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L’intervento. I proclami di Obama e la Siria come Melos assediata da Atene

Pubblicato il 16 settembre 2013 da Mauro La Mantia
Categorie : Esteri

London Protesters Rally Against Syria War Proteste a Londra contro il possibile intervento militare in SiriaNon sappiamo se alla fine gli Usa attaccheranno la Siria per rovesciare il governo guidato da Assad in favore dell’opposizione jihadista. Troppo forte il rischio di una guerra di proporzione regionale, se non mondiale, dagli esiti imprevedibili. Sappiamo però che l’atteggiamento dell’amministrazione statunitense, in perfetta continuità con l’ideologia neocon.

I recenti interventi pubblici di Obama sulla Siria, tanto simili a quelli di Bush al tempo delle guerre in Afghanistan e Iraq, hanno riportato alla mente il dialogo tra gli ambasciatori di Atene e quelli dell’isola di Melos riportato da Tucidide.

Siamo nel 416 a.C. nel contesto della guerra del Peloponneso, Atene dopo la pesante sconfitta nella battaglia di Mantinea decise di compiere un’azione di ritorsione contro Melos, una piccola isola inerme del Mar Egeo. Gli Ateniesi pretendevano dai Meli di aderire alla Lega di Delo perdendo quindi la propria indipendenza. Melos, che era legata a Sparta, rivendicava una sua neutralità nel conflitto offrendo amicizia anche ad Atene. Agli ambasciatori ateniesi interessava invece la totale subalternità di Melos. Il loro monito era rivolto non solo a Melos ma anche alle altre città della Grecia: I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano.

Gli Ateniesi tentarono di convincere i Meli con un ragionamento semplice: “Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l’interesse di entrambe le parti”. E quando gli abitanti di Melos proposero amicizia, e non sottomissione, gli Ateniesi risposero in maniera spietata: “No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l’ostilità aperta: quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza”.

Melos decise di rifiutare le condizioni imposte da Atene preferendo combattere piuttosto che perdere la propria indipendenza. Tucidide racconta che la città venne presa dopo un lungo assedio: gli uomini scampati alla battaglia furono passati per le armi mentre donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Nella guerra contro Sparta, Atene non poteva prescindere dal dominio sul mare. Per questo motivo tutte le isole del Mar Egeo dovevano aver presente quale destino sarebbe toccato in caso di ribellione. Melos sperimentò la spietatezza dell’imperialismo ateniese. Melos è uno dei tanti esempi nella storia di piccole comunità che preferiscono la distruzione piuttosto che perdere la propria libertà ed il proprio onore.

Nei discorsi di Obama sulla vicenda siriana non troviamo la stessa spregiudicatezza. Il premio Nobel per la pace agita la minaccia dell’attacco militare per salvare la popolazione dalle presunte armi chimiche usate da Assad (o forse dai ribelli?), proprio come in Iraq. Tuttavia, al di là delle frasi di circostanza, il problema dell’amministrazione americana in politica estera è lo stesso di quello che anima Atene nel 416 a.C. (“I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”). E se i più deboli non si adattano vanno puniti. Melos e la Siria, così come Atene e gli Usa, hanno tanto in comune. La Siria, al pari di Melos, paga la colpa di essere un Paese mediorientale “non allineato”, di preferire l’alleanza con la Russia e l’Iran. Agli Usa interessa poco, nonostante la retorica, il tasso di democrazia presente negli Stati (vedi il caso dell’Arabia Saudita, maggior alleato dell’area) bensì il grado di sottomissione ai propri interessi. È lo stesso principio che muove Atene contro Melos. La Siria non vuole perdere la propria sovranità, così come Melos, e per questo combatte contro le bandejihadiste armate dagli Usa e dai suoi alleati. La Siria sarà il nemico diabolico da abbattere fino a quando non si “libererà” (con la guerra civile o le bombe americane) di un governo che persegue interessi in politica estera confliggenti con quelli degli Usa.

Usa e Atene: entrambe le potenze rivendicano la superiorità del loro sistema politico (la democrazia seppur con le dovute differenze storiche) e la missione civilizzatrice cui sono destinati (emblematico il discorso di Pericle in onore dei morti del primo anno della guerra del Peloponneso). Ed in nome di queste convinzioni, democratiche quindi “giuste”, sono pronte a distruggere Melos, colpire con armi di distruzione di massa il Giappone, il Vietnam ed oggi la Siria.

La vicenda dell’isola di Melos e della Siria riporta alla mente l’amara constatazione di Luciano Canfora sulla “libertà” che ha sempre la meglio sulla democrazia ostentata da potenze imperialiste: “La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più forti”.

Di Mauro La Mantia

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