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L’intervista. Lo storico Franco Cangini: “La crisi italiana 1943-2013″ (di M.Cabona)

Pubblicato il 17 settembre 2013 da Maurizio Cabona
Categorie : Le interviste

crisi italiaLa ricorrenza dell’8 settembre – la resa italiana del 1943 nella guerra che stabilì gli equilibri di potenza vigenti – è caduta tra sintomatiche contingenze. Nel 2013, a Roma, s’è dimesso il papa, secondo il modello che non contempla più monarchi a vita. Però a vita è diventata la presidenza della Repubblica, nella persona di un politico di cui molti notano la somiglianza coll’ultimo re… In questo declino estenuato, la Repubblica è percorsa da forze politiche decise a svuotare la Costituzione, privandola dello scudo rappresentato dal suo art. 138, che ne indica la natura rigida.

Si è tanto detto dal 1943 che l’Italia è sotto influenza americana. Eppure negli Stati Uniti la Costituzione è quasi come la bandiera, mentre in Italia ora si vuole poterla modificare come fosse una legge ordinaria. E del resto art. 1 (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) e art. 11 (“La repubblica ripudia la guerra…”) sono ormai da temp lettera morta. Lo Stato italiano è un vecchio malato come il suo popolo, che nell’ultimo mezzo secolo ha fatto pochi figli, dunque ha per eredi tante badanti quasi quanti cittadini.

Ne parlo con Franco Cangini, autore di una magistrale Storia della Prima Repubblica (Newton), commentatore di politica di Qn, già direttore de Il Resto del Carlino e de Il Tempo e condirettore del Giornale alla fine della Guerra fredda, che segnò la perdita d’importanza strategica per l’Italia.

Signor Cangini, una volta ci si chiedeva a sinistra, ma anche a destra, e sempre con angoscia: “Moriremo democristiani?”. Se, dopo Letta, verrà Renzi, per la sua e generazione le mia ciò s’avvererà.  

“E’ una lunga storia. In principio ci fu l’8 settembre. Evento subito fotografato da Salvatore Satta come il giorno della ‘morte della Patria’. Sembrò l’esagerazione di uno spirito prostrato dalla vergogna per lo sfascio della Nazione sotto il colpo della disfatta militare”.

Ma la Patria parve risorgere nello spirito dell’Alleanza atlantica e del legame speciale con gli Usa contro Francia e Gran Bretagna.

“Effettivamente la cara estinta prese a correre, bruciando le tappe della ricostruzione e di una sorprendente crescita economica, da nessuno prevista. Parve prova che l’Italia non era morta, ma anzi rinata a nuova vita. Un po’ quel che aveva sperimentato la Svizzera dopo la macellazione delle sue fanterie nella pianura lombarda, che la riconvertì dall’esportazione di mercenari alla produzione di orologi e marchingegni finanziari.

“Ex claude salus”: la salvezza attraverso la disfatta?

“Non proprio. Semplicemente, quel tanto di spirito nazionale e di possibilità operative  accumulati in meno di un secolo di esistenza politica unitaria dava prova di sé negli spasimi dell’agonia. Come gli alberi da frutto, che danno i raccolti più copiosi quando stanno per essiccarsi”.

Dunque ora siamo secchi?

“Se, in prospettiva storica, nulla vieta di confidare in repliche della attitudine alla risurrezione più volte sperimentata dall’Italia nei secoli scorsi, allo stato dei fatti tocca prendere atto della condizione di necrosi che segue il decesso”.

Ora siamo all’autopsia.

“Prova ne è il fallimento di tutti i tentativi di restaurazione, ovvero di surrogazione, dello Stato in Italia. De Gasperi immaginò di aggirare il problema, affidando la custodia dell’esistenza politica italiana alle liberal-democrazie occidentali, in attesa di affogarla nell’unità dell’Europa”.

Parve una grande intuizione.

