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Cultura. I quarant’anni dalla morte di Tolkien genio creatore del mondo hobbit

Pubblicato il 2 settembre 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Cultura Ritratti non conformi

TolkienQuarant’anni fa il creatore dell’epopea del Signore degli Anelli ci lasciava. Usando la terminologia del suo mondo fantastico, abbandonava la Terra di Mezzo partendo dai Rifugi Oscuri diretto, forse, a Valinor, il Reame Beato. Dove avrà potuto ricongiungersi con i suoi amici Frodo, Bilbo e Gandalf.

John Ronald Reuel Tolkien si spense il 2 settembre del 1973 a Bournemouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, alla veneranda età di ottantun’anni. La sua fortuna letteraria e l’incredibile avventura che coinvolgerà i suoi milioni di fan in tutto il mondo era invece cominciata trentasei anni prima, sempre nello stesso mese: era esattamente il 21 settembre del 1937 quando venne dato alle stampe Lo hobbit, il romanzo di Tolkien che nel corso del tempo avrebbe rivoluzionato la letteratura d’evasione (come si definiva a suo tempo) e creato il genere fantasy, liberandolo dagli angusti confini della narrativa per ragazzi. E che iniziava con il celebre incipit: «In un buco del terreno viveva uno hobbit».

Come spesso accade, la prima opera di Tolkien venne concepita un po’ per caso, alla fine degli Anni Venti: l’autore racconterà di aver trovato il foglio bianco di un alunno e di averlo riempito, quasi per scherzo, con la frase che diventerà poi l’incipit della più famosa “saga” moderna. Poco a poco la storia venne fuori da sé, anche grazie alla fantasia sviluppata dalle favole che il professore di Oxford inventava per i suoi figli.

Lo hobbit non era propriamente un racconto per l’infanzia, ma è curioso il ruolo giocato dai bambini nella sua creazione e diffusione:  a convincere la Allen & Unwin a pubblicare il libro fu infatti la “recensione” del figlio di uno degli editori, Rayner Unwin, che aveva appena dieci anni: il padre gli faceva spesso leggere i manoscritti dei romanzi per l’infanzia, in modo da tastare il polso dei piccoli lettori, ricompensandolo poi con uno scellino. E il giudizio su Tolkien fu estremamente positivo. La prima edizione fu stampata in 1500 copie, illustrata da disegni in bianco e nero dello stesso autore, ma già a dicembre era andata esaurita. L’anno successivo venne pubblicata un’edizione di The Hobbit negli Stati Uniti, con illustrazioni a colori, ma lo stato di crisi pre-bellico e la scarsità della carta in quegli anni ne rallentarono la diffusione. Fu solo nei primi Anni Cinquanta che il romanzo di Tolkien conobbe un robusto successo di pubblico nei Paesi anglosassoni, amplificato e moltiplicato dall’uscita della trilogia Il Signore degli Anelli.

Per leggere la versione integrale in italiano bisognerà invece aspettare il 1970, quando il direttore editoriale della Rusconi, Alfredo Cattabiani, decise di pubblicarlo su consiglio di Elémire Zolla e affidò la cura del volume a Quirino Principe: tre nomi che in quegli anni iper-politicizzati erano considerati “reazionari” dall’intellighenzia di sinistra. Basterà ciò per metterlo all’indice. Il fatto poi che si trattasse di un romanzo “fantastico” e non sociale o realistico o intimistico, e che fosse ambientato in uno pseudo-medioevo, come si disse, fornì altri spunti per condannarlo.

Tant’è vero che da noi a contribuire al grande successo di Tolkien furono i giovani di destra, che ne fecero una sorta di bandiera culturale e ideologica da contrapporre ai tanti miti rivoluzionari sfornati dai coetanei di sinistra.  Come dimenticare i “Campi Hobbit”, organizzati a fine Anni Settanta dai giovani dell’ala rautiana dell’Msi? Oppure i gruppi musicali alternativi che si richiamavano al mondo tolkieniano (La Compagnia dell’Anello, La Contea, Hobbit)? Ad affascinare i ragazzi neofascisti non era solo lo straordinario mondo alternativo creato dallo scrittore inglese, ma anche gli ideali forti che restano sullo sfondo dell’opera: eroismo, sacrificio, dedizione, cameratismo, patriottismo. Curiosamente, invece, negli Stati Uniti l’epopea tolkieniana ha conquistato soprattutto gli hippy, che ne hanno sottolineato il carattere libertario, il tema del viaggio, la lotta contro il potere.

