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Libri. L’introduzione di G.de Turris a “Julius Evola i cinquant’anni di Cavalcare la Tigre”

Pubblicato il 16 settembre 2013 da Gianfranco de Turris
Categorie : Libri

CavalcareChi ha comprato di recente L’uomo a una dimensione alzi la mano. E chi ha letto da poco il Libretto Rosso anche solo per documentarsi faccia un cenno. Credo che si rimarrà delusi. Il saggio di Marcuse e il vademecum del presidente Mao, che venivano venduti come il pane negli anni della “contestazione” macinando ristampe e facendo guadagnare soldi a palate agli editori-compagni Einaudi e Feltrinelli, nessuno da un bel pezzo se li fila più, sono roba da modernariato, giacciono a impolverarsi negli scaffali degli ex sessantottini, ormai signori di una certa età che hanno intrapreso una luminosa carriera dando addio ai sogni rivoluzionarti. Insomma, entrambi hanno fatto il loro tempo, sono reliquie di un passato morto e sepolto: se ormai mezzo secolo fa sembravano essere guide per muoversi in un momento di crisi materiale e spirituale, opere che aprivano le menti e che aiutavano a capire quel che stava accadendo con la rivolta delle nuove generazioni, adesso non dicono assolutamente più nulla a nessuno. E nessuno appunto li compra, li legge, li cita, li porta come esempio. Amen, dunque.

Viceversa, un altro dei libri che ebbero il loro quarto d’ora di successo nel Sessantotto & dintorni tanto da essere avvicinato ai due sopra citati, gode sempre di ottima salute: da quell’anno in poi vede susseguirsi non solo semplici ristampe, ma vere e proprie nuove edizioni, aggiornate e accresciute. Viene dunque comprato, letto e citato da lettori che appartengono a nuove generazioni, cioè non soltanto a quella dei cosiddetti “reduci”. Ci riferiamo ovviamente a Cavalcare la tigre di Julius Evola che proprio in quanto illustra degli “orientamenti per un’epoca della dissoluzione”, dato che quest’epoca non si è chiusa ma al contrario continua, resta sempre – a quanto pare – una lettura illuminante e positiva sin dal momento della sua pubblicazione, che è appunto il 1961, cinquant’anni fa. E mezzo secolo è abbastanza per trarre il bilancio su un libro.

Il motivo per ricordare la nascita, la storia e l’influenza di quest’opera è dunque evidente: i tratta di un libro sempre vivo e attuale, mai caduto nell’oblio, che ha un suo pubblico costante, che si vende e ristampa sempre senza aver bisogno di alcuna pubblicità. Anzi, se una pubblicità esso ha avuto ed ha è al contrario negativa, come si dirà fra poco.

Non si ricorda un libro qualsiasi. Si ricorda l’anniversario della pubblicazione di un libro soltanto se questo alla fine si è rivelato importante, significativo, se ha lasciato una traccia, n segno. Nel suo piccolo, per così dire, Cavalcare la tigre lo è stato. Ma non solo nel suo piccolo.

Come ricorda nel dettaglio Andrea Scarabelli, il saggio evoliano uscì alla fine del 1961 e venne accolto assai malamente negli ambienti della Sinistra intellettuale in cui il giovane editore Vanni Scheiwiller era più conosciuto ma, si badi, non per il contenuto ma semplicemente per la cattiva fama che l’autore aveva in tali ambienti. Insomma una condanna aprioristica. A destra, come ho documentato nel mio Elogio e difesa di Julius Evola (Mediterranee, 1997), la ricezione fu positiva almeno a livello pubblicistico, mentre a livello “partitico” il libro e il suo autore venivano accusati di proporre idee e atteggiamenti esistenziali che avrebbero distolto i giovani da una efficace vita politica, vale a dire militante, attivistica.

Era sicuramente un “libro pericoloso”, come evidenzia Marcello Veneziani, ma in modo del tutto particolare. Bisognava infatti capirlo, assimilarlo, e non fraintenderlo: e in caso di dubbi per ben comprenderlo bisognava ricorrere alla “interpretazione autentica” come si suol dire, cioè alle parole del suo stesso autore. Evidentemente Evola si era reso conto di questa possibilità di fraintendimento e in una serie di interviste, a domande specifiche e puntuali, aveva chiarito i lati che potevano risultare ambigui: quindi chi voleva delle spiegazioni e precisazioni, esse c’erano e  portata di mano, essendo le interviste pubblicare su riviste dell’area di destra (tutte praticamente riunite nel mio vecchio Omaggio a Evola, Volpe, 1973; mentre le parti più significative e utili sono invece in appendice nelle correnti edizioni critiche di Cavalcare a iniziare dalla prima del 1995). Quindi, volendo, non erano possibili equivoci.

