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L’analisi. La rotta di Papa Francesco? Sintesi tra pragmatismo spirituale e Vangelo

Pubblicato il 24 settembre 2013 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Cronache Cultura

papa francesco 2“Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia”. Ogni Papa vede la Chiesa a suo modo. Francesco la tinteggia così, sfruttando una suggestione militare. Benedetto XVI la paragonava, invece, ad una barca in balia dei “venti di dottrina”. Due visioni convergenti che toccano il cuore della realtà cristiana: misericordia e verità. Due dimensioni che hanno l’obbligo di cedersi reciprocamente il passo. Ha, quindi, certamente ragione Bergoglio quando, nella storica intervista concessa ad Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, l’organo ufficiale dei gesuiti, afferma con una metafora assai efficace: “È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso”.

Una esternazione che potrà sconvolgere, ma che palesa un pragmatismo spirituale che non ammette obiezioni. Almeno sul campo di battaglia (se può valere come metafora). Il Papa qui dimostra di ragionare da gesuita, l’ordine religioso più militare della cattolicità, fondato a sua volta da un generale spagnolo che ha perso la gamba in battaglia, San Ignazio. Una forma mentis lontana mille miglia dalla dicotomia modernità vs tradizione o lassismo vs legalismo che da sempre inquieta le ermeneutiche ecclesiali. La Storia della Compagnia del Gesù, basata, sugli “esercizi ignaziani, ha attraversato il tempo e gli oceani sulla scorta di una metodica evangelico-missionaria unica: ognuno, qualsiasi sia la sua tempra, nel discernimento, può essere un soldato di Cristo.

Stupirsi delle aperture del Pontefice agli omosessuali in cerca di Dio o alle madri che hanno abortito e si sono risposate, ma che nel pentimento hanno vissuto poi cristianamente, è dunque sbagliato. E forse anche ipocrita e miope. Se non fosse che non si può aprire ciò che già aperto. Soprattutto se il soggetto in azione è la Misericordia divina, una forza che non è soggetta ai desiderata neanche del romano Pontefice. Che la Chiesa, poi, sia aperta agli omosessuali è una realtà di sempre, confermata da più di un pronunciamento e dal vissuto quotidiano. Ma non solo. Che ogni sacerdote, nella ristrettezza della propria parrocchia, sia chiamato a vagliare ogni singola vicenda con una coscienza ritagliata su ogni singolo caso, è prassi non strillata. Certamente non tutti i pastori hanno la sensibilità, ma anche la forza, di accompagnare ogni singolo credente in un cammino di rinnovamento spirituale che parte da regioni non previste.

Il Papa chiede appunto questo: del coraggio, un prendere il largo, un non arroccarsi sulle proprio certezze, di non sbarrare la strada ad alcuno. Perché è vero, la tentazione di ogni cristiano è quello di disegnarsi un Dio con delle sembianze più prossime a se stesso. É la tentazione, inoltre, di ogni congrega, movimento ecclesiale o sperdutissima parrocchia: creare una cerchia esclusiva di adepti incapace di guardare al diverso come ad un fratello, come ad una persona a cui, dalla creazione, è stata attribuita una dignità divina. E sì: “A Sua immagine lo creò, maschio e femmina lo creò”

La vicenda di Cristo, su questo versante, dovrebbe valere come criterio inoppugnabile e scandaloso davanti gli occhi di  qualsiasi “giusto”. Ma come spiega Paolo di Tarso: “Cristo morì per noi quando eravamo ancora peccatori” e non viceversa. Quella cristiana non può essere, e non lo sarà mai, una congrega di “puri” o “perfetti”. Semmai è una comunità che tenta un difficilissimo cammino di perfezione. Quello che il Papa chiede ai preti e ai singoli credenti e di non badare troppo per il sottile e di comprendere le istanze di ogni comandamento. L’invito è a sporcarsi le mani, puntando al cuore dell’annuncio cristiano, facendo sapere che Cristo è risorto e che dalla croce in poi la salvezza è divenuta misura d’uomo. Una notizia che deve fare il giro del mondo, passando pure dall’Occidente, luogo  diventato ormai da tempo terreno di nuove missioni, dove il catechismo non è più un presupposto culturale di partenza.

Per questo – il Papa qui non sbaglia affatto – continuare puntare ad una predicazione basata esclusivamente sulla lotta all’aborto, matrimoni gay o altre faccende non negoziabili, non solo non basta, ma rischia di essere stucchevole e incomprensibile. Non è- sia chiaro- che come assunti essi abbiano perso di valore. Il punto è un altro: essi devono valere come conseguenza di una prima acquisizione di fede. Perché è nell’atto di fede che ogni dottrina morale trova la sua ragionevolezza ed evidenza. Ed giusto – ancora- che questi argomenti siano utilizzati, non come un martello pneumatico, ma nel loro “contesto” appropriato e al momento opportuno.

C’è però un interrogativo che non va eluso in alcun modo: possono le parole del Papa essere fraintese? Assolutamente sì. Perché, anche sforzandoci, non si riesce ad intendere cosa Francesco voglia intendere con l’espressione “basta con l’ingerenza spirituale nella vita delle persone”. Un assunto che, per essere alleggerito da qualsiasi ambiguità, meriterebbe un approfondimento a sé. Come resta incompleto l’invito fatto ad Eugenio Scalfari, nell’altrettanto storico intervento su La Repubblica, e ai non credenti di affidarsi alla “coscienza”. Il punto è che esiste una plularità di sfumature del medesimo concetto di coscienza a cui riferirsi. Quello cristiano -per altro fissato dal Vaticano II- parla di un luogo interiore dove Dio parla ad ogni singolo Uomo.

Senza questa declinazione restiamo impelagati nella sfera dell’individualismo liberale e del soggettivismo relativista. Un problema ermeneutico di non poco conto, visto che l’essenza dei pronunciamenti concessi finora dal Papa spingono la Chiesa a divenire una comunità, un insieme di persone, sempre più unite da un legame che relativizza ogni spinta solipsista. Nell’ intervista a Spadaro c’è, tra gli altri, uno spunto entusiasmante che fa luce sull’afflato comunitario e popolare che sta colpendo di Bergoglio e che nulla ha a che vedere con la teologia della liberazione: “Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza ad un popolo. Nessuno si salva da solo come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio – è l’intuizione di Francesco- entra in questa dinamica popolare”.

Di Fernando Massimo Adonia

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