Ma torniamo indietro di oltre settant’anni. Nel 1937 John Ronald Reuel Tolkien, nato in Sudafrica nel 1892 ma di nazionalità britannica, era solo un tranquillo docente universitario di filologia inglese ad Oxford, dove gli era stata affidata la cattedra di lingua inglese e letteratura medievale. In realtà Tolkien aveva avuto la sua parentesi d’azione: scoppiata la Prima Guerra mondiale, nel 1916, subito dopo aver sposato l’amata Edith, si era arruolato volontario nei Lancashire Fusiliers. Venne mandato in sul fronte occidentale  e partecipò anche alla Battaglia della Somme, dove alcuni fra i suoi migliori amici persero la vita; in seguito si ammalò e gli fu concesso il ritorno in patria. Da allora la sua vita fu contrassegnata da una serena routine: casa, università, libri, famiglia e passeggiate nella campagna inglese.

Nella sua testa, però, fin dai primi Anni Venti, comincia a manifestarsi e a crescere un mondo fantastico fatto di gnomi e fate, elfi e guerrieri, orchi e creature fiabesche. Quasi inconsciamente Tolkien dà vita ad una vera cosmogonia, immaginandosi un universo parallelo, simile ma al tempo stesso diverso dal nostro, dai suoi albori fino a una specie di medioevo. Il suo desiderio, spiegherà in seguito, era da un lato di dare all’Inghilterra una vera e propria mitologia, simile a quella del mondo greco-romano o dei popoli nordici; dall’altro sviluppare una letteratura epica e fiabesca da attribuire ai popoli che parlavano le sue lingue inventate.

Non pura e semplice  letteratura d’intrattenimento, quindi. E tanto meno fiabe per bambini. Il mondo de Lo hobbit e de Il Signore degli Anelli è prima di tutto un meta-racconto, in cui il variopinto e composito universo tolkieniano è contrassegnato da una mitologia simbolica che offre al lettore qualcosa che va al di là dell’avventura di un gruppo di personaggi inventati.

«Tolkien si può legittimamente definire e considerare un autore tradizionale – ha scritto Gianfranco De Turris, uno dei più importanti critici di letteratura fantasy e fantascientifica – Ma di quale tradizione? (…) Senza ombra di dubbio la sua formazione è cattolica, ma – lo disse in modo chiaro – scrivendo Il Signore degli Anelli non volle farne esplicitamente un’opera religiosa: non si parla mai di riti, di divinità, di espressioni evidenti di spiritualità, tanto meno di quelli cristiano-cattolici. Tutto è invece implicito nella sostanza dell’opera, tutto sta nel retroterra, nel sottofondo. E questo retroterra, questo sottofondo è un amalgama inestricabile di tutta la sua formazione interiore: di cattolicesimo e di paganesimo, di Vangelo e di Edda, così come di romanzi arturiani e di saghe islandesi, di mitologia germanica e di riferimenti celtico-irlandesi. (…) Per questo Il Signore degli Anelli, e gli altri testi che gli fanno da contorno, è importante: proprio per l’originale amalgama di tradizioni diverse portate a dignità di romanzo adatto ai moderni in pieno Ventesimo secolo».

Al di là delle interpretazioni politiche che hanno dato critici e lettori, Tolkien non prese mai una posizione ideologica chiara. Era un moderato conservatore, antimoderno e amante della natura: nella sua descrizione di Mordor taluni hanno voluto vedere la Germania nazista, altri l’Unione Sovietica; ma potrebbero esserci ancora altre interpretazioni. Lui stesso ha più volte stigmatizzato gli eccessi del capitalismo moderno e dell’industrializzazione, nonché il ruolo degli Stati Uniti quale guida del mondo. In una delle sue lettere agli amici, poi pubblicate, dichiarava di appartenere «alla parte dei sempre sconfitti, mai sottomessi».

Di Giorgio Ballario

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