Che iniziarono invece proprio con il Sessantotto allorché il saggio, nonostante la sua corposità, venne considerato una specie di “manuale del contestatore di destra”, accanto a Marcuse e Mao per quelli di sinistra, e come ormai si sa suoi brani vennero letti insieme a quelli del filosofo tedesco-americano nelle aule universitarie delle prime occupazioni, quando ancora non vi era la contrapposizione frontale fra ragazzi di destra e di sinistra.

Chissà per quale motivo poi il libro assunse la pessima fama di essere l’opera che indusse certe “schegge impazzite” della destra al terrorismo: nessuno di coloro i quali si dettero alla lotta armata lo riteneva importante o lo lesse, come da testimonianze dirette, pure recenti (anche qui si vedano i riferimenti contenuti nel citato Elogio e difesa e nell’ultima edizione di Cavalcare, 2009). Merito, se così si può dire, di questa interpretazione assurda e forzata, che alla fine risultò condizionante anche nei confronti di alcuni pubblici ministeri, furono due personaggi della sinistra culturale ormai scomparsi: Furio Jesi e Franco Ferraresi. Le loro interpretazioni faziose e piene di pregiudizi e che spesso si basavano sulle personali interpretazioni di quanto fornivano loro le azioni e le teorizzazioni di alcuni gruppi di una destra deviazionista, come i cosiddetti “nazi-maoisti” (peraltro criticati e condannati da Evola), fecero testo e ancora oggi, politici e giornalisti ignoranti, che si basano soltanto sul sentito dire e mai hanno letto il libro, lo considerano l’opera che spinse alla lotta armata certi ragazzi della destra estrema ed il suo autore il loro “cattivo maestro”. Secondo una nota espressione, si costruì un “teorema” e poi si forzarono idee e fatti per farveli rientrare.

Son cose che farebbero ridere, se non si dovesse piangere di fronte all’ottusità e al pregiudizio di certa cultura italiana che ha prodotto danni senza fine. Da libro che per i politici di destra allontanava i ragazzi dalla passione politica attiva, Cavalcare la tigre è divenne il libro che li aveva portati sulla strada della eversione terroristica!

Viceversa è il libro che espone la posizione di un filosofo alla conclusione della sua esperienza di pensiero, un pensiero non soltanto astratto ma anche concreto, fattivo. Un pensiero, che come scrive Stefano Zecchi nella introduzione all’edizione corrente del libro, conduce il lettore verso una “etica della responsabilità”, e che come ricordano qui Gennaro Malgieri e Giandomenico Casalino (al quale si deve l’idea di effettuare questa commemorazione) da un lato si può mettere benissimo accanto al Trattato del ribelle di Jünger, e dall’altro si presenta come una sorta di summa conclusiva della filosofia evoliana.

Quindi un “libro proibito” perché è un libro “per tutti e per nessuno” come quelli di Nietzsche, che non tutti possono capire a fondo e bene, che è possibile equivocare, anche se, a differenza del filosofo tedesco che non diede alcuna “interpretazione autentica”, Evola – è il caso di sottolinearlo fortemente – queste precisazioni dalla metà degli anni Sessanta al momento della morte, le diede.

Lo storico della filosofia Piero Di Vona in una intervista a Futuro presente del 1995 lo ha paragonato al Manuale di Epitteto: in altre parole, il testo di uno stoico dei nostri tempi per confrontarsi e resistere al mondo che ci circonda e alla sua degenerazione, un libro che fortifica lo spirito e propone risposte di fronte ai drammi e ai dilemmi del mondo moderno. non certo il manuale di un guerrigliero urbano! E nemmeno le complesse analisi sociologiche post-marxiste della società industrializzata effettuate da Marcuse, o le frasi del leader comunista cinese estratte dalle sue opere e del tutto decontestualizzate e applicare al mondo occidentale.

Quindi un libro che rimarrà nel tempo, che continuerà ad essere letto con regolarità quasi sotterraneamente, perché la situazione sociale, politica, filosofica, morale, esistenziale descritta mezzo secolo fa non è certo cambiata in meglio, anzi si è aggravata, e chi vive in questa società del XXI secolo si trova a disagio senza capire bene il perché: ma come, con tutti i progressi tecnoscientifici, con tutti i benefici che ci procurano, perché dovremo essere a disagio? Il problema è psicologico ed esistenziale, a parte ovviamente la crisi economica che coinvolge tutto l’Occidente dal 2008.

La tigre corre ancora senza freni. Bene o male Cavalcare la tigre ci offre una ricetta per molti versi ancora valida.

* Julius Evola Cinquant’anni di Cavalcare la tigre di de Turris, Maglieri, Veneziani, Casalino e Scarabelli (Edizioni Controcorrente, pag.80, euro 10)

Di Gianfranco de Turris

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