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Il caso. La stangata sulla “bionda”: un sorso di birra su due se lo berrà il fisco

Pubblicato il 22 settembre 2013 da Martina Bernardini
Categorie : Cronache

Inaugurazione dell'oktoberfestUomini, vi toccherà rinunciare alle “bionde”, e senza troppi ripensamenti. A meno che non siate disposti a pagare il prezzo (rectius: l’accisa) delle vostre passioni. Che per la precisione, a partire da ottobre 2013, sarà pari a 2,66 euro per ettolitro e grado plato, rispetto agli attuali 2,33 euro. Per poi arrivare a 2,70 euro da inizio 2014. E tenendo conto dell’aumento dell’Iva, significherebbe +33% sul valore di questa imposta, in un’Italia che già attualmente rientra tra i Paesi occidentali con la più alta pressione tributaria su queste “bionde” – che, si sarà capito, sono proprio loro: le birre. Bisogna comunque precisare che potrebbe trattarsi di dati non definitivi, eccezion fatta per l’aumento di ottobre prossimo, l’unico certo.

Non si tratta neppure di una vera e propria tassa sull’alcool, come molti la chiamano: gli aumenti in questione, infatti, riguardano solo le accise sulla birra, sui prodotti intermedi e sui superalcolici. Ancora una volta, quindi, il vino è fuori dai giochi fiscali. Questi aumenti, inoltre, serviranno a recuperare parte delle risorse che serviranno come copertura del decreto scuola, ovvero 448 milioni di euro.

Come a dire: l’istruzione è al sicuro, la pagano solo quelli che consumano un certo tipo di alcool. Un colpo basso, che solleverà solo le proteste dei produttori di birra, e metterà a tacere quegli italiani bisognosi di manovre ideologiche e moraliste. Al momento, infatti, a ribellarsi è stata solo l’associazione Assobirra, che ha denunciato un carico fiscale pari al 47% e una progressione di rincari che dal 2004 ad oggi è stata pari a +114%. Per dirla con Filippo Terzaghi, direttore di Assobirra, “se adesso un sorso di birra su tre se lo beve il fisco, con questo rincaro il fisco si prenderà un sorso su due”.

Insomma, nessuno si senta escluso dalle conseguenze di queste manovre: il rincaro graverà sia sui consumatori di quello che non è, e non deve essere, un prodotto elitario (il che, sia chiaro, non vuol dire che non possa essere di qualità), sia sugli stessi produttori di birra. Tra questi ultimi, in particolar modo i microbirrifici artigianali, che nell’ultimo periodo, in Italia, si sono moltiplicati. E che, agli occhi del fisco italiano, sono tali e quali ai grandi produttori; ma la realtà è ben diversa, dal momento che la pressione tributaria che può sopportare un piccolo produttore è assai minore rispetto a quella che può gravare sulle spalle di uno grande, che magari riesce a produrre tanti ettolitri l’anno quante sono le gocce che compongono l’Atlantico.

Non solo. Essendo quello dei microbirrifici artigianali un settore in crescita esponenziale, si rischia così di soffocarlo per continuare a tutelare un mercato, quello vinicolo, che invece gode di benefici e, soprattutto, di assenza di accise. Ciò che non accade neppure più in Francia. Andatelo a dire voi a Goethe, che sosteneva che il piacere si può trovare in “una birra forte, un tabacco profumato e una donna”.

Di Martina Bernardini

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