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Il caso. Fenomenologia del pettegolezzo: dicono che giova alle imprese

Pubblicato il 16 settembre 2013 da Adélaïde de Clermont-Tonnerre
Categorie : Cultura

pettegolezziAh, gioie della vita d’ufficio! Anzitutto lo stress. Deprecato per decenni, ora per certi etologi è l’ incentivo che mobilita le risorse biologiche e mentali dell’impiegato, stimolandolo a dar il meglio di sé… ma, se lo stress è troppo, l’effetto è contrario e la povera cavia da esperimenti professionali, in preda al panico, prende solo cantonate. Come dire che pochi dirigenti sanno guidare i bolidi che saremmo noi nelle serpentine tra il fallimento e il  successo.

Altra scoperta: la maldicenza giova alle imprese! Voci di corridoio – o di altri posti meno riferibili –, indignazioni da distributore del caffé, spietate valutazioni su stile e salute, conti approssimati sul salario di questo o quella, imitazioni non sempre carine, scherzi goliardici: chi è senza colpa scagli la prima pietra.
Certo, l’educazione giudeo-cristiana aborre la maldicenza, ma ora gli etologi rivalutano le malignità confidenziali. Basta santarelline con una parola buona per tutti  – chi si credono queste perfettine? –, largo alle lingue biforcute, loro sì che rafforzano i legami sociali.
I felini pomiciano, le scimmie si spidocchiano, l’Homo faber sputtana. In questo teatrino infantile, il cattivo (assente), permette ai buoni (presenti) d’intendersi alle sue spalle, provando il brivido della trasgressione. E poi spettegolare ispira fiducia. Non ci si scambiano forse osservazioni «pericolose» irripetibili?

Eppure le origini di questa abitudine non lusingano. Per la psicanalista Virginie Megglé, cominceremmo da piccoli a dir male degli amichetti per mantenere la predilezione dei nostri genitori. Per lo psicologo Laurent Bégue questa tendenza «naturale» verrebbe da un senso d’ inferiorità. Ma il pettegolezzo è un boomerang : ogni maldicente attira maldicenze.

Di Adélaïde de Clermont-Tonnerre

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