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L’intervista. Luciano Canfora: “Preferisco l’Europa dei popoli a quella dei banchieri”

Pubblicato il 27 settembre 2012 da Michele De Feudis
Categorie : Politica Rassegna stampa

Una analisi controcorrente dell’attuale crisi politica ed economica dell’Italia: Luciano Canfora, storico e filologo classico dell’Università di Bari, affronta e demolisce la retorica presente nella vita pubblica nazionale – su temi roventi come l’Europa, la moneta unica o il bipolarismo – nel saggio “E’ l’Europa che ce lo chiede! Falso”, edito da Laterza (pag. 79, euro 9).

 

In Italia l’europeismo, anche grazie agli scritti di Altiero Spinelli, è stato un sentimento diffuso e percepito con partecipazione. Negli ultimi mesi, invece, cresce un vento di segno opposto legato alle scelte economiche imposte della burocrazia continentale. A cosa si deve questa situazione?

Spinelli aveva ben altra idea dell’Europa. Nel “Manifesto di Ventotene” auspicava una Europa rivoluzionaria, costruita dal popolo, con obblighi sociali. L’attuale Europa è solo un luogo geometrico dei poteri forti, non controllati. Tutto parte dal crollo degli stati dell’Est gravitanti intorno all’Urss e dell’Urss stessa. Da lì abbiamo avuto una situazione di sbilanciamento a favore della potenza centrale, la Germania. L’introduzione dell’euro ha reso ultracompetitive tutte le merci tedesche nell’area euro, penalizzando le nostre. All’egemonia della Germania si sono sottratte la Gran Bretagna e la Svezia che non hanno adottato l’euro, e perfino la Repubblica Ceca… La sinistra italiana è arrivata a questo appuntamento storico disarmata sul piano concettuale. L’ultimo santone a cui si era “appesa” era Norberto Bobbio, ma il filosofo torinese è stato accantonato perché il suo “Destra e sinistra”, non può essere in sintonia con l’attuale “Union sacrée”. Quindi l’ultima ideologia a cui attaccarsi è stata l’Europa, una scatola senza contenuto.

“E’ l’Europa che ce lo chiede” è ormai un mantra. Uscire dalla moneta unica è una eresia?

Paola Savona ha prospettato questa ipotesi su “Sette”: tornando alla lira mettiamo in ginocchio la Germania. La stessa Merkel sta valutando scenari alternativi. Se il fondo “salva stati” costerà troppo, di fronte agli interessi tedeschi, tutto può essere messo in discussione.

Si aspettava una diversa politica verso l’Ue dall’attuale governo?

L’Italia poteva essere il leader dei paesi euro mediterranei – Grecia, Spagna e Portogallo – per chiedere una ridiscussione radicale dei paramenti della moneta e del mercato unico. E invece si è incatenata nel “Fiscal compact”.

Il pareggio di bilancio in costituzione è un conquista?

No. E’ stato approvato “en cachette”. Andava affrontato con un ampio di battito pubblico. Nessuno è favorevole a un bilancio fallimentare ma non si può imporre un vincolo costituzionale, predeterminando la politica economica dei prossimi vent’anni, quale che sia il governo che verrà fuori dalle elezioni future.

Commentando le attuali politiche del lavoro dell’esecutivo ha ricordato “la Carta del Lavoro” di Mussolini nel 1927…

Ho citato anche il Manifesto di Verona del 1944, non per fare il nostalgico, ma per significare che il lavoro era un tema centrale e popolare addirittura durante la dittatura. Oggi l’abbiamo smarrito, senza comprendere che faceva parte di una temperie di conquiste sociali a cui nemmeno il fascismo poteva sottrarsi. Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha affermato che “il lavoro non è un diritto”, affermazione poi smentita. Ma insomma l’ha detto ed è grave. L’articolo 1 della Costituzione è invece un impegno preso con il popolo nel garantire il diritto al lavoro, applicando anche l’articolo 3, che considera un compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli per affermare la giustizia sociale. La costituzione europea non parla affatto di un diritto largamente sancito nella nostra Carta.

Intanto le elezioni politiche sono alle porte. La contraddizione tra bipolarismo e governo di “coesione” con Udc, Pd e Pdl – alleati a sostegno di Mario Monti – può alimentare un voto di protesta o una crescita dell’astensionismo?

Il 47% degli elettori è sbandato, tentato dal non voto, come spiega Ilvo Diamanti. Le “unioni sacre” creano sulle ali un dissenso profondo, sono un trucco. Un cerotto sul bubbone.

Come alternativa al populismo crescente, incarnato da Beppe Grillo, c’è spazio per una sinistra e una destra sovraniste e orgogliose della tradizione italiana legata allo stato sociale?

Grillo rappresenta la febbre, come fu Poujade in Francia, o il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, che era molto più colto del comico genovese. Il consenso per il MoVimento 5 Stelle certifica che la malattia è seria. Esistono tuttavia bisogni sociali irrisolti, per quanto si sia diseducato l’elettorato con falsi concetti. Negli anni del trionfo del berlusconismo e della politica ridotta a chiacchiere da talk-show, il reale non può essere rimosso. A sinistra c’è una tradizione importante, quella della socialdemocrazia, per la quale i diritti sociali delle grandi masse lavoratrici sono al primo posto: per questo preferisco l’Europa dei popoli, di mazziniana memoria, a quella dei banchieri.

* dal Corriere del Mezzogiorno Puglia del 25 settembre 2012

Di Michele De Feudis

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