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Se anche il liberale Ostellino denuncia la deriva tecnocratica dell’Italia

Pubblicato il 21 settembre 2012 da Geronimo Barbadillo
Categorie : Corsivi

A chi pensa che la partita politica italiana sia già chiusa, e che il Monti bis è un percorso più o meno obbligato, consigliamo di scrutare non solo gli umori popolari  ma anche i sommovimenti nelle élites: la sospensione della dialettica politica instaurata dal governo del professore bocconiano, con un esecutivo sostenuto da Pdl-Pd-Udc, risulta indigesta anche a intellettuali e osservatori che nulla hanno a che spartire con il filone culturale sovranista. Il caso più sorprendente è quello di Piero Ostellino, firma di punta di stampo liberale del Corriere della Sera. Il giornalista veneziano, approfittando dello spazio della sua rubrica sulle colonne del quotidiano di Via Solferino, ha con severità denunciato il pericoloso regresso delle classi dirigenti italiane, arrivando a scrivere: “ho sentito come un insulto il compiacimento che la politica, il giornalismo e l’ opinione pubblica hanno mostrato perché il capo del governo «aveva diligentemente fatto i compiti a casa» che altri, dall’estero, gli avevano assegnato. La regressione dell’ Italia a uno stadio infantile è offensiva”.

In questo articolo ritroviamo le tante ragioni che Barbadillo.it prova a sostenere nel suo piccolo spazio di libertà nel web. Quelle del diritto dei popoli ad autodeterminarsi e soprattutto l’affermazione non retorica della dignità nazionale. Nei prossimi mesi, statene certi, ne vedremo delle belle.

Dal Corriere della Sera di 15 settembre 2012

di Piero Ostellino

Non sono, caratterialmente e culturalmente, nazionalista. Non lo sono anche in virtù delle esperienze professionali fatte all’estero. Sono, einaudianamente, europeista. Ma ho sentito come un insulto il compiacimento che la politica, il giornalismo e l’ opinione pubblica hanno mostrato perché il capo del governo «aveva diligentemente fatto i compiti a casa» che altri, dall’ estero, gli avevano assegnato. La regressione dell’ Italia a uno stadio infantile è offensiva. Mortificante mi pare anche l’ europeismo cui noi stessi chiediamo di risolvere certi nostri problemi (il rigore di bilancio), mentre non riusciamo a risolverne altri da soli (la semplificazione burocratica). L’ Unione europea è «l’ invasore» dei tempi in cui si invocava la calata in Italia degli eserciti stranieri per dirimerne le dispute locali? L’ Europa unita è, ora, ciò che furono i sovrani dei grandi Stati di allora: il benevolo protettore di un’ Italia «di dolore ostello»? Di questo «europeismo da sottosviluppo culturale e politico» dovremmo imparare a fare a meno, badando meglio a noi stessi. La democrazia è autonoma scelta dei governi attraverso periodiche e libere elezioni. Inquietante è che non ci si nascondesse di voler protrarre il governo tecnico, evitando «il rischio» delle elezioni. Poi, la politica si è svegliata dal «sonno della ragione». Bersani: i governi non li decidono le banche, ma le elezioni; Alfano: Monti si candidi se vuole restare a Palazzo Chigi; Monti: resto fino alle elezioni e mi sorprenderebbe se il Paese non fosse in grado di esprimere elettoralmente un governo. L’ atmosfera, a questo punto, è cambiata. I media – che avevano strizzato l’ occhio al bocconiano neo-salazarismo permanente – auspicano, ora, il ritorno alla «normalità democratica». Ciò che pareva una surreale parodia del ‘ 22, con un sobrio professore al posto di Mussolini, non si è avverato. Ma una lezione la si deve pur trarre. I principi e la prassi della democrazia liberale non sono derogabili a seconda delle circostanze. Né lo è la funzione di una stampa rispettabile in una democrazia liberale. Ho potuto criticare quanto accadeva solo grazie all’ «idea di pluralismo degli opposti» che ha il direttore. Ma sono finito ai margini di una totalità che auspicava la sostituzione della democrazia con la tecnocrazia. Aver visto giusto non mi consola, né mi rassicura. Non c’ è nulla di peggio di capire prima, e meglio, degli altri… Siamo immersi in un lungo 25 luglio ‘ 43. È la storia che si ripete. Oggi, ci si è chiesti, in nome della democrazia, se la fine del governo tecnico e il ritorno alla democrazia – la competizione politica e elettorale fra i partiti; programmi politici diversi e conflittuali; una maggioranza parlamentare eletta che esprime un governo; un’ opposizione che si fa sentire – non sarebbero stati una perdita di tempo, un «pericolo» per la democrazia; allora, certi antifascisti, in nome dell’ antifascismo, si erano chiesti se non fosse giusto ammazzare altri antifascisti. E l’ avevano fatto. Ieri e oggi: è l’ Italia che non cambia.

Di Geronimo Barbadillo

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