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Il commento. Tav: escalation di tensioni in Val Susa. Ora comandano i “falchi”

Pubblicato il 21 settembre 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Politica

No-Tav“Ma che sta succedendo in Val Susa?” chiedono gli amici in giro per l’Italia, evidentemente incuriositi dai roboanti e allarmistici servizi di giornali e televisioni. È un po’ complesso da spiegare, quanti giorni avete?, verrebbe da rispondere. Perché non è facile riassumere in pochi minuti una querelle che si trascina da vent’anni. E della quale i più non sanno assolutamente nulla, se non che ogni tanto volano manganellate e bottiglie molotov.

Restiamo alle notizie di giornata: l’endorsement dei brigatisti rossi alla battaglia No Tav, l’invio di altri duecento militari per presidiare il cantiere di Chiomonte, le sparate (poi in parte rimangiate) di Rodotà, la visita del capo della polizia Pansa prima a Torino e poi in Valle. Insomma, in termini giornalistici una vera e propria escalation, alla quale il governo ha risposto facendo la faccia cattiva: la Tav si farà comunque, ha detto Alfano. E fra l’altro, con una scelta molto “operativa”, ieri ha nominato nuovo prefetto di Torino Paola Basilone, già vice-capo della Polizia.

Da alcuni anni il dibattito Alta velocità sì o Alta velocità no è sceso a livello di derby. E come ogni derby che si rispetti, diventa soprattutto una questione di ordine pubblico. Delle ragioni del “no”, dei problemi ambientali, dei costi sociali e soprattutto dei costi economici di una maxi-opera faraonica che rischia di rimanere una cattedrale nel deserto, ormai non si parla più. Non interessa a nessuno. Il livello di scontro è così alto che la politica, intesa nel senso nobile di “amministrazione del bene di tutti”, ha fatto non uno, ma due passi indietro.

In Val Susa adesso decidono i “falchi”: da un lato gli anarco-antagonisti che giocano a fare i Che Guevara in sedicesimo e soffiano sul fuoco della rivolta; dall’altro i duri e puri (vabbé… facciamo duri e basta) per i quali l’unica risposta possibile è il pugno di ferro e sognano la militarizzazione di un intero territorio. In mezzo, stritolata e ormai quasi ridotta al silenzio, c’è la maggior parte della popolazione valsusina (120 mila abitanti, non proprio quattro gatti), che è contraria all’opera ma si è fatta prendere la mano da minoranze che nel corso del tempo hanno snaturato e radicalizzato il movimento No Tav.

Esistono le infiltrazioni di frange violente ed estremiste, come sostengono da tempo forze dell’ordine e magistratura? Sì, esistono e non da oggi. Nell’ultimo anno ci sono stati oltre cento arresti per vari reati e solo in rari casi si trattava di gente del posto. In maggioranza le “teste calde” sono esponenti dei centri sociali di Torino, Milano, del Veneto ma anche di Roma e altre città del centro-sud. E persino stranieri: anarchici francesi, tedeschi, greci, spagnoli. La Val Susa è diventata una palestra europea di estremismo.

Siamo già nel campo del terrorismo, come sostengono altri osservatori? No, anche se i “falchi” di entrambi gli schieramenti sembrano quasi voler preparare il brodo di coltura ideale per allevare i futuri brigatisti o guerriglieri. Anzi, a voler pensare male si potrebbe pure ipotizzare una riedizione moderna della strategia della tensione, per innalzare il livello di scontro, provocare la legittima reazione dello Stato, giustificare le politiche repressive e di fatto marginalizzare e mettere all’angolo la protesta civile e non violenta del territorio. Dietrologia? Fantapolitica? Può darsi, ma in passato l’Italia ci ha abituato a episodi che sembravano usciti dalla penna di scrittori dotati di particolare fantasia e poi, purtroppo, si sono rivelati realtà. E in molti altri casi sono rimasti oscuri, buchi neri nella storia nazionale.

Il rischio di una ripresa del terrorismo non va sottovalutato, anche se per ora sembra più uno slogan dei Sì Tav che non un’ipotesi concreta. Negli Anni Settanta la Val Susa, e in particolare il grosso Comune di Bussoleno, furono zona fertile per Brigate rosse e Prima linea. Oggi alcuni reduci di quegli anni sono stati visti frequentare le frange più radicali del movimento No Tav. È chiaro che la guardia va tenuta alta.

Di Giorgio Ballario

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