti interessati i quali poi non si dovranno lamentare delle conseguenze. Mi riferisco alle prese di posizione che sento e che leggo anche, purtroppo, su Il Borghese.

Ad esempio nel fascicolo di agosto-settembre con l’editoriale di Claudio Tedeschi e l’articolo di Franco Jappelli, due amici con i quali però, in questo caso, dissento nel merito e nel metodo. Quale il motivo? Penso, per essere chiari, che l’appello lanciato a giugno da Renato Besana e Marcello Veneziani con il loro nitido manifesto «Ritorno a Itaca», non possa venire accolto praticamente soltanto con sospetti e perplessità piuttosto che adesioni ancorché
critiche. Per farlo bisogna presupporre non soltanto la loro buona fede, ma anche il loro disinteresse a risultati personalistici, come io faccio ed altri no. I due autori, pure nell’incontro del 15 luglio ad Ascoli Piceno, lo hanno detto in maniera esplicita: non vogliamo fare un partito politico, non ci vogliamo accodare ad un partito politico (e infatti i politici di
lunga data del Pdl non sono stati entusiasti della iniziativa). Vogliamo invece far riemergere tutti quei sentimenti, sensazioni, idealità, punti di vista, riferimenti e valori che sono
sempre stati caratteristici di una Destra, o di una pluralità di Destre, non soltanto italiane, da troppo tempo sommersi e negletti. Insomma, ricreare una mentalità rimettendo in circolazione dibattiti e opinioni da troppo tempo inesistenti e che potrebbero ri-costituire quel terreno pre-politico su cui poi si basa e si edifica una cultura politica. Soltanto Stefano Zecchi sembra averlo capito ed ha scritto su Il Giornale una lettera aperta a Berlusconi invitandolo a ripartire proprio dalla cultura dimenticata e penalizzata da due decenni soprattutto per colpa del Pdl e dei suoi amministratori pubblici.

