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Venezia. Il Leone all’italiano Sacro Gra e la missione originaria della Mostra (di M.Cabona)

Pubblicato il 8 settembre 2013 da Maurizio Cabona
Categorie : Cinema Cultura

sacro graIl documentario Santo Gra di Gianfranco Rosi ha vinto il leone d’oro; ed Elena Cotta ha avuto la coppa Volpi per Via Castellana Bandiera di Emma Dante. Il verdetto della giuria presieduta da Bernardo Bertolucci ha entusiasmato Pasquale Squitieri (cfr. il suo intervento). E fin qui siamo nell’estetica.

Nella pratica, se il trionfo fosse avvenuto altrove, sarebbe stato meglio: nonostante la maggioritaria presenza di giurati stranieri, lo stravincere italo-italiano suggerirà agli stranieri che la Mostra d’arte cinematografica, più che internazionale, sia promozionale. Insomma, che “ce la suoniamo e ce la cantiamo”.

Già la giuria del Festival di Cannes 2013 aveva fatto qualcosa del genere dando la palma d’oro alla Vie d’Adèle di Abdellatif Kechiche. Ma Kechiche era già un autore affermato, Gianfranco Rosi no. E, soprattutto, presiedeva la giuria non un francese, ma Steven Spielberg.

Ogni Paese abusa della posizione dominante, quando ce l’ha. Ma in questo caso è un abuso controproducente. I grandi festival avevano una tacita convenzione, risalente ai loro albori: i premi dovevano ampliare il mercato dei film premiati, non esprimere una sterile autarchia. Ognuno vinceva in trasferta, per il maggior bene di tutti, mentre la vittoria casalinga non serviva ad aumentare gli incassi. Altri film italiani – Il generale della Rovere di Roberto Rossellini e Così ridevano di Gianni Amelio (1998) – hanno avuto il leone d’oro. Oggi chi li ricorda?

Certo, la promozione è implicita nei festival. Ma la prima Mostra (agosto 1932) e le seguenti, anche nel dopoguerra, promuovevano gli alberghi del Lido, più che i film di Roma. Dopo la crisi economica del 1929 si doveva infatti rilanciare il turismo americano in laguna. La situazione mondiale era dunque simile all’attuale, ma con un diverso ruolo degli intellettuali: allora vezzeggiati, ora tollerati. Nell’Italia sabauda, nazionalista per scelta e provinciale per necessità, a ideare la Mostra era stato il circolo – né nazionalista, né provinciale – che ruotava attorno al conte Giuseppe Volpi, “l’ultimo doge”. Suo figlio Giovanni è non coinvolto nella Mostra, salvo per il nome di famiglia sulle coppe per gli interpreti premiati. E tre anni fa, quando aveva candidato – per le doti di grande elemosiniere dimostrate alla testa di un museo londinese – un inglese con casa a Venezia, Lord Browne, l’arrivo alla Biennale di uno straniero con una certa idea di sé venne sgradito dai politici italiani. E si perse una grande occasione.

Sono stato alla Mostra per la prima volta nel 1979, inviato di un piccolo settimanale milanese e ospitato da una grande famiglia veneziana, quella di Paolo Tonin, a pochi passi dal ponte di Rialto. Quell’anno al Lido c’erano La luna di Bernardo Bertolucci e Il prato di Paolo e Vittorio Taviani (vincitori del Festival di Berlino del 2012 con Cesare deve morire). Ci sono poi tornato dal 1997 al 2010 come inviato di un grosso quotidiano milanese. In tre decenni la Mostra aveva presentato vari film brutti e qualche film bello, come fa del resto ogni festival. Ma soprattutto essa aveva dato modo di conoscersi o ritrovarsi a molti intellettuali. Questo lato non mondano era merito anche dell’impronta originaria della Mostra, in virtù della quale essa era stata adottata, in memoria del neo-realismo, dai Cahiers du cinéma. Andavano così al Lido, foss’anche da spettatori, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, Eric Rohmer e  François Truffaut, tutte persone poco mondane o ritrose. Ci andava, cosa più insolita, il ventenne Régis Debray. Da Parigi arrivava anche un ex regista italiano degli anni ’40, ormai funzionario dell’Unesco, Enrico Fulchignoni, che per i lettori de Il Borghese era “Il Demonio”. E poi c’erano, naturalmente, critici e storici del cinema: Philippe d’Hugues, Michel Marmin, Michel Mourlet, Maurizio Schiaretti… Tra gli italiani, Claudio Quarantotto interveniva come critico, mentre a casa Volpi, alla Giudecca, era ospite Gualtiero Jacopetti, uno dei rari registi italiani di fama mondiale. “Era bello come un dio!”, mi diceva di lui Enrico Lucherini.

Si affacciavano intanto al Lido nuove generazioni di intellettuali: quella di Stenio Solinas, Sergio M. Germani, Stefano Della Casa e Gianluca Farinelli; quella di Luigi Cuciniello, che della Mostra è direttore organizzativo, di Piera Detassis, di Thierry Frémaux, direttore del Festival di Cannes, e di Alberto Crespi, Michela Tamburrino, Giorgio Gandola, Diana Rulli, Maddalena Mayneri, Andrea Frambrosi, Luciana Baldrighi, Daniele Terzoli, Olga Strada, Luca Telese, Marco Dell’Oro… Infine quella di Salvo Trapani e Adélaïde de Clermont-Tonnerre.

Il loro ritrovo? Il giardino dell’albergo Quattro Fontane delle sorelle Bevilacqua, al Lido, accanto al palazzo del cinema e al casinò. Qui frullavano i passeri, qui il Francesco Maselli di Rifondazione comunista dimenticava le divergenze politiche incontrando Pasquale Squitieri di una tendenza che, se fosse esistita, sarebbe stata Rifondazione socialista… Tra l’anno scorso e quest’anno, nonostante la crisi, il Quattro Fontane ha mantenuto la clientela, ma ha perduto e per sempre sia il direttore, Lorenzo Papa, sia il maître, Augusto Codognato. Non erano celebri, ma tante celebrità vorrebbero godere del rispetto che li circondava. Parlando con loro, nei momenti liberi che lascia una Mostra, pensavo talora a Grand Hotel di Vicky Baum, romanzo sull’Adlon nella Berlino tra le due guerre, e al film omonimo di Edmond Goulding. C’era una frase sui grandi alberghi: “Gente che va, gente che viene…”. Alla gente che resta, occorre qualcuno che li faccia sentire a casa. Al Quattro Fontane direttore, maître e gli altri ci riuscivano. Strano: il film Grand Hotel era proprio alla prima Mostra del cinema…

@barbadilloit

Di Maurizio Cabona

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