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La lettera. Otto settembre ricorrenza amara di un’Italia che non conosce l’interesse nazionale

Pubblicato il 11 settembre 2013 da Giuseppe Salinari
Categorie : Cultura

bandiera italianaNove settembre. Passati i clamori, le manifestazioni e le deposizioni di fiori d’ordinanza, resta l’amaro di un giorno che l’Italia proprio non riesce a mandar giù.

Come uno di quei panini stoppacciosi che indugiano nell’esofago provocando fastidio e bruciori, l’8 settembre è un boccone amaro che l’Italia proprio non riesce a ingoiare. Storici e opinionisti d’ogni risma hanno provato in tutti i modi a indorare la pillola, cercando di farlo passare per l’inizio della rinascita; ma la verità è che rimane un pasticciaccio brutto che la raccolta differenziata della storia ha relegato da tempo al rango più basso, scadente e disonorevole – non è un caso che gli inglesi per indicare il voltafaccia usino ancora il verbo to badogliate.

Brutta faccenda quella del settembre del 1943, quando un manipolo di uomini s’è dimostrato del tutto inadatto al ruolo che la storia aveva malauguratamente assegnato loro. Potremmo rievocare lo sbandamento delle forze armate, le migliaia di morti provocati dall’armistizio, il disagio di milioni di famiglie che, raccolte attorno alla radio, hanno vissuto al contempo un sussulto di gioia per la fine della guerra, e dopo poche ore il disagio più nero per il fatto di appartenere a un paese allo sbando, a una non-più-nazione.

Un’ombra oscura s’è propagata a partire dalle 19:42 di quell’8 settembre su tutta la storia d’Italia, allorché, al microfono dell’EIAR, Badoglio annunciò l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile. Un’iniezione velenosa che ha caratterizzato la nostra storia per settant’anni, inficiando la regolare funzionalità di alcuni aspetti politico-istituzionali e sociali del paese. Un imperdonabile errore, che ha spostato per sempre il baricentro del rapporto tra il cittadino italiano e il suo stato, la sua nazione, la sua patria.

Come scriveva infatti Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera, “Nell’Italia repubblicana il principale partito di governo, la Dc, e il principale partito di opposizione, il Pci, erano entrambi eredi di forze – i cattolici e i socialisti – estranee alla tradizione del Risorgimento. Parallelamente si affermava un «patriottismo di partito»: era il partito di appartenenza che diventava la vera «nazione». Molti, in sostanza, si sentivano democristiani, socialisti o comunisti prima che italiani. La dimensione nazionale diventava così una dimensione esclusiva, che comprendeva «noi» contro «loro».

E, a giudicare da quel che vediamo intorno, non sembra proprio che voglia finire quest’ostinazione degli italiani a guardarsi in cagnesco, anteponendo all’interesse nazionale quello di campanile, di cortile, di condominio, di pianerottolo.

Uscire da questo impasse per ritrovare un registro comune, nella tradizione del Risorgimento, che possa finalmente permettere a ogni italiano di anteporre il bene della comunità a una visione individualista e limitata, di allargare i confini del clan, dalla famiglia alla comunità italiana intera tutta. Questo potrebbe essere il nuovo 9 settembre, un obiettivo attorno al quale raccogliere i cocci della destra (e quelli dell’altra parte). Per l’onore d’Italia – certo – ma anche per l’onore degli italiani tutti.

Di Giuseppe Salinari

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