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Venti di guerra (di G. Micalessin). Damasco macerie e paura: “Qui dei gas non c’è ombra”

Pubblicato il 3 settembre 2013 da Gian Micalessin
Categorie : Esteri

Siria«Jobar, il villaggio dei ribelli, quello dove dicono che siano piovuti i gas è dietro quella sopraelevata… Là in fondo, la vedi». Fares, 43 anni, è un cristiano di Al Kassa, un quartiere di palazzine in stile parigino stretto attorno alla piazza George Khouri e all’ospedale francese di Saint Louis. La sopraelevata è quella della circonvallazione sud di Damasco.

Ottocento metri più in là, oltre il fiume Barada, c’è Jobar, il villaggio punta di lancia dello schieramento ribelle che attraversa la piana di Ghouta, la foresta («ghouta» in arabo ndr) degli orrori dove a dar retta a Obama le armi chimiche avrebbero ucciso più di mille e cinquecento persone. Qui, a meno di 800 metri, si stende uno dei quartieri più eleganti di Damasco, il preferito dalla borghesia cristiana della capitale. Ma anche qui eleganza e lusso hanno lasciato il posto a guerra e distruzioni. Il «Caffè di Roma» ne porta tutti i segni.

Una settimana fa, pochi giorni dopo la strage chimica destinata a far scattare l’intervento statunitense, le granate provenienti da Jobar sono esplose sul marciapiede qui davanti, hanno colpito in pieno Padre Amer, un prete siro cattolico sedutosi per un caffè pomeridiano. «Urlava, era in un lago di sangue, aveva la faccia distrutta, il fianco completamente aperto – ricorda Rania una ragazza cristiana – ora è ancora in ospedale preghiamo ogni giorno per lui».

Ogni angolo di questo quartiere conta morti feriti e distruzioni. A Berj Aruss Street sabato 24 agosto un missile katyusha esploso davanti alla scuola elementare e media di Lourd spedisce al camposanto sei persone e ne manda all’ospedale altre 15. A Kalil e Yaziji Street le colonne in plexigas degli ascensori esterni sono un ricamo di bombe e proiettili. In ogni caseggiato incontri qualcuno pronto a raccontarti dei feriti di famiglia e dell’angoscia quotidiana. Eppure bomba dopo bomba la vita continua: «Siamo stati colpiti già tre volte. Ogni volta spendo trecento dei vostri euro per rimettere a posto le vetrine» racconta Mohammed Osman, un sunnita 29enne proprietario di «Carissima», il negozio di scarpe da donna più elegante della zona e di altre due boutique d’abbigliamento. «Voi occidentali mi fate impazzire. Prima dell’embargo venivo da voi in Italia almeno due volte all’anno a fare il pieno di scarpe, ma ora non capisco più come ragioniate. Parlate di quell’attacco chimico e vi dimenticate che noi da oltre due mesi viviamo quest’incubo delle bombe ribelli. Io sono sunnita e stando a voi dovrei stare con gli oppositori armati, invece sono qui a cercar di mandare avanti gli affari e a beccarmi le bombe di quegli integralisti arrabbiati. Una settimana fa, quando i colpi di mortaio hanno colpito il mio negozio per la terza volta, due mie clienti mi sono impazzite dalla paura. Erano terrorizzate. Voi invece parlate solo delle armi chimiche e non vi chiedete come mai, a un chilometro di distanza, nessuno si sia accorto di nulla. Pensate veramente che il nostro esercito sia così pazzo da sterminarci tutti».

Malek, un regista sulla sessantina seduto sul balcone di un appartamento affacciato su piazza Khouri tira le tende, mostra finestre e tapparelle trasformate in colabrodo. «Io nella vita faccio il regista sono abituato a cercar di capire quel che mi succede attorno. Qui ogni notte vedo e sento i bombardamenti dei ribelli. Vedo anche quelli dell’esercito che risponde. Quando il tutto sale d’intensità scappo in cantina per salvare la pelle. Di gas non ne ho mai visto l’ombra. Eppure vivo in prima fila. Se faccio due passi e arrivo a quell’angolo riesco a scorgere le case e le strade di Jobar. Tutta questa faccenda mi sembra perfettamente in linea con la politica di Obama. Lui è un presidente assai bravo a predicare, ma assai poco attento a guardare cosa succeda veramente sulla faccia della terra. Si sforza di credere alla faccenda dei gas perché si sposa bene con la sua strategia. Lui sta dalla parte dei ribelli e li usa per i suoi scopi. Ma mi fa veramente ridere quando minaccia di bombardarci per salvare il popolo siriano. Là davanti a Jobar combattono tunisini, afghani, ceceni, turchi e al qaidisti nemici dell’America. Qui invece vivono solo siriani. Siriani di tutte le fedi e di tutte le etnie come è sempre stato qui in Siria negli ultimi cinquant’anni. Ma per lui il vero popolo siriano è quello venuto dall’estero. Quello che ci spara addosso da Jobar».

 

* da Il Giornale, 3 settembre

Di Gian Micalessin

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