Purtroppo si hanno alle spalle proprio vent’anni di tempo perduto, come ho scritto su queste pagine nel mese di luglio, il tempo di una generazione… E lo scetticismo, la dietrologia, il complottismo sono diventati il pane quotidiano per certa Destra politica e non politica come dimostrano gli articoli di Tedeschi e Jappelli, ma anche di altri. Si è detto di tutto su questa iniziativa, compresi pettegolezzi da suburra. Invece di suscitare entusiasmi si sono suscitati dubbi e ostilità pregiudiziali. Io credo che sia assurdo che si possa attribuire a Veneziani e Besana l’idea di far da stampella culturale all’ipotetica nuova discesa in campo del Berlusca, ovvero alla diaspora degli ex An cacciati o esodati dal Pdl intenzionati (forse) a fondare un nuovo partito… Ma suvvia! Così non si va da nessuna parte!
Mi ricordo quando Marcello ebbe il coraggio e la sfrontatezza di creare L’Italia settimanale, vent’anni fa, quando da tempo non si vedeva più una rivista di questo tipo: l’unico tentativo di riunire tutte le destre culturali dell’epoca. Ci fu chi mi disse scandalizzato «Lo finanziano i socialisti!», ma ci collaborava e si arrabbiava quando non pagavano abbastanza! Risposi: non so se sia vero, ma pure lo fosse a me interessa quello che scrivono, che idee sostengono, la battaglia che fanno… E addirittura qualcuno mi ha sussurrato che questo nuovo attivismo di Veneziani è legato all’uscita del suo nuovo libro… Come se avesse bisogno per vendere di questo tipo di pubblicità! Se arriviamo a questo punto di sospetto e acredine, credo proprio che non vi sia molto futuro di fronte a noi…
L’irrisione, lo sfottimento, le rocchecannucce, il «dubitare e sospettare», le insinuazioni, le domande retoriche sul cui prodest (come si faceva di fronte agli attentati degli «anni di piombo»), non sono, a mio parere, prove di realismo politico, ma soltanto di scetticismo mentale congenito e di una sorta di utopia apocalittica, tipo «tanto peggio tanto meglio». Per la verità, mi aspettavo qualcosa di diverso. L’articolo di Marcello Veneziani sul «Ritorno a Itaca» uscì sul Secolo d’Italia lo stesso giorno in cui ci si incontrò, su suo invito, con il direttore de Il Borghese e con alcuni collaboratori della rivista per fare il punto della situazione, per comprendere quel che stava accadendo in mano al governo dei tecnici, per cercare di capire cosa si potesse mai fare. A me quella coincidenza sembrò significativa e lo dissi: non esagererò dicendo che mi parve come un segno del Fato, ma quasi. In fondo, senza saperlo due gruppi diversi stavano pensando che non si dovesse rimanere con le mani in mano, ma cercare d’inventarsi qualcosa, di promuovere qualcosa. Forse c’era una sintonia, in ogni caso una preoccupazione comune. Ammetto, dopo le reazioni di cui si è detto, di essermi sbagliato, anzi illuso. Il tasso di dietrologia, la sindrome del complottismo, la capacità di dividersi anche nei momenti difficili a quanto pare non abbandonerà mai la cosiddetta Destra, o quel che ne rimane nel 2012. E penso che purtroppo tutto ciò stia a indicare il suo inesorabile declino. Almeno a livello di gruppo, di comunità umana e culturale, perché di sicuro i singoli, certi singoli, continueranno ad considerarsi tali e a operare in quella direzione. Di chi la colpa? Sia Maurizio Gasparri sentito da Pietrangelo Buttafuoco su Il Foglio, sia Adriano Scianca, «responsabile culturale» di Casa Pound, su Libero, affermano che la colpa è complessiva: non soltanto dei politici, ma anche (e forse soprattutto) degli «intellettuali». Credo di aver illustrato questo aspetto della questione sempre nel mio articolo di luglio. Qui aggiungo che i cosiddetti intellettuali sono soltanto «profeti disarmati»: possono proporre idee, ma il lato operativo dipende da chi ha il coltello dalla parte del manico per così dire, cioè da chi ha la possibilità di concretizzare le idee, le proposte, le opzioni, le direttive che questi intellettuali del cazzo avanzano. E se non sono ascoltati, loro che colpa ne hanno? Gli unici che possono avere delle colpe sono coloro i quali sono andati in posti di responsabilità e non sono riusciti a fare nulla. Ma tutti gli altri? È sufficiente leggersi il dibattito sul che fare e cosa fare riproposto regolarmente dal 1993 in poi da parte di chi è nato negli anni Ottanta per capire che non si è stati con le mani in mano. Se si pensa di cambiare radicalmente le cose con un movimentismo avanguardistico, o semplicemente presidiando Rocca Cannuccia, stiamo freschi. È certo qualcosa, ma non la soluzione. E se si hanno retropensieri sulla proposta di Veneziani e Besana, quasi non sapendo chi essi sono e cosa hanno fatto nella loro vita, è ancor peggio. Insomma, allora che si fa? Niente Ulisse che tornò a Itaca per fare piazza pulita. Ma nemmeno Ettore che difende Troia. O Enea che fonda Roma. Neppure questo? I riferimenti classici fanno sogghignare i giovani ruspanti (ma non soltanto) della Destra del Duemila? Allora mi piacerebbe sapere che si dovrebbe fare: attendiamo una rivoluzione di piazza che, complice la recessione economica, spazzerà via la casta politica, come nemmeno in Grecia è ancora avvenuto? O non muoviamo un dito sperando – appunto -nel «tanto peggio tanto meglio»? O ci diamo da fare con un volontariato nobile ma di portata limitata per dimostrare che gli intellettuali del cazzo sono soltanto dei «velleitari astratti e sterili» mentre noi sì che facciamo qualcosa di concreto?
Forse sarò anche io uno di quegli «intellettuali d’area dediti all’onanismo ideologico», ma di fonte a non fare (quasi)  nulla o disprezzare e ironizzare, preferisco credere che sia necessario darsi da fare per porre le basi pre-politiche per una rinascita politica. Non userò di nuovo la parola Weltanschauung che fa venire l’orticaria a parecchi, ma certo è necessario ricreare una mentalità di «destra» che non deve essere necessariamente uno «Stato etico» di tipo hegeliano o gentiliano perché in suo nome sono state commesse cose orribili o al contrario ridicole: perché esso non significa soltanto «senso dello stato, disinteresse personale e spirito di servizio» come scrive Jappelli, ma anche un giacobinismo diffuso con l’intrusione nelle piccole cose di noi tutti ogni giorno: come farci perdere quegli «stili di vita sbagliati» ai quali pensa proprio l’aborrito governo Monti.
Certamente, l’avvio della proposta di Veneziani e Besana può essere stata confusa e forse contraddittoria perché ad essa si sono avvicinate persone di tutti i tipi, commendevoli o forse no: ma come era possibile evitarlo? Mica si fanno gli esami del sangue a chi si fa avanti in un momento del genere, almeno all’inizio. Col tempo – sempre che ci sia – vi sarà una selezione (gli esaltati se ne andranno, gli approfittatori e i voltagabbana si riconosceranno…), ma sarebbe importante che questo spirito di reazione si diffonda, non si inaridisca a causa di sospetti e dietrologie. Preferisco a questo punto essere un ingenuo che un cinico (forse per questo motivo non ho fatto carriera in vita mia, però la mattina, guardandomi allo specchio, non mi sputo in faccia). Altrimenti, quale sarebbe il risultato? Io credo che se si continua così la Destra italiana si voterà alla estinzione, suicidandosi un po’ come quegli strani animaletti che si chiamano lemming…

* da Il Borghese di ottobre 2012

Di Gianfranco de Turris

Una risposta a Itaca. Il destino delle destre e l’alternativa all’estinzione

  1. Enea che fonda Roma… ;-)))

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