“Ma settant’anni dopo il 1943, trentadue dopo la fine dell’Urss, il mutato panorama internazionale fa risaltare il sacro egoismo degli Stati nazionali più forti, la loro renitenza a rendere effettivi i proclami di solidarietà, la loro inclinazione a sfruttare le debolezze dei soci, perfino a pensare di disfarsene come vuoti a perdere. La cancelliera Merkel dice che fu un errore accogliere la Grecia nel club dell’euro. Vale da avvertimento per l’Italia”.

Che fare?

“Nulla di sensato, in presenza di un Paese preda degli egoismi dissociativi alimentati da un coacervo di minoranze rissose. La rivoluzione liberale di Berlusconi è finita come il presidenzialismo di Craxi, le abili manipolazioni democristiane dello spirito pubblico in funzione di una strategia di sopravvivenza nell’immobilismo, le velleità di emancipazione riformista dalle catene della vecchia sinistra, accarezzate talora dai D’Alema e dai Veltroni. E accarezzate ora da Matteo Renzi con foga affabulatrice di giovane senza padroni. Più facile fargli gli auguri che scommettere su di lui”.

Non ci resta che piangere?

“L’Italia è come quel tale che s’è abbottonato male il cappotto. Può solo sbottonarlo e restituire a ogni bottone la propria asola. Naturalmente, poiché si tratta di politica, la metafora deve fare i conti con i rapporti di forza in campo. Dire la cosa giusta non è sufficiente. Avere ragione non basta: occorre anche trovarsi nelle condizioni di disporre della forza per imporle”.

Mi faccia un esempio?

“Il generale De Gaulle aveva tutte le ragioni di rifondare la forza dello Stato in Francia sulle rovine del sistema dei cacicchi di partito. Ma non ci riuscì, finché le sue buone ragioni non incontrarono la forza dei paracadutisti ribelli, congiunta all’estrema inquietudine della Francia per la decolonizzazione”.

A quel punto il Generale fu politico migliore di quanto fosse stato combattente.

“Usò la paura dei parà per mettere le dande ai partiti, la forza ritrovata dello Stato per ridurre i militari a miti consigli e il sostegno della Francia profonda per stroncare la voglia di rivincita dei partitanti. Il funzionamento della sua V Repubblica gli ha poi dato ragione di fronte alla storia”.

La Francia ha mille anni, l’Italia ha un secolo e mezzo…

“Sì, la Francia è stata messa in forma da un millennio circa di storia unitaria, eppure non meno di due secoli di ricerca le sono stati necessari per dare un governo adeguato alla società moderna nata dalla grande rivoluzione. La strada della V Repubblica è lastricata da quattro repubbliche, due imperi, due monarchie. Duecento anni, durante i quali la Francia è stata il condominio di due popoli: sinistra repubblicana contro destra conservatrice di sentimenti monarchici”.

De Gaulle ha escogitato la monarchia repubblicana.

“E prima c’era stata la ricerca di una soluzione istituzionale ispirata al modello (inarrivabile) del regime britannico del Primo Ministro. I francesi sono stati salvati in extremis dai rischi ricorrenti di guerra civile dall’affermazione del diritto napoleonico a regnare per personale delega popolare”.

Il diritto divino ha trovato un surrogato.

“Oggi la Francia, come anche gli Stati Uniti, è una sorta di monarchia repubblicana, unificata dal rito dell’elezione presidenziale, che dà alla democrazia un corpo fisico in cui riconoscersi e un capo da seguire per il tempo prestabilito. In varie forme, il lascito dell’antica monarchia dà una spina dorsale alle moderne democrazie funzionanti”.

Mentre lo spirito di autoconservazione dei partiti fa dell’Italia una democrazia invertebrata…

“… Retta da uno Stato fantasmatico, delegittimato dal fallimento della sua economia e dalla sensibile irrilevanza della sua sopravvivenza residuale. Una democrazia percorsa da conati riformatori senza punti di appoggio”.

Napolitano conta sullo stellone italico.

“Come ha ricordato un noto costituzionalista, solo al barone di Muenchhausen è dato di sollevarsi dalle sabbie mobili impugnando il proprio codino”.

Di Maurizio Cabona

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